Ritratto di lanaggioto

lanaggioto

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Giovedì, 11 agosto 18:07 Ritratto di lanaggiotolanaggioto pubblica
LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI - SAN GIORGIO MAGARO - UOMINI & MESTIERI - MUSEO DELLA TONNARA

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LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI
(SAN GIORGIO MAGARO )
( UOMINI & MESTIERI - MUSEO DELLA TONNARA)
di
Accordino Antonio

l villaggio di San Giorgio, s’allunga sulla linea costiera Messina Palermo e cioè dalla valle del Saleck a pietralunga e dunque al traforo di Capo Calavà. La rocca che scende fino al mare, mantiene la frazione, estranea al comune di Gioiosa Marea che l’amministra. Lanaggioto, crede che la designazione non sia naturale. La collocazione territoriale l’avrebbe accorpata in modo diverso, dunque fu indotto a pensare che questa dipendenza, sia stata un’annessione, che la motivazione di mettere il villaggio di San Giorgio sotto l’amministrazione di Gioiosa Marea sia stata presa in prestito dai signori della guerra. La prova concreta è il conseguente abbandono che ha il sapore di una punizione. L’Amministrazione Comunale di Gioiosa Marea, si è disinteressata perfino dei bisogni più elementari della frazione di San Giorgio. I rappresentati locali, hanno brigato per il loro tornaconto personale dimenticando che il rispetto del proprio territorio è un principio inderogabile.
Lanaggioto, ragazzo di belle speranze, dunque lanciò l’idea che San Giorgio dovesse distaccarsi dal comune di Gioiosa Marea e gestirsi in autonomia. Le teste gloriose del borgo ne risero con sarcasmo e la richiesta è stata scartata.
La guerra aveva condotto il soldato Carmelo Accordino, nella Sicilia governata dal Capo Boero. L’incontro con una ragazza del luogo di nome Francesca detta Gina, ammaliò il giovane Carmelo da convincerlo a prenderla con sé. La magia dell’amore l’aveva tanto colpito che sentiva il vuoto intorno farsi sempre più profondo ed allora decise di fuggire con la ragazza e condurla con sè a San Giorgio.
I genitori Santa Canfora e Francesco, non avevano procreato femmine, dunque Gina fu considerata una figlia inaspettata. Lanaggioto risultò il secondo della futura nidiata e la casa di Santa Canfora e Francesco Accordino che ospitava i genitori, fu la sua residenza.
La strada sulla quale insiste l’abitazione di francesco Accordino, si chiamava vico Brindisi e dal muro sul quale è collocata la ferrovia, confluisce nella via Pola con l’odierna Gelateria Al Muretto all’angolo di sinistra e la Rivendita di Tabacchi e giuoco del lotto, di Giuseppe Cicirello, a destra.
La vico Brindisi, odierna via Roma se non è stata cambiata ancora una volta, spalle alla montagna, sottostà alla stazione ferroviaria con il blocco manovra e l’abitazione della Famiglia del Capo Napoli.
Le abitazioni schierate a ridosso del muro, insistono sulla sinistra ed iniziano con la Famiglia di Cola Lo Presti. Il pescatore vi abitava con la moglie Giorgina, i figli Franco e Lucia ed in seguito Maria e Sarino.
I fabbricati sono attaccati l’uno all’altro senza spazio e proseguivano con la Famiglia di Pietro Salmeri, la moglie Marianna e le figlie Francesca e Tindara. La distanza d’età fra Francesca, la più grande e Tindara, la più piccola, le faceva sembrare l’una la madre dell’altra.
Pietro Salmeri, svolgeva l’attività di autista di Camion, la moglie, ogni mattina si recava in campagna a lavorare nelle sue terre, accudiva gli animali domestici e liberava gli altri dalla notte.
L’abitazione successiva era quella della Framiglia di Francesco Accordino che precedeva quella della sorella Peppina, dunque la vico Brindisi era interrotta ed attraversata dalla via Zara che proviene dal torrente del ponte di ferro e sfocia in piazza Ravel.
La vico Brindisi, proseguiva oltre la via Zara, con il panificio, la civile abitazione e la bottega di generi alimentari di Ciccino Natoli che terminava con terrazzino sulla via Pola che quasi in linea retta, si allunga dal Bivio con la Statale a Petralonga.
L’ala destra di Vico Brindisi, a fronte della sinistra, comincia con il fabbricato di don Miciu con la nomèa di ospitare gli spiriti e che fu sede del partito di Ennio salvo D’Andria. Il piano fuori terra, contrapponendosi al muro, priva di un raggio di sole, lasciando buia e semifredda, la strada che dal ponte con la viabilità verso la nazionale, lo costeggia e gira ad angolo retto con la scarpata della ferrovia segnata da un viottolo scosceso che permette ai passeggeri ritardatari, di attraversare i binari, raggiungere la stazione con il treno in arrivo, rischiando di finirvi sotto e dunque apre con il giardino di agrumi in faccia all’abitazione in locazione di Salvatore Pittari deto Balici, e raggiunge la via Zara.
Un terreno incolto, a ridosso della casa di don Micu, quindi delinea l’ala destra della vico Brindisi. Un albero di fico della specie catalogna ed un altro con piccoli frutti bianchi ne sono la sua caratteristica.
Una costruzione semidiroccata, senza tetto e con porta e finestra a tutt’oggi incompiute, è in faccia alla finestra dell’abitazione di Francesco Accordino. Gli Squamani l’hanno usata a fienile e stalla per il cavallo che faceva da motore al loro calesse per correre ai Palazzi dei referenti che al rumore degli zoccoli, s’avvicinavano alle finestre protette con grate di ferro panciute, per ascoltare quanto spiato, dei comportamenti, dei movimenti dei pescatori, prendere ordini ed organizzare, provocazioni e sabotaggi.
La casa semidiroccata, ha accettato e preso a dimora, un albero di fico dai grossi frutti bianchi che occupa lo spazio con petulante padronanza. I rami che si alzano verso l’interno, accarezzano le finestre della casa, con il vento scorticano la muratura e gli infissi, quelli affacciati sulla strada, offrono con allegra esuberanza le loro leccornie.
Il muro che la separa dall’orto con l’arancio ed il nespolo, ospita amorevolmente gli alberelli di San Giuseppe in un tentativo di rassicurare la strada, e lancia con ammiccante allegria un affettuoso saluto, oltre la via Zara, nell’orto con un albero di fico, in esso graziosamente allocato.
I passanti, attratti dai suoi piccoli e succosi frutti bianchi, con cupidigia s’alzano sulle punte dei piedi e provocatoriamente buttano il seno oltre il recinto, stuzzicando ed incitando l’invidia del fabbricato di un piano fuori terra che con afflato, rovescia sul terreno di sotto, caldarelle di bile perché lo tiene abusivamente, fuori dalla strada maestra.
Lanaggioto, per oltre vent’anni, ha percorso la vico Brindisi, diretto al mare azzurro e sul quale, affascinato vi si affacciava a rincorrere le onde ed i gabbiani nel cielo, ad ascoltare le litanie dei tonnaroti all’acqua in attesa del passaggio dei tonni, a cercare un contatto con le isole eolie, a scrutare la penisola di Milazzo con la candela in mano ed osservare la rocca sulla quale sorge il santuario della Madonna nera del Tindari.
Lanaggioto, dunque ha la residenza anagrafica nel borgo marinaro di San Giorgio.
Il villaggio di pescatori, è il suo approdo naturale, il porto sicuro e non esiste compromesso che possa minare la sua appartenenza.

Lanaggioto, ha un legame indissolubile col suo borgo ed è l’unico che resiste ad ogni tempesta, ad ogni male che la società gli ha riservato.
Lanaggioto, costretto a lasciare il suo borgo per lavoro è comunque presente sul territorio.
Lanaggioto, ha negli occhi ogni strada, orto, fabbricato, dunque ogni volta che vi ritorna e vede il suo territorio soffocare sotto la speculazione, l’incuria degli Amministratori e l’acquiescenza degli abitanti, l’anima gli si scora, ne è sconvolto e ne soffre in modo indicibile. La sofferenza gli fa scoppiare le carotidi, la giuculare ed un grido di bestia ferita gli prorompe dal petto e fra i denti bofonchia della necessità d’imbracciare un lanciafiamme e mettere a fuoco i responsabili.
Lanaggioto, in fondo non è un violento e reclina ammonendoli che un giorno dovranno risponderne ai loro figli e che non abbiano a vergognarsene.
IL CORVO
Lanaggioto, ogni mattina con l’infanzia per mano, armato di mezzo filone di pane di grano duro imbottito d’acciughe salate, usciva di casa, oltrepassava la via Pola e si dirigeva verso la spiaggia a salutare il mare. Un rito propedeutico, propiziatorio, che ha mantenuto fin quando è rimasto al villaggio e l’ha trascinato ogni qualvolta vi faceva ritorno.
Lanaggioto, dunque avanza con la sabbia che gli tiene indietro il passo ed ad un tratto s’accorge che un corvo vola nell’aria leggera, tiepida che il sole concede in prestito al giorno che esce dalla notte irrequieta, insonne, mareggiata e lo segue a tentoni con lo sguardo.
I corvi non erano frequentatori abituali della spiaggia, s’avvicinavano alla barche occasionalmente. Il villaggio coltivava vigneti, uliveti, agrumeti e manteneva nella valle del Saleck, Cicero, Marotta, querce e varietà diverse di alberi. La campagna era coltivata ed i volatili, non avevano la necessità di cercare il cibo oltre la loro area perimetrale. I familiari dei pescatori, mogli, sorelle, figlie, a piedi raggiungevano le case coloniche della valle, barattavano il pesce e ritornavano a casa, cantando, con la faddetta, il quadrato di stoffa che tenevano davanti legata ai fianchi, gonfia dei prodotti della terra.
La distanza della valle con la spiaggia, dunque era irrisoria ed i corvi con un volo a planare, conquistavano il cielo di San Giorgio. I corvi scendevano a valle ed a mano che giungevano sulla spiaggia, con cerchi meno ampi, sorvolavano le barche a cercare la più stanca. La barca bagnata, aveva lavorato la notte, dunque aveva un’alta probabilità che fosse fornita della preda che cercava. Il corvo nero, andava in cerca di issu, il panetto di grasso animale, bianco che i pescatori usano spalmare negli strozzi dei remi, e sulle falanghe, i legni sui quali tiravano le barche, per lubrificarli e farli scivolare meglio. Il panetto di grasso, faceva gola al corvo, è una prelibatezza, uno sfizio del quale il pennuto non sa farne a meno.
I pescatori erano a conoscenza di questo vizio del corvo ed allora tentavano di sottrarlo alla sua voracità. I pescatori, credevano che l’angolo del triangolo sotto la poppa fosse il punto più sicuro ove il corvo non avrebbe potuto mettere il becco o gli artigli. I corvi, amavano il panetto di grasso bianco ed intendevano consumare quel pasto così saporito che non si fermavano di fronte agli ostacoli che i pescatori gli frapponevano.
La spiaggia e le barche, immobili sotto il sole del mattino, sonnecchiavano in un tentativo di recuperare la fatica notturna.
Il mare, lentamente, con dolcezza si cullava nel suo moto, conversava con tono quasi fraterno con la battigia, con chiare frasi di pacificazione con i mestieri ammassati sulla sabbia,. La nottata era stata dura ed il pescato fruttato non era stato gratificante.
Lanaggioto, camminava senza fretta e con i passi accompagnava alla bocca ed addentava con morsi voraci, il pane di frumento imbottito d’acciughe salate condite con olio delle olive di Marotta ed origano di Fetente. Il pane ben stretto in mano, raccoglieva Lanaggioto in un atteggiamento quasi sacerdotale. I movimenti delle mani verso la bocca erano lenti e misurati quali i morsi e la masticazione esercitata per provare il massimo del gusto.
Il verso del corvo, il suo cracchiare ad un tratto lo distrasse inducendolo a fermare la masticazione, il passo ed obliquando il collo, volse lo sguardo verso l’alto a scrutare lo spazio azzurro attraversato da qualche nuvolaglia insignificante per individuarlo, seguirlo e tenerlo sotto controllo. Il sole che sbiadiva l’azzurro e la miopia che l’affliggeva, gli confusero la vista impedendogli di scorgere l’uccello. L’impegno nell’individuare il volatile gli toglieva il piacere del pane con le acciughe, la lingua con le sue papille irrequiete, reclamava la specialità. Lanaggioto dunque riprese l’operazione, ritornando a mordere il pane imbottito, ritrovando nella bocca, un gusto ancora più pieno. La dolcezza che ne ricavava, invero gli aveva fatto dimenticare che il pane ed acciughe, gradualmente si era ridotto nelle mani e dunque fu costretto a dedicarvi più attenzione. Le dita che chiudevano il resto del pane si erano avvicinate così tanto che nell’attacco e strappo, rischiavano di cadere vittime dei denti. La mozzatura delle dita non rientrava nel suo dialogo quotidiano, il suo programma era diverso e certo il trauma, non rientrava nel piano.
Un altro cracchiare, più vicino e più delicato, lo costrinse ad un morso incontrollato, dunque a strappare un grosso boccone e con la bocca pericolosamente gonfia, con il mento sollevato e l’arcata dentaria impegnata in movimenti impari, indagò i fili dell’aria sopra, di lato in avanti e non senza affanno, mise a fuoco l’intruso.
Lanaggioto, vide il corvo scendere di quota e dirigersi verso la poppa della barca in secca., cercò un contatto con l’uccello ma l’occhio sfuggente lo tenne in disparte. Un barriera di linguaggio e costume li divideva e rimasero estranei.
Lanaggioto, con il resto del pane che teneva con le punta delle dita della mano destra, si sentì a disagio, dunque scese ad un compromesso, si distaccò dall’uccello e lo addentò fino a confonderlo nella bocca col palatino, le guance, la lingua, gratificando le papille, evitando una inutile sofferenza, quindi pulendosi le labbra con il dorso della stessa mano, ritornò a guardare verso l’alto a cercare la presenza dell’uccello. Il corvo, resosi conto di non essere osservato, colse l’occasione della distrazione e con un colpo d’ali misurato, scese sul tavolato che fa da pavimento alla barca occultandosi alla sua vista.
Il profumo che emanava il panetto di grasso nascosto nella barca, era travolgente. Il corvo, ammaliato, con l’olfatto posseduto, oserei dire in modo vergognoso, con grande sprezzo del pericolo, s’infilò sotto la prua.
Lanaggioto, distrattosi per eseguire l’operazione dell’ultimo boccone, ritornato a cercarlo, non lo trovò a solcare lo spazio nel quale navigava baldanzoso. L’impresa, insomma gli risultò dannatamente fuorviante. La lingua a leccarsi le labbra, rivolse gli occhi al cielo, raccolse la luce del sole e ritornò a terra con la visione confusa, pensando d’averlo perduto, dunque ritornò con lo sguardo alla barca, s’incuneò negli spazi non occupati, circuendo i mestieri, sbirciando a destra ed asinistra e non scorgendo neanche il pur minimo battito d’ala, pensò che l’uccello si fosse allontanato.
La spiaggia, le lampare, le barche schierate a breve distanza l’una dall’altra, non mostravano tracce della presenza del corvo. Le onde che giuocavano con la battigia, nel chiacchiericcio, offrirono al’lanaggioto, uno spunto, di raccattare qualcosa ed se confusa, indicativa che piegò al suo scopo, corruppe l’istinto ad assecondarlo obbligandolo a dirgli che il corvo stava operando sul luogo, si affannava a raggiungere quanto prefissatosi e cioè la conquista del panetto di grasso animale dei pescatori. Lanaggioto, dunque si convinse che l’uccello era sulla barca della sciabica che accarezzata dai raggi del sole, cullata dal mormorio della risacca, china su se stessa riposava. La barca della sciabica invero sopportava nelle sue viscere, l’accanimento del corvo nero. Lanaggioto, dunque si ordinò si sabotare qualsiasi disegno dello’ospite indegno. Il corvo infatti, s’accaniva sulle tavole, le alzava dal loro alloggio e lascinadole fuori posto, con irruenza e pedanteria andava oltre ed introduceva il becco in ogni spazio, capovolgeva beccava le murate, incurante dell’intimità della barca di legno. Il corvo, con l’olfatto saturo del profumo del panetto di grasso, nella foga di stanarlo, perse l’orientamento. Il panetto, avvolto nello straccio di juta, riposto nella sassola, nel cucchiaio di legno che serve a togliere l’acqua della lavatura delle opere morte, evaporò la miscellanea di odori dei quali era impregnata, destabilizzando l’olfatto del corvo. L’uccello, dunque cercò di ritrovare il profumo del panetto. Il profumo lo accarezzava e gli sfuggiva, non riusciva ad individuare l’angolo nel quale si nascondeva. Il panetto, avvolto nella juta, cullato dalla sassola, gli restava occulto, dunque s’accaniva a trovarlo e più cercava, più andava fuori dalle penne del collo e della coda. La ricerca si faceva sempre più spasmodica ed affondava il becco, gli artigli nei compartimenti che sottostanno al tavolato, negli elementi longitudinali, verticali, nelle lineee portanti che strutturano la barca, nei fori che da prua a poppa conducono al leggio, al buco di scarico. Il profumo gli volava intorno, si faceva sempre più struggente, il panetto, comunque gli restava lontano. La sua fragranza, la dolcezza lo stressava ed a causa dell’impotenza ad averlo, sbavava dalle graticole del naso. L’ossessione famelica gli faceva tremare il becco in un modo incontrollabile, la rabbia lo soverchiava e l’olfatto era talmente arrossato che pareva ferito, quasi sanguinante ed ecco che ad un tratto, stremato, con il nero delle penne deturpato da macchioline bianche , specie in prossimità delle estremità, rimase intrappolato negli attrezzi della barca. Il coppo, il cerchio con la rete a cono, nel tentativo di fermare la sua furia, gli catturò la zampa destra che impigliatasi nella rete, fermò la sua ricerca. Un’imboscata che imbestialì il corvo e ingiuriando di mille malefatte, i pescatori, con la pazienza boccheggiante, quasi rasentando la pazzia, nella presunzione che bastava un ultimo sforzo per impossessarsi del panetto di grasso animale, con la forza della disperazione, con un furioso strattone della zampa sinistra,, scanzò il coppo e senza crederci liberò la destra dalla trappola. Gli attrezzi della barca, ammucchiati sull’ancora ed alle corde di canapa, posti a protezione dell’ingresso del sottoprua ove era nascosto il panetto di grasso animale, facevano buona guardia. L’arredo della barca è un ausilio indispensabile per la pesca. Il pescatore aggancia ed issa, cura e dispone il pesce per evitare che si deteriori, dunque puliti vengono sistemati nella barca in secca. Il catu, il secchio di zinco, bbuccatu, coricato sul fianco, stava agganciato al croccu, il gancio di ferro per issare i pesci in barca. Il croccu, ha il manico di legno, e per evitare che si sfili è stretto con molte giravolte nella caloma. La cima della corda tenera, malleabile, colorata di rosso, è legata alla murata. Il secchio di zinco, di media grandezza, si era appena appisolato, disurbato nel leggero sonnecchiare, balzò a sedere e capovolgendosi con la bocca in alto, insomma ritornando allo stato normale, involontariamente gli sferrò un colpo. Il corvo restò senza fiato ed a becco aperto, rantolando, intravedendo il proprio bottino, non esitò un momento e si buttò a capofitto nell’oscurità del triangolo della prua. Il corvo, scansò il dolore che gli causava l’unghia rotta del primo dito della zampa destra, la forte contusione al sottocollo e l’infrazione alla punta del becco inferiore e s’avventò sul panetto di grasso avvolto nella juta con la sassola a cullarlo. Il corvo, dunque sollevò con gli artigli, il succulento panetto di grasso animale avvolto nella jauta e volò sulla palla della barca. Lo liberò dall’involurco e con il becco, sollevatolo in alto, lo elesse a simbolo del piacere.
Lanaggioto, lo vedeva gongolare e soffiare dalle nari con un’arroganza spaventosa sangue nero nell’acqua del mare, creando chiazze bituminose, inquinando la riva. Il pano di grano con acciughe, ad un tratto gli s’affacciò in gola con conato di rigetto. Lanaggioto, indispettito, corrucciato, indignato raccolse lo stato dell’uccello in un’offesa personale, dunque chiamò in armi il guerriero che teneva in sonno e lancia in resta, partì ad affrontare la bestia nera.
Lanaggioto, giurò che il corvo avrebbe pagato per l’infamità commessa sotto i suoi occhi e per quelle commesse nella trurpitudine del silenzio. Il suo sacrificio sarebbe stato un omaggio alla festa del Santo. Il guerriero, dunque armato di tutto punto, perfino calando l’elemetto, con accorti movimenti, saltò sulla poppa della barca, sulla sciabica ammassata e scivolando sul cordolo di sinistra, usò a trampolino di lancio i banchi che sostengono le murate ed avvolto in una luce bianca e gialla raggiunse alle spalle la bestia.
Il corvo, ignaro di quanto stava avvenendo alle sue spalle, con gli artigli avvinghiati alla palla incastonata nella pala che sovrasta la prua della barca, si deliziava nella libidine bestiale e non percepì l’arrivo del guerriero che con un colpo di scimitarra bene assestato, dal basso verso l’alto, con metà collo, gli staccò la testa. Il guerriero, con un altro fendente, gli recise le zampe avvinghiate alla palla scagliando il corpo accanto alla testa che con il becco aperto e gli occhi stralunati, s’affannava sulla battigia alla ricerca del panetto che gli era caduto sui granellini della spiaggia, dunque saltò dalla barca. Un attimo e lo afferò col becco, gli smise la livrea e lo adagiò vicino al panetto che pareva fosse entrato in un processo di fermentazione, di divisione e ricomposizione, avviandosi ad assumere una non chiara formazione fisica. Lanaggioto, attratto dal travaglio del panetto animale, aveva quasi dimenticato il corpo che alla cieca e sui monconi, allungava il resto del collo alla ricerca della metà attaccata alla testa che emise un lieve richiamo. Lanaggioto, dunque si distrasse dal panetto, si girò verso la testa glaba del corvo e gli recise il becco compreso il naso, dunque abbattè il movimento claudicante e dissennato del corpo, lo spogliò delle penne e con estrema lentezza, oserei dire con grazia, li spezzettò, lo raccolse nella lama e lo scagliò nelle acque azzurre, ai pesci che passavano, sperando addirittura che ritornasse il piscisceccu che qualche settimana prima aveva fatto una capatina in spiaggia. Una barca conzalora, appena tornata dalla pesca e tirata in secca, stava scaricando l’acqua della pulitura e Giurgittu stava scurcianno, privando della pelle rugosa, un pardu, un piccolo squalo che Pietro Russo gli aveva regalato a ringraziamento dei molteplici lavoretti di cucitura nei mestieri. Giorgio, dunque eseguendo l’operazione piegato su se stesso per la cifosi patologica della colonna dorsale della quale era affatto dalla nascita, allungando leggermente lo sguardo sul mare nel pulirsi il naso con il polso della mano destra, s’accorse che una capra che casualmente pascolava sulla battigia, si dibatteva sbattendo zoccoli e coda nell’acqua, preda dello squalo definito dai pescatori locali, babbu, cioè innocuo. Lanaggioto, dunque restò per alcuni minuti ad osservare l’acqua azzurra, ove aveva lanciato il corvo con la macchia scura che si allargava sotto l’impeto di una caterva di bollicine e ritornò verso il panetto. La sofferenza della beccata del corvo, anche se smorzata, affaticata, si era rimarginata, addirittura scomparsa senza lasciare segno anche perché il issu, il panetto di grasso animale, era preparato all’attacco e dunque si era disposto ad affrontare il pennuto. Il panetto di grasso, insomma si mostrava al’lanaggioto, trasformato, raggomitolato, intrecciato a nerbo, aveva ricreatro l’anima animale che albergava in lui, preservando dall’aggressione, la sua integrità e ridonarla ai pescatori. Gli uomini, invero esaminando quanto hanno inscenato, non meritano questo rispetto. Hanno stabilito che le speci non a loro simili, sono un elemento da sfruttare, ingrassare e consumare, a volte senza ritegno, in modo disordinato e controproducente alla propria salute. Il panetto di grasso animale, accarezzò la mano sinistra del guerriero e con la coda innalzata nel rito della specie, ritornò a farsi cullare dalla sassola, tenedosi pronto ad alleviare la fatica dei pescatori. Il guerriero, commosso s’inchinò a lui che si ritirava sotto la poppa, smise l’armatura e lentamente rientrò nella società civile.

MAESTRA D’ARTE
La sorella di Francesco Accordino non si era sposata e fino a qualche tempo addietro, aveva avuto ospite in casa Rosa, la figlia della sorella Caterina, morta prematuramente. Le donne di casa Accordino, erano maestre nell’arte di filare la canapa e cucire reti da pesca. La luna, nelle serate calde, le accompagnava con il suo chiarore osservandole lavorare fino a notte fonda. Peppina Accordino, con i piedi appoggiati sullo scalino intermedio della sedia che ne constava di tre, costruiva le reti da pesca. Lanaggioto la osservava lavorare e si sentiva attratto da quel giuoco di mani e maglie che circondavano le canne. Le maglie uscite dalle canne s’allungavano nella rete che legata con giravolte alla spalliera della sedia ne misurava la lunghezza. Le maglie si susseguivano per grandezza secondo la posizione che assumevano nel mestiere. Lanaggioto, seduto al fianco seguiva il lavoro della zia cercando d’imparare il gergo di quell’arte, La zia Peppina con esperienza e maestrìa cuciva le reti, maglie e maglie e lanaggioto incantato si perdeva nelle sue mani con le dita che con sapienza giravano il filo intorno alle canne chiudendole con un nodo ben stretto. La zia Peppina, insomma con quel prestigiare di dita, lo spingeva nella passione e Lanaggioto la inseguiva incantato. Il genio di famiglia, lo chiamava e probabilmente sarebbe riuscito ad acchiapparlo se non fosse stato distratto da un evento, possiamo dire, miracoloso che un giorno di tramontana, lo prelevò sulla strada e lo condusse nella cattolica.
Lanaggioto era così tanto legato alla zia che l’accompagnava perfino nei borghi marinari di Gliaca, Brolo e Capudiranni, cioè Capodorlando per la consegna dell’opera ultimata, al padrone di barca che gliel’aveva ordinata.
Il mezzo di trasporto per raggiungere i borghi era il treno, però la scelta praticabile era di andare a piedi.
Le scarpe, erano un privilegio e non molti le possedevano e chi ne aveva un paio, cercava di risparmiarle, di usarle il meno possibile, nelle occasioni indispensabili che comprendevano matrimoni e morte. Il viaggio d’andata per lanaggioto, era quasi un giuoco. La famiglia del padrone di barca, li aspettava ed aveva in serbo una sorpresa, un dolce preparato in casa ed il giuoco con le figlie, lo entusiasmava. La loro semplicità, l’accoglienza affetuosa, gli ricompensavano il viaggio a piedi. Lanaggioto, in quella comunità di pescatori, si sentiva gratificato e se non avesse seguito la zia, non avrebbe avuto l’opportimnotà di fare la loro conoscenza e ne avrebbe sentito la mancaza
La fatica si svegliava e diventava pesante, nel ritorno. Lanaggioto, comunque seppure soverchiato dalla stanchezza, proseguiva superando il bisogno di sedersi, a prendere fiato, sul muretto che costeggia la strada e stava dietro la zia Peppina, che senza le reti in spalle, andava a passo di marcia. Lanaggioto, affiancava la zia ed al minimo rumore, girava la testa a guardare indietro, lei capiva e rallentava il passo. La zia Peppina, robusta e di bassa staura, esprimeva la forza di una montagna e lanaggioto non osava deluderla. Lanaggioto, aspettava con ansia che passasse il ferrovecchio per dargli un passaggio sul carretto. Il raccoglitore di ferro vecchio, ritornando dal suo giro, trovandoli sulla strada, li prendeva a bordo e compensava, anche se in parte, la strada percorsa.

L’INCONTRO.
Lanaggioto, in su il masso d’arenaria nell’angolo del terrazzino del negozio di alimentari, emporio, di Ciccino Natoli, guardò il mare in burrasca, i gabbiani che s’affannavano a volare contro il vento di tramonatana, girò lo sguardo a destra ed a sinistra della via Pola, dal torrente del ponte di ferro a piazza Ravel. La strada deserta era spazzata dal vento ed allora scese e lentamente s’aincamminò verso il grande pino che svettava sul margine del prato lottando a trattenere i rami in ordine, osservando piazza Ravel, il palazzo delle poste con sulla sinstra la loggia ed il palazzo della tonnara, a centro il ponte della ferrovia ed a salire, la Santa Croce. Il palazzo sulla destra, era governato da Lucchese che all’impiedi in pigiama, dietro la vetrata del balcone, stava in agguato per richiamare con la sua abituale acidità, i ragazzi a giuocare.
Lanaggioto, magro, di bassa staura, con maglietta e pantaloni corti, forse intimorito dal vento di tramontana che spazzava la strada e la spiaggia, si fermò sotto il pino. Un minuto e decise di avviarsi verso la chiesa. La sabbia, le cartacce ed altri rifiuti minuscoli, spinti dalla forza del vento, volavano in aria a guisa di aeroplanini. La sabbia gli pizzicava le gambe punteggiandogliele di rosso e seppure sofferente, con il vento che lo spingeva indietro, non demordeva. Il pino di piazza Ravel, con i rami più lunghi, quasi abbracciava il piccolo al suo fianco che semipiegato sul sedile di cemento, pareva soccombesse, incoraggiandolo a resistere. Lanaggioto, arrancava sulle gambette deciso a non arretrare, seppure la difficoltà lo invitava a ritornare a casa, proseguì la sfida camminando sul margine più esposto della strada, nel rettangolo del campo di calcio. Le case nuove, la chiesa e la cattolica, gli sembravano irrangiubili e per di più non c’era nulla che lo attendesse o che in coscienza, in quella zona potesse interessarlo se non quel senso indecifrabile di un richiamo che non ha una voce od una spiegazione, è un segnale impalpabile, non plausibile che prende e avvia verso un luogo che non è conosciuto o sembra che sia ed appena è svelato, appare in una prodigiosa semplicità, ed ad un tratto, senza un cenno, avviso o parola, si sentì fisicamente sollevato. Una mano delicata, prese la sua e Calogera, la sposa del Signore, in un miracoloso viaggio, lo condusse con sé nell’edificio dell’Azione Cattolica ove era in preparazione la recita per la festa del compleanno di Padre Antonio Sferruzza, il Parroco del villaggio di San Giorgio.
La struttura del palco era stata terminata, per completare la sala, dunque mncavano le sedie che sarebbero state trasportate dalla chiesa. Le catechiste affratellarono lanaggioto e gli fu affidata una particina. Lanaggioto partecipò alle prove e recitò con serietà e misura. La recitazione gli era congeniale, s’immedesimava con naturalezza, nella parte. La comunità cattolica, lo incluse nell’organigramma e lo riempì di gioia. Il Seminarista Peppe Alibrandi, in seguito lo impreziosì della sua amicizia e lo coinvolse in molte iniziative. Le veglie Pasquali, gli diedero l’occasione di leggere le parabole, i salmi del Vangelo. La voce suadente, appassionata si esaltava nel porgere le sacre scritture, il suo viso s’illuminava. L’effetto della spiritualità, veicolata con maestria dal parrono don Antonio Sferruzza, esprimeva la purezza del suo animo. Il sapere della croce, segnava il suo cammino a diventare un soldato di Dio. La ragione degli uomini, si conserva nei principi e lanaggioto, gratificava la sua indole impegnadosi nell’osservanza quotidiana. La persona sana è rispettosa di se stessa ed assicura gli altri. L’esempio è il valore delle parole e nulla è sufficiente a spiegarle. Le strade alzavano una barriera e tentavano di farlo deviare. Lanaggioto, superava la timidezza e camminava con passo normale superando le persone sedute sulla porta a chiacchierare che gli intralciavano il cammino. non si sottraeva alla loro vista e su faceva coraggio con il saluto. Le persone adulte, lo incuriosivano e li osservava, restando ai margino. La compagnia dei coetanei, la partecipazione ai giuochi, lo attraeva. La litigiosità dei coetanei, l’arroganza degli adulti, lo infastidiva ed allora preferiva il mare e sognare i suoi abitanti.

IL MARE DI SAN GIORGIO
Lo specchio d’acqua, le onde che si rincorrevano finoa riva con i colori veicolati dai riflessi del cielo, della luna, del sole, lo esaltavano e con la fantasia, giuocava con la flora e gli abitanti che seppure nascosti aspettavano di entrare in competizione. Il richiamo, l’attrazione che essercitava, era insuperabile ed ogni giorno che la scuola lo metteva in libertà, con gli attrezzi da pesca che si costruiva, adattava ed a volte inventava, percorreva per ore la linea di costa, con pazienza e curiosità.. Le onde lo accoglievano con uno sciabordìo ed affascinato, con la lenza in mano, gli ami con l’esca di lumache pescava in piedi sulla battigia fino a che la madre lo chiamava e gli gridava di andare a studiare. Le lumachine, allungavano la testa e le antenne dai bordi della scatolina, lo guardavano e si ritiravano.

Lanaggioto, le aveva raccolte la mattina nei cespugli di canne che affioravano con le pale di ficodindia lungo il reticolato della vigna della Baronia ove sorge l’odierno campeggio Cicero. A volte, con la scatolina con i bavalaggi intirizziti dal freddo del mattino, attraversava la strada e scendeva sulla spiaggia sotto il cancinnittu accanto alla colonia diurna che allungava i bracci dei bagni fino a mezza costa e l’alba vedeva i pescatori a tirare la sciabica con la cunnana e spalle alla montagna. Le corde calate erano tante ed andavano raccolte in tempo. La spiaggia era lunga ed alta ed i pescatori sudavano fatica sotto i mestieri. Le mareggiate, l’erosione causata dal malgoverno del territorio, ha cancellato il quadrato di cemento con le traverse di ferro erette agli angoli a tenere il tetto di latta nell’intento di proteggere dai raggi del sole che s’insinuavano nelle fessure a colpirtli, i bambini ospitati, con la cucina ed il deposito a fronte strada.

Il piccolo cancello di tavole di legno, deteneva la chiusura dell’imbocco del viottolo che sottopassa la ferrovia, conduce alla strada nazionale e dunque al palazzo Baronale. Il cancinnittu, divide la vigna dalla pineta nella quale è stato costruito l’omonimo ristorante con annesso spazio per suonare e ballare. Il cancinnittu, era il punto di riferimento dei pescatori in mare con i mestieri ed il sentiero riservato per gli arrembaggi del Camperi delle terre della Baronia.
Il Caporale del Barone Ruffo, con il fucile in spalla, i cani al seguito, dopo avere insidiato le ragazze, le donne a giornata nelle terre del padrone, scendeva nel villaggio a provocare i mariti, i pescatori che tentavano di circuire i bisogni naturali del vivere quotidiano, cercare di prendere fiato e non cadere sulle ossa degli ginocchi e dei piedi in attesa di varare la barca, calare i mestieri a pescare.
I nodi, aggrovigliano il letto, creano intralcio nella lenza. La distanza di cala e profondità non è sufficiente per una buona pesca e va raccolta. Il bisogno di sciogliere i nodi è primario, la lenza necessita che sia liberata. I pescatori, conoscono la pazienza e l’arroganza del Caporale, si esaurì con la faccia nella sabbia, in un ciuffo di canne secche, sul margine esterno della strada verso il mare, a breve distanza del Cancinnittu. Le donne ripreso il loro naturale respiro e la pace ritornò silenziosa sul villaggio.
Lanaggioto, solleticato dal tocco dei pesci sottocosta, si eccitava e con la paura nella mano a tirare in secca il pesce, il braccio gli tremava fin nella scapola. La bellezza e la delicatezza dei colori lo stupivano ed emozionato stava a guardarli girare nell’acqua del secchio.
Lo scarro, lo scavo nella sabbia attraverso il quale la barca veniva tirata in secca, era un posto di pesca. Lanaggioto, prendeva posizione a prua della Santarosa, la barca di nonno Francesco e pescava. La punta, la spiaggia in direzione della chiesa, ha una linea di costa più ampia. La corrente ha allungato la spiaggia e creato una virgola. L’incavo sottostante ove la corrente spezza il mare, le onde s’attorcigliano, accarezzano la battigia e si calmano, è la reggia più pescosa di jaule.
La petralonga era il suo posto ideale e si estraniava dal mondo.

Lanaggioto si metteva a sedere sul rettangolo di pietra che dalla spiaggia scende in mare e con le gambe penzoloni iniziava una battuta di pesca che l’acqua limpida gli mostrava in ogni suo attimo e non riusciva a venirne via che per mancanza d’esca. La petralonga, gli dava l’illusione di stare su una barca all’ancora con la poppa semiaffossata nella sabbia. La sua grande aspirazione, era quella di salire su una barca di legno, navigare sulle onde e pescare.
Le alghe, si allungavano e si allargavano, ne disegnavano il fondo. Le pozze bianche si aprivano simili a specchi e la precchia, viriola, sparagghiuni, con lenti e sinuosi movimenti, morsicando le cime delle alghe, entravano ammirandosi e con non curanza, mostravano i colori stupendi della livrea insinuandosi dolcemente negli occhi e nell’anima del’lanaggioto che stupito li osservava senza riuscire a staccarne lo sguardo.. Lanaggioto, sotto il sole che sale ed i raggi si riscaldano e si fanno cocenti, entra in simbiosi con i pesci. L’atmosfera si fa sempre più bella, è una magia ed il tempo scivola travolgendo le ore. La scatolina vuota dell’esca, lo invitava all’uscita, non aveva scampo e con irosità, raccoglieva la lenza e scendeva nella piccola baia a lato, lungo il perimetro dello scoglio. La linea disegnata dall’acqua, nella trasparenza dell’ombra, coltivava le padelle. Lanaggioto, a fatica ne staccava una, due e le mangiava con l’acqua rinfrescandosi la bocca secca dalla calura. La polpa del mollusco, misto all’acqua salata del mare, si esaltava in un sapore di freschezza e genuinità che dire insuperabile non è sbagliato e con i vestiti bagnati, percorrendo la battigia, ritornava a casa..
L’altro sistema che adoperava per la pesca, era quello con la tavola costituita da un trapezio isoscile con la base capovolta all’esterno per navigare e da una più piccola in assetto naturale all’interno, unite l’una all’altra in parallelo con un asse di legno. Secondo il pecorso, la tavola si drigeva a destra od a sinistra allontanandosi verso il largo e distendendo la lenza.
Un altro sistema, era la pruppara. Il percorso, intercalato da soste, comprendeva un capo all’altro del villaggio. La linea di costa era lunga, ed il percorso era irto di ostracoli nascosti sul fondo marino.
L’informe triangolo di legno appesantito da un foglio di piombo con gli ami adagiati ed infissi alla base in parallelo, tirato verso la riva, sfilava sul fondo con lo strato di isso spalmato che con il suo biancore e profumo, attraeva ed affascinava il polpo che con cupidigia allungava i tentacoli e vi si sedeva a comsumare lo spuntino, ignaro della trappola.
Lanaggioto, sentendo la pruppara appesantita si preparava appoggiandosi sul piede destro allungandolo in avanti al pari della mano sulla lenza ed imprimeva un forte strappo agganciando agli ami il polpo.
La pesantezza della pruppara, era il segnale che il mollusco era a bordo e seguiva la raccolta della lenza. A volte la pesantezza s’allentava e la pesca andava perduta od era un falso allarme. Se il grasso mostrava i segni dei tentacoli, la conclusione era che lo strappo era stato precipitoso altrimenti la causa era addebitata alle alghe od ad una grossa pietra che ne ostacolavano il transito sul fondo.
Le paranze nella pesca con le reti a strascico, sradicavano, sconvolgevano il fondale, raccoglievano e trascinavano qualsiasi cosa incontrassero sul loro tragitto depositandolo fin sulla riva.
Lanaggioto, dunque per disincagliare l’attrezzo, era costretto a cercare un modo, il più idoneo per disincagliarla e tirava e mollava andando a destra ed a sinistra ed a volte anche scendendo in aqcua per tirarla in alto. Lanaggioto, ne aveva sempre scongiurato la perdita, in un modo o nell’atro era riuscito a portarla a riva. Il rischio di perdere la pruppara non era trascurabile, comunque molto inferiore a quello odierno o meglio, gli ancoraggi delle barche da diporto, dei manufatti di cemento messi in acqua nel tentativo di spezzare le correnti ed arginare l’erosione, hanno tagliato il rischio rendendo questo tipo di pesca non praticabile.
Gli ostacoli artificiali, i frangiflutti, sono degli espedienti per aggirare la causa delle erosioni che sono figli dell’abbandono e dello strupro del territorio.
La spedilitica, l’associazione politico-speculativa, ha malgovernato il territorio, sfruttando e depauperando la natura con un interesse privato nella cosa pubblica. L’ingordigia è l’unica ragione che ossessiona l’uomo che cerca di nasconderla con operazioni inefficaci e soprattutto non è che un altro espediente per continuare la ruberia.
Le correnti del mare, nel loro moto continuo ed incessante, scavano e scavano, scovano nella fortezza costruita dalla scienza dell’uomo, un punto debole ed entrano, penetrano fino nell’entroterra e si riprendono quel che gli è stato tolto ed altro.
L’uomo ossessionato dal potere della ricchezza, ha perso la ragione acquisita e non riesce a fermarsi. La cura è ridare alla natura il rispetto che gli è stato tolto, lo stesso che pretendiamo per la nostra persona. La cessassione di questa violenza, potrebbe avere un esito positivo, altrimenti la terra ci seppellirà e la responsabilità ci appartine perché continuamo a concedere fiducia agli sciacalli della politica. Il mare è stato trasformato in un deposito dove è naturale scaricare qualsiasi scoria ed è una grande gebbia nella quale i pesci sono allevati in gabbie.

La dismissione della tonnara, ha sconvolto il borgo marinaro ed ha interrotto il ciclo dei pesci ed i pochi esemplari rimasti non arrivano alla maturità che sono già nei menu dei ristoranti. La nuova metodologia di pesca, ha condotto al risultato che la sopravvivenza dei tonni è irrimediabilmente compromessa.
Gli esperti, giuocano con le parole credendosi intelligenze eccelse, all’incontrario non convincono e pare che abbiano perso l’intelletto. Il loro valore è oppresso dalla consulenza e cancellano principi e titoli di studio conseguiti.
La tonnara con le barche nere, riempiva l’orizzonte e la pesca dei tonni, regolava le stagioni dei pescatori del villaggio di San Giorgio. La tonnara praticava una pesca naturale ed ogni anno era una festa. La pesca del tonno con i suoi simboli ed i suoi riti, riempiva di gioia e rispetto del mare, i ragazzi ed il villaggio.
La sera, i pescatori scendevano dalle barche e ritornavano a casa, sostiuiti dai guardiani di terra qualificati gendarmi del Padrone. I guardiani di terra, erano addetti alla sicurezza notturna della tonnara all’acqua e perseguivano chiunque abusivamente pescasse nello specchio ove la tonnara aveva diritto di calare.
Il pescatotre che ritornava a casa, era accolto con gioia. La famiglia lo abbracciava con lo sguardo e lui li salutava estraendo dalla faccia bruciata dal sole e dalla salsedine, un sorriso simile ad un bagliore di luna, e dalla borsa del pranzo, lasciava cadere nella vasca della cucina, un tonnetto, un pisantuni che la mamma, la nonna, pulivano ed affettavano e fritto in padella, spigionava un superbo sapore di mare. I figli seduti a tavola, in un silenzio religioso, aspettavano il genitore che terminasse di lavarsi, osservavano la madre che lasciava i fornelli, lo aiutava e gli dava la biancheria pulita.
I figli, senza d’istinzione d’età, aspettavano che il padre fosse pronto e si sedesse a tavola, dunque aveva inizio la cena.
Lanaggioto aveva mille cose da chiedergli e mangiando giuocava con le parole che gli saltavano sulla lingua. La curiosità di conoscere lo svolgimento dell’attività della tonnara, cozzava con la fatica del padre e si distraeva. Il timore d’infastidirlo, lo manteneva in silenzio ed alle poche parole del padre, raccoglieva sensazioni, emozioni che nella sua mente diventavano racconti.
Lanaggioto, dunque cercava d’imparare il mestiere di pescatore, ed andava a pesca per la spiaggia. Lanaggioto, non camminava a piedi nudi, calzava le scarpe e questo non era usuale nel villaggio e per di più per la spiaggia con l’inconveniente che i granelli di sabbia, di soppiatto gli saltavano nelle scarpe pizzicandogli il plantare, costringendolo a fermarsi per mettere fuori, l’ospite fastidioso.
Il problema più grave, comunque era l’acqua del mare, la salsedine gli mangiava le scarpe che subivano un veloce deterioramento che lo mettevano in apprensione.
I tempi erano piuttosto grami. La famiglia numerosa, sopportava a fatica una spesa aggiuntiva, dunque era causa di grande precoccupazione.
Lanaggioto era conscio della situazione, vi poneva molta attenzione ma senza scarpe non riusciva a camminare. La precauzione di non bagnarle era inutile, la salsedine colpiva comunque ed era continua, veloce e silenziosa.
Lanaggioto, dunque si sedeva a sciogliere le scarpe e si puliva i piedi. La lenza calata tenuta in mano, osservava il mare. Un riflesso nell’acqua catturava la sua attenzione e con il cuore che gli saltava nel petto, aspettava il tocco del pesce e scrutava i colori cangianti del mare. le onde che si rincorrervano, nella sua immaginazione, nascondevano banchi di pesci che bisticciavano a chi dovesse mangiare l’esca della lenza.
Le ore si dileguavano, l’ombra del sole al tramonto oscurava la spiaggia ed il buio scendeva sul mare. La precoccupazione coglieva la madre che lasciava uno dei mille lavori che stava facendo dall’alba e correva a cercarlo, chiedeva ai fratelli dove fosse finito. Il ritorno del’lanaggioto verso casa era carico di minacce. I coetanei e qualche adulto, all’improvviso uscivano dall’ombra delle strade, degli orti, delle case e con sadismo, chiudendolo in un recinto invalicabile, lo accompagnavano nelle mani del genitore ed aspettavano con un sorriso beffardo che la cinghia si levasse a colpirlo sulle spalle, nelle gambe.
L’amore, la passione, comunque non lo distoglievano e restava con il desiderio di saltare a bordo di una barca.
Lanaggioto, con la lenza in mano, pescava ed osservava, stava in attesa che una barcuzza con la cartenna del conzo sulla poppa, uscisse a calare e vogasse verso Fetente, nella barra ove la tracina si era allocata graziosamante ed i pettini aveano trovato un habitat naturale nel Bastimento colato a picco nella guerra delle eolie. Il caso scelse la barcuzza di Stefano La Rosa che in età militare, s’arruolò nella polizia stradale. Una ciurma improvvisata di ragazzi senza lavoro che avevano deciso di andare a calare un conzo di un centinaio di ami. Lanaggioto, alla vista saltò quasi nell’acqua gridando, richiamando la loro attenzione e la barca scese a riva. La sua richiesta fu accolta e fu preso a bordo. Lanaggioto, euforico si mise a disposizione di Stefano e dei ragazzi della ciurma. Le sarde negli ami, penzolavano dal bordo della cartenna. Lanaggioto, ospite della barcuzza, stava prono sulla poppa ed osservava le onde del mare infrangersi nello scafo. Lanaggioto, a secondo della frequenza dei raggi del sole, raccoglieva negli occhi una miscellanea di colori, dipingendosi a volontà, un giorno fuori dall’ordinario, non uguale agli altri. L’azzurro si faceva argento e poi viola, bianco, rosso e verde, indaco, altri nascevano spontanei, si assemblavano e si sviluppavano in uno spettro indefinito. Lanaggioto, si lanciava in un volo rasente l’acqua, in un tuffo senza respiro fino a toccare il profondo solco del fondo marino, si rifugiava in una mano immensa, e raccoglieva recondite sensazioni, espressioni innaturali che gli occhi non riuscivano a trattenere. Le cale si susseguivano per racimolare una quantità di pesce sufficiente, in una gara contro il tempo. L’incontenibilità dell’emozione, a sera si avvitò su se stessa e condusse lanaggioto nella realtà di un allontanamento all’insaputa di genitori e fratelli, e dal dolore si piegò fino a terra.
Un conto era il campo di calcio, i luoghi abituali di pesca, sotto l’occhio dei fratelli, coetanei, degli abitanti del villaggio, a portata di voce della mamma, tiranneggiata dalla sua ansia. La mancata presenza dai luoghi conosciuti, all’incontrario era identificata ad una scomparsa e la famiglia, spinta da pensieri pesanti, andava in fibrillazione.
Lanaggioto, una mattina, dunque si armò di coraggio e con circospezione, non poca fatica, riuscì a varare la barcuzza del padre ed andò a pesca di seppie, nelle vicinanze dello scarro ed a pochi metri dalla linea di costa.
L’acqua azzurrra, trasparente, era di una calmarìa che si offriva a berla. Lanaggioto, dall’alto della barca, vedeva la ghiaia del fondo ed i pesci nuotare, giuocare, rincorrersi in libertà che il desiderio della pesca era oltrepassato dal godimento del paesaggio. Lanaggioto, dunque non aveva bisogno dello specchio che usano i pescatori per questo tipo di pesca. Le seppie erano ferme, adagiate sul fondo, erano belle, grasse e forse depositavano le uova ed allora calò l’ontru. Il cilindro di piombo con l’esca avvolta intorno, con alla base la crocchia di ami rivolta in alto, scese lentamente e si fermò nel mezzo del loro accampamento.
Una seppia, allungò la chela a tastare l’esca e lanaggioto pensò che fosse stanca ed aspettasse che fosse tirata in barca, dunque tirò l’ontru verso la barca con un colpo dosato agganciandola alla ranfa. La chela infilzata, resistette e la issò in barca e ricalò l’ontru ripromettendosi di essere più accorto, di non essere precipitoso, di aspettare che la seppia potesse essere infilzata negli ami anche con le chele più corte, più robuste che quella lunga e più debole e ne pescò un’altra. La seppia tentò più volte di sganciarsi. Il pescatore aveva preso le giuste misure e gli risultò impossibile svincolarsi e pescò la terza.
La gioia della pesca si scontrò con la paura che il padre potesse sorpenderlo in acqua con la barca. La seconda ne uscì vittoriosa e lo riportò allo scarro. Lanaggioto, dunque sistemata la barca in secca e nello stesso identico modo di come l’aveva presa, mise nel secchio le seppie, si tolse gli occhiali e scese sulla riva e con le mani a coppa e si bagnò la faccia. Il cato con le seppie in mano, dunque corse a casa e quasi gridando che dall’emozione la voce non gli usciva, le consegnò alla nonna che li raccolse con un gran sorriso.
Lanaggioto, ormai con il cipiglio del pescatore, alla richiesta di Quinto di fare una barchiata, una passeggiata con le amiche universitarie, sorpreso, insidiato, non ebbe la forza di dirgli di no, prese coraggio ed accettò superando la paura del padre.

L’escursione allo scoglio di Patti, fu per lanaggioto, una sorpresa unica. La barcuzza si dondolava fascinosa quasi a lambire la barriera creata da una colonia di celenterati, quasi amoreggiasse con lo scoglio. Le onde che si alzano e cadono, accarezzano i piedi, spinte da un grazioso venticello, davano la sensazione di un tenero bacio con la primavera che fiorisce e spruzza di luce l’amore che stava nascosto nell’oscurità.
Lanaggioto, dunque con la barcuzza, carica all’inverosimile delle ragazze di San Piero Patti, trasportava la brigata verso riva. Lanaggioto alla voga e Quinto all’intrattenimento, la compagnia godeva dell’allegria e della bellezza di un pomeriggio di mare calmo, dirigendosi verso l’aria profumata degli scogli della Gargana che si nascondono sotto la superficie dell’acqua.
Il passaggio di un motoscafo, trasformò il mare piatto in onde minacciose.
La barcuzza ondeggiò paurosamente e le ragazze che in buona parte non sapevano nuotare, si trasformarono in scomposte figure urlanti. Quinto che si era speso con successo nel canto e nelle imitazioni, vuoi per la stanchezza, per l’oscurità che scendeva sulla spiaggia, spaventato scoppiò in lacrime. La passeggiata stava per prendere una china pericolosa. La barcuzza aveva perso il suo ritmo e sotto la spinta delle onde navigava disordinatamente incutendo paura alle ragazze che tentavano di sfuggire al pericolo adottando un comportamento disordinato. Lanaggioto, tentava di governare la barcuzza, assecondando le onde, sorridendo e richiamando alla calma le ragazze nell’intento di tranquillizzarle. Quinto, con gli occhi fuori dalle orbite, incita Lanaggioto ai remi, ad essere forte, invita le amiche a non muoversi, a stare ferme ed in silenzio che le onde sarebbero ritornate alla bonaccia, avrebbero ripreso il loro ritmo naturale, e la navigazione sarebbe ripresa senza altre turbolenze e sbarcati che la riva era vicina.
Quinto con le mani avvinghiate al banco, alla tavola che trasversalmente divide la poppa dalla prua, dunque scivola in ginocchio e con gli occhi inondati di lacrime, si rivolge alla Madonna del Tindari, invocando la sua protezione.
Lo sbarco sulla spiaggia, sciolse d’incanto ogni paura e la cordata superò a gambe in spalla la risacca, lasciandosi cadere esanime, sulla rena.
Lanaggioto, sollevato s’allontananò con la barcuzza verso lo scarro. Quinto e le ragzze, salirono a bordo del pulmino posteggiato ai margini della strada e s’allontanarono lentamente.
Lanaggioto, comunque rimase impigliato in quel pomeriggio con Quinto e le ragazze e per molti anni, non riuscì a vincere la puara. La brutta esperienza, è una ferita che malvagiamente gli affiora imbrigliandogli i filamenti del cervello. Ha cercato di gestirla, credeva d’averla superata, girando l’angolo, l’ha incontrata, era in agguato ed allora ha preferito trascorrere i pomeriggi all’ombra del pino di Ciccio Spinella, sdraiarsi nell’erba profumata ad osservare una miriade d’insetti, farfalline, volare da un fiore all’altro, correre nel campetto e con i coetanei, prendere a calci un pallone, evitando di andare in spiaggia ed a sera con il buio che nasconde la palla, ritornare a casa, sudato fino alle mutande.
Lanaggioto, ha accatastato la paura prodotta dalla società, negli anni ha tentato di tenerla sotto controllo per non soccombere agli altri, comunque ha compreso che ogni evento è diverso ed ha bisogno di una lenta stagionatura.
Lanaggioto, in qualsiasi circostanza, ha avuto rispetto della propria esistenza. Ha sentito la sicurezza venirgli meno, ha saputo riprendere le redini in mano, non ha lasciato che la coscienza andasse in fuga ed ha vinto le minacce.
Lanaggioto non è un pescatore, andando dietro il nonno Francesco, il papà, ha imparato a manovrare i remi al ritmo delle onde. Il mare è una distesa che non si può imbrigliare.
L’eco della tramontana è minaccioso, le onde s’infrangono sugli scogli, sbattono sulla battigia, oltrepassano la rocca, sradicano qualche cespuglio che esce a sorpresa riempiendo l’aria di una miriade di goccioline. L’uomo è impotente, ha bisogno di assecondare la natura, godere della sua bellezza ed allora lanaggioto raggiunge la Funtanenna, beve una buccata, un sorso d’acqua leggera, minerale, inclinando la testa nella conca scavata nella roccia, sotto il tubicino di zinco ed estasiato attraversa e raggiunge il pilastro della galleria artificiale ed osserva le onde che s’alzano e con violenza s’infrangono sugli scogli di Boi fino a Calavà e li rincorre nella baia oltre il traforo e li vede ingobbite rumoreggiare e precipitare allargandosi sulla battigia in una immensa carezza.
Lanaggioto, ha raccolto i brividi che gli corrono sulla pelle, le sensazioni spettacolari e ritrova il coraggio che la società gli toglie. Il maestrale che urla, l’inverno con il suo ritmo alterno, sono la memoria di un’infanzia in lotta, nella volontà di crescere con un domani carico di promesse e si addormenta con a fianco la speranza.

IL VILLAGGIO DI PESCATORI

I pescatori del villaggio di San giorgio, col secolo scampato alla diceria, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno cantando litanie alla Madonna ed al Santo Patrono.

Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, appesantiti dal bisogno di sopravvivere, hanno persorso gli anni rincorrendo l’evoluzione delle stagioni, aspettando la tonnara.
La loro indole, consta di una leggera alterazione e si accompagnano l’uno all’altro in un legame perverso con la proprietà di avvicinarli ed allontanarli seza portarli a collidere. La loro caratteristica è la sonnolenza, e così percorrono strade e traverse, piazze e torrenti, in silenzio corteggiano le case, e sopravvivono al presente.
Il muro sul quale corre la strada ferrata, attraversa e divide a metà il villaggio tenendo a monte i contadini che coltivano le terre e badano alle besti, ed i pescatori a mare con le barche ed i mestieri.
La Baronia, dispensatrice di lavoro, con i loro palazzi distribuiti sul territorio secondo un disegno preordinato, mantiene sotto un pedissequo controllo, le terre e gli uomini con le bestie ed i mestieri.
La strada statale, costeggia i rilievi collinari allontanandosi ed avvicinandosi al mare.
I pescatori, chiusi nello specchio d’acqua, in balia del clima e del mare, non hanno alcuna sussistenza, una pur minima certezza nel domani.
I contadini all’incontrario, a prescindere dall’andamento delle stagioni, hanno di che mangiare e dunque sono ritenuti dei privilegiati.
I pescatori, insomma in una rivalsa insensata, hanno dichiarato guerra ai contadini e sfogano su di essi la loro miseria. L’avversione è tale che li hanno soprannominati Vinnani, denominando allo stesso modo, la strada sulla quale insistono le loro case e non soddisfatti, gli hanno interdetta la discesa a mare.

I pescatori, escono di casa con il passaggio del treno merci, alle quattro del mattino, con buumula e quartari, cati ed ogni altro tipo di recipiente che adagiano in fila da sinistra verso destra, intorno alla conca della fontana, per la raccolta dell’acqua, e vanno a pescare, arrabbattandosi con i conzi, le nasse, la sciabica, con la pesca costiera, in attesa della stagione della riproduzione dei tonni.
Palazzo della Baronia, situato nel centro del villaggio con a destra piazza Ravel ed a sinistra la chiesa, è la residenza stagionale per la pesca del tonno ed è accudito e mantenuto in ordine per ogni occasione, dalle fidate cameriere. I pescatori del borgo di San Giorgio, guardano il Palazzo con speranza, seguono con interesse i movimenti che in esso si sviluppano. La tonnara è la mamma di ogni pescatore e senza l’imbarco sono perduti.
I coloni, approviggionano la residenza con la raccolta dell’ortofrutta e con i cani a seguito, girano per la proprietà. La guardia è serrata, implacabile ma non sempre riescono ad impedire ai pescatori di alleggerire i morsi della fame ed ai contadini a giornata di non appropriarsi di qualche prodotto della terra.
I pescatori, con la camicia ed i pantaloni rattoppati, legati alla cinta con una cordicella che comunque non riusciva a mantenerli a debita distanza dalle ginocchia, con la cicca della sigaretta incuneata nell’orecchio destro, tiravano la cunnana, spalle alla muntagna.
Il principio di dividere che ha contraddistinto nei secoli il potere, ha reso gli abitanti di San Giorgio, figuranti della propria esistenza, e con la speranza di racimolare un privilegio, si spiano a vicenda, insomma le case di destra sono invise a quelle di sinistra, nella stessa traversa la dignità è diversa.
Il borgo, diviso per fazioni, convive con un equilibrio che sfugge alla ragione.
I pescivendoli, gli Squamani ed il Rais, sostenevano la proprietà dei mestieri, insomma erano un’unica corporazione che pesava sulla miseria dei pescatori.
I pescatori privati del diritto di uomini, camminano per la spiaggia, il prato, con il basco in mano e la coscienza appesa alle nuvole.
Il potere, usa contadini e pescatori a guisa d’attrezzi di lavoro. La mancanza di coraggio è una grave colpa, di dignità, il basco in mano, pronti al Voscenza Binidica.
Il Villaggio di San Giorgio, con il giogo della Baronia sulle spalle, non si è distratto neanche in un gesto naturale ed ha preso la forma di un grande sacco nel quale alla bisogna, il potere può pescare a piacimento.
La Baronia, con le redini in mano, detta le regole degli abitanti del villaggio, osserva col binocolo i pescatori sulla spiaggia, in barca sul mare ed ascolta il canto dei contadini che faticano sotto il sole, si riparano nella baracca degli attrezzi, nella stalla con le bestie, dai rigori dell’inverno.

La montagna, seguiva l’astro nel cielo che l’oltrepassava e non comprendeva che non era lui a proseguire ma lei ad andarsene, allontanarsi coinvolta nel moto rotatorio.
Il sole, osservando il sistema del pianeta che girava, scavalcava la ferrovia ed il giardino di alberi da frutta ornamentali e rivolto verso il mare, profondeva sul palazzo pennellate di luce di incomparabile bellezza, dipingendo di splendidi colori i vetri smerigliati della finestra a nicchia che si apriva sull’androne.
Le Nobildonne del Casato con il Cavaliere, il portone di legno ed il cancello di ferro, l’uno accostato verso l’interno e l’altro al muro portante, seduti in enormi sedie di legno impagliate di zammara verdognola, trascorrevano i pomeriggi, celiando, sorseggiando spremute d’arance raccolte nella villa, dolcemente accarezzati dai colori del tramonto, protetti dai guardiani di terra che simili a cani azzannavano chi s’avvicinava, perfino i ragazzi che sfuggita loro la palla dal campo di calcio che comprendeva anche la strada oltre i pini nani nel piazzale del Palazzo, cercavano di raccatarla per continuare il giuoco.

I pescatori del villaggio di San giorgio, schiavi della miseria e della sopraffazione, dalle provocazioni e dall’arroganza della corporazione degli Squamani, non riuscivano ad alzare la testa ed ogni tentativo di sollevarli aveva i giorni contati.
Il bene della comunità, il raggiungimento di un obiettivo comune, era inficiato dalla mancaza di coraggio e dalla cura del proprio orticello.

LA TONNARA DI SAN GIORGIO
L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la podestà del Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.
L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, comunque non portò alcun sollievo ai tonnaroti che per questo dicevano di lui che aveva a vucca monna, la bocca molle, mancia a du ganasci, mangia doppio del normale e non s’affuca mai, cioè inghiottiva con facilità, sfruttando i pescatori, circuendoli con l’arte delle belle promesse senza mai condere nulla di concreto.
La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi ed ogni altra attrezzatura, vennero messi a ricovero nei magazzini. La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fu demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rotta dei tonni, nella stagione della riproduzione.

Il Re Martino, al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la Tonnara, aveva diritto di calare.
Il Re Ferdinando, nel 1503 fregia Berengario Orioles del Titolo di Barone di San Giorgio.
Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote Baronia e Tonnara.
Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità al Comventi di San Francesco di Chiavari in Palermo, Fondo e Tonnara che nel 1751, cede a Cesare Mariano D’Amico.
L’anno 1775, la tonnara torna a calare nell’antico sito ad Ovest della pietra Gargana.

La tonnara, constava della sola camera della morte ove si compiva la mattanza ed era legata alla terra ferma, da u n masso di sabbia e ghiaia, semiaffossato nella spiaggia.
La tonnara di San Giorgio, con l’inscatolamento di parte del tonno, ha caratterizzato per quasi un Millennio, il villaggio di pescatori, rendendolo uno dei siti più famosi.

La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di calare ed è rimessa a dimora. Il Casato l’ha relegata dietro le immense porte di legno dei magazzini e si è spenta nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiano con la risacca consumando la sua storia nel mormorio gioioso dei granelli.
Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in burrasca che aveva eroso la strada ed avanzato nel giardino di agrumi di Don Nunzio ed addirittura minacciato la strada ferrata, raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni colorate e ritornava sull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tante candele votive messe sotto la pancia del drago.
Il Santo guerriero, esautorato del potere e con le vestigia affumicate, addirittura rese a diceria, insomma non era più in grado di offrire alcun miracolo ai pescatori del villaggio. La generazione che avanzava, chiedeva un domani diverso, un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, dunque spinse i genitori ad armarsi del coraggio che gli era mancato in gioventù e li costrinse ad emigrare.
La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circa dieci anni dopo, ha usufruito di un finanziamento pubblico, tirata fuori e calata.
Lanaggioto, ha visto nella ripresa di questa attività, uno sfratto, il varo di un grande progretto speculativo. La Spedilitica, insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del villaggio di San giorgio.
La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi che assolto il servizio militare, disoccupati aspettavano il primo treno buono per seguire la rotta dell’emigrazione.

La guida fu affidata al suttarasi Carmelo, fratello del Rais Rosario Salmeri detto Mau.
Il Suttarasi Carmelo Salmeri, insomma dal ponte di comando del Palischermo San Francesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.
I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale raccolto, navigarono verso mari più prosperosi.
La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.
Gli immobili, caduti in mano alla Spedilitica che naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela, si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli.
La politica, ha indossato i vestiti dell’impresa edile, e la speculazione ha stuprato il villaggio.
Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi che non stavano in acqua.
I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.
Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della tecnica.
Il progresso avanzava e quel che rappresentva il vecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.

La Spedilitica, entrata in possesso di ogni spazio, ha costruito liberamente, scavalcando le regole, demolendo la storia dei pescatori di San Giorgio.
Lanaggioto, in visita al villaggio, offeso mortificato, correva a salutare le barche, i palischermi che scomparivano nelle spine e nella sabbia, incitandoli a resistere, chiamandoli per nome, non riuscendo a credere che una storia millenaria potesse perdere la dignità e correva alla Cabanenna, Muciara, Burdunaru, Caiccu, Uzzittu, san Franciscu, San Giorgio, Santa Flavia, cadendo in ginocchio esausto, e rivolto alla rocca del Tindari nella quale insisteva l’antica chiesa sulla quale è stata costruita la cattedrale di marmo, con la voce rauca gridava, ridammi la mia infanzia.
Il villaggio di San Giorgio, ospitava una gara a carattere regionale di Gokart, la prima organizzata nel borgo.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, adibiti a palcoscenico per gli eventi estivi, ad un tratto cominciarono a mandare da sotto la carena, un sottile fumo bianco. Le grida di Salvatore Salmeri, il figlio di Maria Lo Presti e Pippo, impegnati a lavorare nella pizzeria Number One di Rocco, sfuggendo alla zia Lucia che l’aveva in consegna, che tentativa di allertare del pericolo gli adulti, non sortirono al cun effetto, anzi furono ritenute il capriccio di un ragazzino irrequieto e Stefano La Rosa che aveva posizionato le balle di fieno lungo il circuito, chiuse l’allarme buttandovi alcune manciate di sabbia.
I Palischermi della tonnara, appaiati sotto la Cattolica, covavano un leggero, incompresnibile attentato.
Una mano invisibile, con accortezza e spregiudicatezza, nel disinteresse generale, sottacendo l’inquietitudine di Salvatore, stava mandando in fumo i resti di una storia millenaria.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, nello svolgere della competizione, svilupparono il fuoco. L’oscurità della sera, mostrò al cielo le lingue devastatrici, e la nottata fu illuminata da un enorme falò.
L’alba accolse le autobotti dei Vigili del fuoco a spegnere gli ultimi bagliori che si levavano dai palischermi che per un tempo immemorabile avevano resistito alle più terribili intemperie.
La Spedilitica, la società di politica ed edilizia, aveva messo le mani sul villaggio di San Giorgio trasformamdo il borgo di pescatori, in un cantiere a cielo aperto, senza rispetto delle leggi che regolano lo sviluppo urbanistico e la tutela paesaggistica di ogni agglomerato civile.
Il Santo Patrono del villaggio di pescatori, San giorgio, abbagliato dalle pietre colorate del mosaico che lo incorniciano, con la spada lanciata sulla testa del dragone ed il cavallo che recalcitra sulle ginocchia, non ha tentato neanche un abbozzo di sana reazione.
La battaglia era volta alla vittoria del drago, dunque incapacitato, rimase assopito, contenuto in un insano riposo sulla facciata del bianco agglomerato turistico.

Le ancore del 1600, andarono ad ornare le ville di politici ed affaristi.
Lanaggioto, inorridito di fronte al saccheggio, chiamò alle armi il guerriero e si scagliò contro l’Ente preposto alla tutela del paesaggio e dell’ambiente. L’indifferenza, è un animale potente e per vincerla, i pallettoni od i bazooka, non sono efficaci.
La speculazione politico affaristica, dunque sconvolse le linee architettoniche e paesaggistice del villaggio con la realizzazione di alloggi turistici, seppellendo sotto colate di cemento ogni riferimento dell’antico borgo.

Gli abitanti di San Giorgio, confusi ai nuovi residenti, hanno perso visibilità, ne è rimasta la nomèa e della cultura marinara se n’è persa la memoria.
LO SCRITTORE ENNIO SALVO D’ANDRIA

La guerra aveva appena sbiadito i bollori di sangue e la gente piangendo i propri morti, cercava di sollevarsi dal dolore e dalla fame.
Il 1948 aveva introdotto nel paese la democrazia. Il nuovo sistema raccolto nei principi della Carta costituzionale, era legato con nodi trasversali al regime assolutistico appena sconfitto, dunque faticava parecchio ad affermarsi.
Gli uomini nominati a governare erano ancora impigliati nel vecchio metodo, dunque l’attività e la vita delle persone non riusciva a svolgersi liberamente.
Ennio Salvo, nato a Patti, ha seguito gli studi classici a Firenze ove si è occupato di bibliografia ed antiquariato del libro.
Ennio Salvo D’Andria è scrittore, poeta e pittore. Le sue opere pittoriche, non scaturiscono dall’uso del pennello. La penna Bich, delinea i tratti ed i colori dei suoi quadri. Le opere esposte, attraversano la realtà e descrivono viaggi in territori e spazi oltre il nostro pianeta e creano visioni surreali.
Lanaggioto, non riesce a staccarne lo sguardo e viaggia attraverso le sue figure, quel mondo e si solleva uscendo dal presente e dalla quotidianità del borgo.
La libertà e la bellezza, cantano canzoni misteriose che oltrepassano il confine divisorio creato dal potere sopraffattore per mantenere l’uomo asservito.
Ennio Salvo ha la passione per la politica ed il Partito Socialista Democratico lo nomina segretario della sezione di San Giorgio.
L’impegno di Ennio Salvo è di trasformare il villaggio di pescatori e dare loro una visione del futuro meno disperata, più serena.
Ennio Salvo, intende sottrarre la bellezza del borgo marinaro, dalle mani di persone bieche e saccenti, che amministrano con la mente obnubilata.
Il dispensatore di lavoro, usa contadini e pescatori, a guisa d’attrezzi. Il suo programma, dunque è una lotta contro l’inciviltà e la barbarie, è dare dignità ai lavoratori e lavora con lena al suo riscatto.
Ennio Salvo, per la sua barbetta bionda che gli incornicia il mento e per la sua cultura, è chiamato dagli abitanti di San Giorgio, Prufissuri Barbitta.
Il Professore Barbitta, ha assunto il nome d’arte, D’Andria con il quale nel 1939, ha dato alle stampe il romanzo I Picciotti di Gibilrossa, giudicato da Blasetti, la migliore opera di quegli anni ed ha vinto il Premio Nazionale per soggetti cinematografici. Ha inoltre pubblicato il romanzo Sicilia un giorno, edizione che è andata distrutta nell’alluvione dell’Arno.
Una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, ne ha scoperto una copia nella disponibilità della Biblioteca di Livorno.
Ennio Salvo D’Andria, è stato Direttore e Redattore Capo di Pandemonio ed altri giornali, di Agenzie di stampa e di Premi Oscar per la moda, dunque sono seguiti articoli politici su quotidiani Italiani e Stranieri, saggi e racconti.
Il Castello di Sammezzano in Toscana, è stata la sua residenza lavorativa. La terra natìa la cullava nel cuore ed ad Ella tendeva per darle l’onore che meritava.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, per la comunità dei pescatori di San Giorgio, semianalfabeti, attrezzi da lavoro, era la fonte politica e culturale.
Il suo carisma umano e culturale, attrae i giovani e ne raccoglie parecchi, e riesce a seminare nella coscienza di alcuni, il valore della dignità ed il principio della libertà.
Il fascismo aveva intimorito gli animi, privandoli della libertà, la Democrazia Cristiana aveva sbiancato la camicia nera e vi aveva attaccato la croce piegando la ragione nel confessionale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, sotto il simbolo del Partito Socialista Democratico, con il suo insegnamento, seppure con indicibile fatica, era riuscito ad infondere nei pescatori, il necessario coraggio a lottare per i diritti ed il proprio benessere.
Le sue parole, il loro significato profondo, avevano penetrato la scorza dell’ignoranza.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, era riuscito ad ottenere la Delegazione Comunale, la firma per la Costruzione del Cimitero e la costituzione della Cooperativa.

IL CIMITERO DI SAN GIORGIO
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, non avevano nel proprio territorio, un luogo consacrato per seppellire i loro morti e dunque erano costretti a trasportarli nel Comune di Gioiosa Marea al quale erano stati sottoposti che dista circa otto, dieci chilometri.
La distanza non creava nocumento, il pericolo era insito nel vento di tramontana che nel periodo invernale spazza con veemenza inusitata, la strada. Il traforo di Capo Calavà che divide la comunità di San giorgio dal comune di gioiosa Marea, si trasformava in un inferno ed impediva l’attraversamento. I pescatori di San Giorgio, a piedi e con la cassa in spalla, erano imnpediti a percorrerla, rischiavano che il vento li precipitasse sugli scogli sottostanti, dunque erano costretti a trattenere in casa, a volte anche oltre cinque giorni, il caro estinto.
La costruzione del Cimitero nel territorio del villaggio di San Giorgio, dunque era una necessità, un’urgenza non procrastinabile, all’incontrario gli Amministratori di Gioiosa Marea, non la ritenevano un’opera primaria.
I Signori Amministratori, incarogniti nel potere, respingevano qualsiasi approccio e rifiutavano perfino l’ascolto. I bisogni dei pescatori di San Giorgio, evidentemente non rientravano nei doveri dell’Amministrazione comunale ed erano scartati e mandati al macero.
I pescatori di San Giorgio, riscontrata infruttuosa, inutile l’ennesima domanda, mortificati nella dignità di cittadini, costituirono un comitato di lotta.
L’anno 1948, i componenti del comitato, un gruppo di pescatori in maggioranza giovani, guidati dallo scrittore Ennio Salvo D’Andria, intenzionati ad eliminare il rischio corso, con l’estinto nella bara in spalla, di volare sugli scogli in mare a causa del vento di tramontana, occuparono un fazzoletto di terra brulla, incolta, sulla ripida collina in contrada Cicero di proprietà del Barone Ruffo, con la determinazione di usarla per costruire il Cimitero di San Giorgio.
Il villaggio di San Giorgio, non avrebbe più trasportato i propri morti nel Cimitero di Gioiosa Marea. Gli abitanti del villaggio di pescatori, avrebbero dato degna sepoltura ai morti, nel proprio territorio.
La morte di Rosaria Bertuccelli, ne propiziò l’occupazione e la bara con la morta fu sepolta nella fossa scavata all’ombra di un castagno, prendendo concretamente possesso del terreno.

La Baronia, allertata dalla corporazione degli Squamani, sollecitò l’Amministrazione comunale di Gioiosa Marea che interessò le Autorità militari che comandarono l’intervento della forza pubblica sulla proprietà.
L’Autorità Militare, accorsa immediatamente in loco, constatata la situazione, intimò ai rivoltosi di uscire dalla proprietà e trasportare la morta nel cimitero del comune di Gioiosa Marea.
L’occupazione della collina, inclinava l’equilibrio delle classi, significava porre in discussione la proprietà privata e l’effetto poteva essere disastroso.
L’Autorità dello Stato, doveva ripristinare il principio della proprietà privata, che la distanza della testa con le braccia, non poteva essere accorciata, insomma riporre le chiavi nella tasca del Padrone.
Un manipolo di pescatori, non poteva mettere in discussione, il potere costituito.
Il potere dello stato, con la fascia a lutto sul braccio sotto la camicia, era ancora munito della necessaria spietatezza per usare la forza delle armi e riportare l’ordine.
I pescatori del borgo di San Giorgio, con le barche in acqua a remare, gli attrezzi a pescare e tirare, erano con le orecchie rivolte alle correnti che scendevano dalla montagna, stavano allerta.
Il Presidio sulla collina, era vigile giorno e notte, manteneva senza distrarsi, sotto controllo il territorio.
I Delatori, al soldo del potere, non lasciano nulla al caso, sono all’opera per dividere, iniettare timore e paura nelle famiglie e nella comunità.
La corporazione degli Squamani, è una squadra bene addestrata a questo tipio di servizio, è uno specialista professionista e sa corrodere le componenti più deboli, altrimenti non sarebbero che dei vigliacchi.
La faccia avvolta in una maschera incolore, tramano, lanciano mazzi di ortiche e camminano rasente i muri, origliano dietro le porte e le finestre, non lasciano traccia, sono visibili per il loro odore nauseabondo di vomito e di fogna.
Tindaro Agati, posto a guardia sulla collina, lanciò l’allarme con la Brogna. Il suono diffuso dalla conchiglia marina, colse i pescatori sulla spiaggia a pescare con la sciabica. Le forze dell’ordine, armati fino ai denti, si dirigevano vereso la collina. I ragazzi del comitato, lasciarono i mestieri, ed accorsero a difendere la fossa con la morta nella cassa sotto il castagno. La conquista dei diritti ha bisogno di coraggio. La dignità di una popolazione, non si compra al supermercato.
La barca a tirare, la sciabica in acqua, in mano agli anziani, i pescatori, corsero verso la collina.
I corpi bruciati dal sole e dal sale, affamati di rispetto, con determinazione, a piedi imboccarono il torrente del ponte di ferro.
Il letto di ciotoli e pietre che costeggia il vigneto della Baronia a sinistra e le terre con l’uliveto a destra, accompagnò i pescatori dal mare fino alla collina, al suono di alcune spontanee, sporadiche bestemmie che la vallata confuse con i versi dei volatili stanziali e di qualche uccellaceo di passaggio che aveva trovato molto accattivante la località e si era ritagliato uno spazio.
L’arrivo sulla collina, dei Carabinieri della Tenenza di Patti, trovò i pescatori schierati a difesa della bara con in prima linea, Nunziatina Russo, la figlia della morta.
Gli uomini in divisa, comandati da uno Stato che seppure costretto a dismetterla, indossava sotto la pelle, la camicia nera, non riusciva ad accettare l’atteggiamento ribelle dei pescatori. La lotta per la costruzione del cimitero di San Giorgio, era un diritto sacrosanto. Lo stato alimentato da un moto di rivalsa sper la sconfitta subita, non ammetteva cedimenti.
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio che inizialmente si erano mobilitati a fianco dei pescatori del comitato, alla vista dei Carabinieri in armi, erano fuggiti a gambe levate.
Le forze dell’ordine, comandati a riprendere possesso della proprietà privata, erano determinati.
La lotta del comitato dei pescatori sulla collina brulla, accerchiati dai Carabilieri, con il moschetto puntato in faccia ed il colpo in canna, era impari.
I Carabinieri, minacciavano i pescatori di sparare se non avessero liberato la terra della loro presenza. I pescatori del comitato, non retrocedevano, la loro resistenza rasentava l’incoscienza.
Il loro coraggio è un atto di nobiltà che la società coglie in un numero sempre più ristretto di uomini che sistematicamente sono definiti dei folli.
I pescatori del comitato, senza la richiesta di alcun profitto personale, s’immolarono per servire il bene comune.
I pescatori del comitato, in compagnia della figlia sulla cassa della madre morta, abbandonati a se stessi, incalzati dai continui assalti dei Carabinieri, non arretrarono di un passo, resistettero senza mostrare alcun tentennamento. Il giorno con la lingua penzolone e la testa in fiamme, dunque si allontanò, uscì dai confini in lotta e dallo spazio intorno ed lasciò entrare il buio. La notte infarcita di tanta precarietà, si era llungata sulla collina nascondendo le facce arrossate, le labbra secche dei pescatori e l’indomani sarebbe venuto ancora più carico di preoccupazione. La prospettiva non era buona e dunque ognuno si preparava ad affrontare un altro giorno di guerra, senonchè la trattativa si offrì ad accogliere il diritto dei pescatori di San Giorgio per avere la facoltà di costruire su quel terreno il camposanto per i cari estinti del villaggio.
Gli uomini in divisa, dunque disabilitarono le armi e gli fu ordinato di mettersi a riposo.
Il comitato di pescatori, insomma aveva conquistato il diritto di costruire sulla collina, il cimitero di San Giorgio.
Il Cimitero del comune di Gioiosa Marea, non avrebbe più messo a dimora un abitante di San Giorgio. L’ostracismo che colpiva i suoi abitanti a prendere posto per il riposo eterno fuori dal suo territorio era stato abrogato.
Il Comitato di pescatori, furono indagati e sottoposti al rigore della legge.
Il diritto doveva risarcire la legge del padrone e la vendetta prese posizione.
La costruzione del cimitero, richiese agli Amministratori comunali, una lunga vacatio. L’applicazione dell’accordo risultò di una travagliata metabolizzazione. La sua realizzazione impiegò circa dieci anni e qualche tempo dopo, l’ala sud di sinistra, franò nel torrente. La ricostruzione, influenzata dalla politica, poisizionò le bare in loculi diversi dagli originari e Francesco accordino e Canforea Santa, ascesero miracolosamente ai piani alti lasciando il loro posto a defunti con la parentela allocata nella parte del potere in vigore.
I componenti del comitato, indagati furono costretti a sostenere i vari gradi di giudizio con spese legali che per le scarse risorse dei pescatori, erano insostenibili. Il resto degli abitranti di San Giorgio, si rifugiò nel bisogno personale. L’indifferenza avrebbe raggiunto il colmo se non fossero intervenuti gli emigrati con un sostanzioso contributo.
Il processo, alla fine dei vari gradi di giudizio, condannò a pene variabili ed amministiati i componenti del comitato, dunque successivamente riabilitati.

LA COOPERATIVA GIUSEPPE ACCORDINO

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, costituì la cooperativa Giuseppe Accordino, intendendo sollevare dalla miseria, i pescatori di San Giorgio.
La cooperativa fu denominata a Giuseppe Accordino per onorare la memoria del Marò disperso in guerra, figlio di Francesco e Santa Canfora.
I pescatori iscritti nella cooperativa Giuseppe Accordino, per prima nella provincia di Messina, aveva ottenuto gli assegni familiari ed era previsto l’acquisto di pescherecci per assicurare loro un lavoro tutto l’anno.
La cooperativa Giuseppe Accordino, con la sua a ttività avrebbe spezzato il nodo che teneva legati per il collo, i pescatori ai pescivendoli.
Gli Squamani ritenevano che il pesce pescato gli fosse dovuto e senza fare il prezzo, lo caricavano sui mezzi e lo depositavano in magazzino per la vendita.
Gli Squamani, dunque secondo la loro benevolenza, con comodo, determinavano il prezzo del pesce.
I pescatori, detratta la spesa dell’esca, tolta la parte della barca, del mestiere, insomma per fare il conto, non avevano bisogno di ricorrere alla carta gialla che usava l’esercente Carmelina Piraino per avvolgere pane e pasta, né della matitona del falegname Turi Buzzanca che usava per scrivere le misure e squadrare il legno da segare per costruire porte, finestre e tavoli.
Il Marò Peppino, era il secondo dei fratelli Accordino. Il primogenito era Carmelo, il padre del’lanaggioto.
La guerra è una ffare per gli Industriali ed i Governanti che si servono dei figli del popolo, per sopraffare altri simili, gloriarsi della vittoria ed acqusire potere e ricchezza.
Il Marò Peppino, chiamato in guerra, lasciò il villaggio, la pesca, le avventure amorose e con gli anni carichi di vigore e di speranza, partì a servire la patria.
Santa Canfora, nella sua casacca nera, aspettò che il figlio disperso in guerra, tornasse a casa.
La speranza che il secondogenito fosse vivo era uspportata dalle zingare che bivacchiavano sul marciapiede, davanti la porta di casa.
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La madre del’lanaggioto, Francesca detta Gina, osò contrastarle
La battaglia, sembrava averle allontanate. L’effetto durava qualche giorno. La petulanza delle donne e la debolezza di nonna Santa, le riportava sulla soglia.
Un amadre non si rassegna alla perdita del proprio figlio e raccoglie ogni notizia, la coltiva e si culla in essa per non morire disperata. Un a polmonite, in età avanzata, con il respiro le tolse l’ultima speranza.
I Riatteri, ovvero i pescivendoli Puglia, Garito detto Salera, Cicirello, Barbera, tenevano i pescatori con il collo nel cappio del bisogno, della necessità di sbarcare il lunario.

La corporazione dei pescivendoli, gli Squamani con depositi e punti vendita, conducevano a piacimento l’acquisto del pesce.
I pescatori di San giorgio, dunque erano loro ostaggi.
Gli erano debitori dell’esca e dei Mestieri non erano padroni, insomma non avevano alcuna capacità di contrattazione.
La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, era sotto i mestieri gestiti da Calogero Pancheri ch’era il capo barca dei padroni.
La marineria contava una ciurma numerosa e dal cianciolo alla sciabica, pescava per conto del Rais Rosario Salmeri detto Mau, del fratello Carmelo e della corporazione dei pescivendoli. Gli Squamani ed il Rais erano collegati con la Baronia che manteneva in mano le redini del villaggio di pescatori.
Il pescatore Francesco Accordino, era padrone di barca e calava conzi e nasse.
Il nonno del’lanaggioto, dunque pescava per conto proprio e mal sopportava l’arroganza dei pescivendoli, arrivando addirittura a ritirare il pesce pescato messo in vendita sulla pista. Gli Squamani senza alcuna concorrenza, avevano lanciato il prezzo al massimo ribasso. L’offerta mancava di rispetto, era un affronto alla dignità del lavoro. Francesco Accordino inoltre non accettava l’incognita di ricevere la somma, alle calende greche. Il tempo di pagamento, veniva talmente dilatato che superava la decenza della conta dei numeri.
La cooperativa Giuseppe Accordino, l’istituto appena nato, sarebbe stata la casa dei pescatori del villaggio. I pescatori di san Giorgio, si sarebbero liberati del pesante fardello imposto dagli Squamani. La grande speranza di spiccare il volo verso la libertà, però rimase stampata sulla carta. I pescatori, impauriti dagli Squamani, recedettero dal loro impegno e la cooperativa senza la loro forza, esaurì la propria attività. La pista restava senza pesce ed i più coraggiosi che lo mettevano in vendita, non ricevevano alcuna offerta. Gli Squamani non compravano ed il pesce andava perduto. La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, intimiditi, hanno preferito distruggere il lavoro svolto dal Professore Ennio salvo D’andria e consegnare il proprio futuro nelle mani dei Padroni. La cooperativa, rimasta senza coraggio, non serviva i pescatori. Il sogno dei pescatori di San Giorgio, schiacciato nelle murate delle barche, nelle mura degli orti, cadde nei pozzi e si estinse.
I pescatori di San Giorgio, andavano per mare e ne uscivano nella notte senza aver visto il giorno che li aveva accolti ed accompagnati. L’indifferenza era tale che neanche il verso di un corvo gli faceva alzare gli occhi al cielo.
Il giorno si svegliava per conto proprio e non era un richiamo per i pescatori di San Giorgio. Il loro passo era dettato dal clima. La scossa ad accelerare, arrivava con la stagione primaverile. La tonnara li svestiva dell’apatìa, iniettava in loro una vitalità diversa.
I pescatori di San Giorgio aspettavano la stagione della pesca del tonno per riconciliare l’andamento del resto dell’anno e ritornare a sperare.
La tonnara era la mamma e nella stagione che pescava, il villaggio si sollevava. La miseria, comunque restava nelle case. Le condizioni d’ingaggio avevano bisogno di essere rivalutate. La contrattazione in vigore andava rivista. Il trattamento economoco era divenuto insostenibile e quello umano degradante.
La Baronia, non rispondeva alle richieste di un adeguamento economico. Lo sciopero dei pescatori della Tonnara, dunque diventava sempre più pressante. Il sindacato era debole ed incerto, diviso, non dava affidamento.Alcuni esponenti, brigavano con la Baronia e cospiravano con gli Squamani minacciando ed intimorendo i pescatori.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ammaestrò i pescatori all’unità. La loro forza avrebbe determinato la vittoria. La battaglia economica per un slario adeguato, per la dignità dei lavoratori, per la serenità delle famiglie entrava nei diritti fondamentali di ogni essere umano. Lo scioperao aveva bisogno della massima determinazione. I pescatori della tonnara, i Tonnaroti non dovevano piegarsi alle minacce, le singole promesse non avevano carattere unitario, dunque andavano scartate. Il Professore Ennio Salvo D’Andria non si era risparmiato e quei pescatori senza istruzione, avevano compreso l’utilità dell’unità per portare fino in fondo la battaglia.
Lo sciopero dei pescatori della tonnra, ebbe un travaglio doloroso e causò molta sofferenza.
Il Professore Ennio salvo D’andria, fu accompagnato in questa impresa, dal sindacalista Messina. Gli altri del sindacato, denominati i difensori dei diritti dei lavoratori, a braccetto con gli Squamani, boicottavano lo sciopero e parteggiavano per la Baronia.
Il Padrone, istruito ed allenato a sostenere il proprio potere, non molla di un millimetro. Lasquadratura dell’intelligenza gli fa vedere il potere e non comprende che il risvolto, concedere qualcosa non è una debolezza, è un guadagno.
I pescatori della tonnara, i Tonnaroti, seppure sotto minaccia, armati del coraggio dell’unità del Professore Ennio Salvo D’Andria e del sindacalista Messina, s’imbarcarono nello sciopero. I pescatori più determinati, sostennero i vacillanti e convinsero gli altri della lotta per la rivendicazione ed assieme resistettero e non si fecero piegare dalle minacce ed acchiappare dalla paura. I pescatori della Tonnara, avevano scelto i diritti che distinguono l’uomo dalle bestie.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, conclusa la trattativa, assegnati gli emolumenti, sperò che questa lotta avesse contribuito a dare la speranza a quella gente, che fosse avvenuto in loro un cambiamento.
Il giro di boa non avvenne, la gioia della vittoria non superò la prova di civiltà. I pescatori di San Giorgio, dopo qualche passo, persero l’euforia e rientrarono nel recinto dell’ordine costituito, ritornarono sui propri passi e con il basco in mano si allinearono alla legge del padrone.
Il coraggio della dignità, passa per lo stomaco e capita spesso che a vincere è quest’ultimo anche se rimane comunque vuoto.
Il benessere dei pescatori di San Giorgio, cozzava con la testa della Baronia e con quella degli Squamani, dunque ripresero il cammino che gli era conosciuto. Chi ha vissuto camminando con il mento chino sul petto, pur avendo la possibilità di alzarlo non ci riesce e per salutare, automaticamente tira il basco dalla testa.
La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, ricusarono i compagni e senza vergogna rientrarono nei ranghi. Gli altri, i soliti quattro portatori sani di dignità, sbarcati dalla tonnara, furono costretti a trasferirsi in altri siti di pesca del tonno, emigrando in Calabria, Tripolitania od a cercarsi un altro lavoro in altri continenti, lasciando le loro famiglie e le loro case.
Il padre del’lanaggioto, Carmelo Accordino, si è portato sulle spalle, per molti, troppi anni, la macchia di scioperante che lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Il lavoro l’ha cercato e trovato, andava ovunque senza arrendersi alla sofferenza ed ai sacrifici e non gli è mai mancato mai.

Ogni uomo ha il suo prezzo soleva dire il Professore Ennio Salvo D’Andria, non celando nella voce una grande delusione.
L’Impegno profuso a favore dei pescatori di San Giorgio, non fu ritenuto meritevole. La maggioranza dei pescatori del villaggio di San Giorgio, nell’urna elettorale, preferì il partito Democratico Cristiano che sulla camicia nera portava la croce.
Il partito Socialdemocratico, non rientrava nella visione degli abitanti del villaggio di San giorgio, dunque seppure con grande dispiacere, andò a ricoprire l’incarico di Sindaco, nel comune di Oliveri.
Un borgo marinaro che nel 1948, era squallido al pari di San Giorgio, non aveva strade e fognature, né farmacia, né acqua.
“….E io aono lieto di avergli dedicato 7 anni di intensa attività a quel popolo eccezionale che ha meritato in pieno ogni mia premura. Ebbe a dire agli abitanti di San giorgio, il Professore Ennio Salvo D’Andria.
Ho fatto quel che dovevo ed ho mantenute le mie promesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di San giorgio lo contesta.
Voi però sapete che il mio paese è questo e che avrei preferito dedicare qui tutte le mie attività. Ma Voi, perdio! Me l’avete impedito! E poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciò che che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù. Non tutti certamente. Solo la maggioranza. E io ricordo ancora quelli che rimasero accanto a me recrimando quant’era accaduto.
Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con la corda, concluse il Professore Barbitta.

IL SOGNO SCHIACCIATO

La cooperativa Giuseppe Accordino, per lunghi anni mantenne sul prato, il simbolo della vergogna e della vigliaccheria. Il prato in faccia all’odierno Bar Capriccio, la Cartolibreria Senso Unico e la Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello, ospitava la pista. Un quadrato di cemento con due pali di legno eretti sul margine esterno, a circa tre, quattro metri dalla strada, con una corda di canapa legata in cima. Alcuni sparuti pescatori, non avevano dimenticato o capito in ritardo il lavoro del Professore Ennio Salvo D’andria, credevano ancora in quel sogno e per anni vi fecero riferimento.
I pescatori sognatori di dignità e ripsetto, non si erano arresi e dunque depositavano il pescato sull’incementato in attesa della contrattazione.
I pescivendoli Salvatore Pittari detto Balici e nino La Rosa, pur appartenendo alla casta degli Squamani, si differenziavano da loro, collocati ai margini tentavano la compravendita del pesce.
Gli Squamani planavano ai bordi della pista ed approfittando della debolezza economica di Salvatore Pittari e Nino La Rosa, iniziavano una gara di offese sottoponendoli a mortificazione, costringendoli alla rissa.
Salvatore Pittari e Nino La Rosa, dunque erano costretti a ritirarsi.
La loro forza economica ed organizzativa non gli permetteva neanche di litigare.

SALVATORE PITTARI detto BALICI
La carretta di Salvatore Balici, andava a forza di braccia, sotto l’acqua e contro il vento. Il clima non era mai clemente. Il portabagagli della bicicletta con alcune cassette di pesce azzurro, polpi e seppie, qualche altra specie che racimolava con la barcuzza con le rizzelle, la rete per la pesca sottocosta, una mano a tenere le cassette e l’altra sul manubrio, scalzo, con la camicia legata con un nodo sulla pancia abbondante, i pantaloni a mezza gamba, spingeva, arrancanto saliva lungo il margine di sinistra della strada a sfiorare il grosso fusto degli eucaliptus ntacchianata di Patti, offrendo a squarciagola, la sua merce, il pesce alle donne delle case di destra piuttosto che a quelle di sinistra ch’erano sparute.
Nino La Rosa, si recava a Librizzi in motociclo, a vendere il suo pesce che non si differiva molto da quello di Salvatore Balici.
Le peripezie che la quotidianità offriva loro, accomunati in un andare difficoltoso, su una strada accidentata, ha fatto pensare al’lanaggioto che a dichiararli fratelli gemelli, l’uno pieno, l’altro magro, di uguale e bassa statura, non era una stupidaggine.
Salvatore Pittari, più sanguigno, grintoso, con la responsabilità di una famiglia numerosa, non si arrendeva e lottava, cercava altri modi per non soccombere alle angherie di quei canazzi.
La bicicletta a fianco, accompagnato dal tintinnìo delle monetine nella tasca destra dei pantaloni scesi sotto pancia, osservava con curiosità il mare sottocosta.
Gli scogli, la spiaggia, la statale per Calavà erano i luoghi d’osservazione preferiti. Salvatore Balici, conosceva le abitudini, i rifugi dei pesci e cercava negli scogli, nelle insenature, aguzzava lo sguardo nell’acqua e con la memoria esaminava le strisce bianche, le macchie argentee, scure.
La bicicletta posteggiata dietro il deposito degli attrezzi, della casa cantoniera, sul lato meno esposto, che non fosse visibile dalla strada, con cautela scendeva il ripido viottolo fin sulla spiaggia, s’avvicinava alla battigia, lanciava in acqua qualche pietra, osservava l’effetto e ritornava in strada arrampicandosi comn mani e piedi.
Il fiato che gli penzolava per la lingua, s’allontanava verso la bicicletta, la inforcava e partiva.
Il nascondiglio non doveva essere distante, ritornava poco dopo ed era appesantito.
La prudenza di chi trasporta un carico pericoloso, con circospezione scendeva in piaggia, camminava, si fermava e si eclissava dietro una roccia.
Un’ultima occhiata nell’acqua, era il momento buono, innescava e correva, andava a velocità sostenuta, sembrava inverosimile, eppure quasi voleva, insomma era lontano quando lo scoppio della bomba sconvolgeva le aqcue del mare. Le braccia e le gambe in un sincronismo perfetto spingevano i remi nell’acqua e la barcuzza appariva nello specchio di mare con i pesci a galleggiare. La raccolta era veloce, un impegno meticoloso per evitare che i pesci, andassero a fondo e lavorava di gran lena con il coppo. Lo specchio a portata di mano cercava cefula, jaiuli, fin sotto lo scalino che affonda la spiaggia.
Un amattina che il buio chiudeva la strada, Salvatore Balici, inforcata la bicicletta, s’allontanò di casa. Le scarpe non erano un abbigliamento usuale nel suo abbigliamento, dunque non vederlo a piedi scalzi, era un avvenimento e la strada ancora addormentata, si svegliò di soprassalto e lanciò per aria terriccio ed acqua piovana ristangnante nella pozzanghera in faccia alla casa di Giuvanninu Palettunaru che usciva per andare in spiaggia a calare la scibica e che fu costretto per evitarla, a girare l’angolo velocemente, imprimendo al suo corpo piuttosto pesante, un’impossibile piroetta.
Il giorno trascorse per le donne di casa ntacchianata di Patti, senza sentire la voce di Salvatore Balici e acuendo l’udito, ascoltarono la strada chiedendosi dove fosse andato.
Nino La Rosa, di ritorno dal suo giro, si meravigliò che non l’avesse incontrato. Il pesce era poco e l’aveva venduto in fretta, non ci badò e proseguì. L’ora di pranzo era trascorsa e la famiglia, non vedendolo rincasare, non si preoccupò eccessivamente. A volte, rientrava a casa, scaricava dal portabagagli, le cassette vuote e ripartiva mancando il pranzo. Il suo arrivo, non passava inosservato, era comunque rumoroso. Le caratteristiche dissacratorie che lo accompagnavano spingendo perfino le galline che passeggiavano nell’orto, sotto i limoni, gli aranci e mandarini, ad affacciarsi inorridite sulla catena sciolta che fungeva da cancello, non si palesarono ed il silenzio non disturbato, si prolungò dilatandosi a dismisura.
La prima a mettersi in allarme, fu la moglie che con il pranzo pronto, chiamò in tavola e Salvatore non occupò il suo posto. La Signora Pierina, gridò Sabbaturi, Sabbaturi credendolo nell’orto. Il marito non si presentò ed allora preoccupata andò a chiedere a parenti, amici, conoscenti. Il villaggio di pescatori, non l’aveva visto. Nino La Rosa, la medesima risposta. La Signora Pitruzza, continuò ad andare in giro e chiedere se qualcuno avesse visto il marito. La risposta non cambiava e non si dava pace ed allora sguinzagliò i figli per spiaggia e monti, incitò ogni figlio, dal più grande al più piccolo, maschi e femmine indistintamente, Santinu, Ciccinu, Giuvanninu, Pina e Nunziatina. La figlia minore, Pina, alle grida della madre, corse dietro ai fratelli all’incontrario di Nunziatina, la più grande, s’affacciò alla finestra, uscì di casa, entrò nel giardino di agrumi, giuocò con il cane bastardo che stazionava nei pressi e con la tranquillità che la caratterizzava, rientrò in casa ed andò a sedersi e si mise a lavorare di cucito. La sorella più piccola, Pina, mal sopportava la seriosità della sorella più grande e non mancava di stuzzicarla. La sua affidabile responsabilità, la metteva a disagio e la trasformava in una scimmia dispettosa, dunque ritornò indietro e trovandolseduta a lavorare di ricamo e cucito, con i piedi sulla cassapanca in faccia alla finestra, di soppiatto le si avvicinavò ele diede una scrollatina da sotto la gonna facendole saltare il tombolo. Pina sifigurava che avesse sulle gambe il gatto ed allora con la sua estrosità, afferrò un pugno di nuvole dal davanzale della finestra e gliele lanciò in faccia, dunque le infilò la mano destra a pugno sotto la gonna nel tentativo di colpire sotto la pancia l’animale che le faceva le fusa. L’impresa era andata a vuoto, il gatto rientrava dalla strada e sotto lo sguardo minaccioso della sorella, Pina arrotolò nelle mahni, l’energia che aveva in corpo ed alla stregua di un segugio, si mise in cammino alla ricerca del padre.
Pina camminava a passo svelto che quasi correva inseguita dallo sbattere di ali in un tentativo di volo nel petto, il fiato grosso la fermava, percepiva qualcosa di pesante e riprendeva. L’aleggiare non l’abbandonava ed altrepassò petralonga, giungendo con varie peripezie a Fetente e costretta a ritornare indietro per la mancanza di spiaggia, esausta si lasciò cadere sulla battigia ed il mare la bagnava fino a rinfrescargli il petto che un uccello pareva volerle dilaniare di beccate.
La sera scese a controllare le rizzelle ammonticchiate a prua della barcuzza di Salvatore Balici tirata in secca.
La raccolta delle notizie dei ragazzi a piedi, in bicicletta, costituì un indizio per la discesa in mare delle lampare.
Le barche in mare, la balilla, il calesse, le biciclette per la statale oltrepassando Petralonga, Boi fino a Calavà, continuarono le ricerche fino all’alba. Salvatore Balici, dunque fu raggiunto dai richiami, dalle luci ed emerse dagli scogli e fu trascinato di peso nella lampara. Gli ematomi, le ferite non gli permettevano di camminare e gli amici Squamani, in Balilla, lo accompagnarono a casa.
La luce del giorno che ormai sorvolava il giardino di agrumi, per non mortificarlo, spazientita, corrucciata, voltò le spalle alla processione e si nascose in una spianata di nuvole. Il sole esplose poco dopo nel cielo, il tempo di caricari d’energia e dimenticato l’uomo del giorno, aprì il cielo e ritornò a riscaldare le strade, la spiaggia ed il mare, disperdendo le nuvole ovunque, senza alcun discernimento. La gente calzò la maschera e saltando sul carretto del vetusto somaro Angelino, entrò nella quotidianità e si liberò della realtà, inventandosi qualsiasi attività per onorare la famiglia.
Lanaggioto si alzò dal marciapiede dove si era seduto con l’acquerello ed i fogli per dipingere e si sedette sulla soglia di casa ad osservare il sole nel cielo che si era sciolto nell’aqua e nei colori del disegno, lasciando un’ombra allunagata con la faccia della disperazione.
L’avventura di Salvatore Pittari detto Balici, fi rnfarcita di supposizioni e smentite che si annullavano e si esaltavano in un susseguirsi di sequestri ed avvertimenti, di rapina, caduta accidentale, che si fosse abbattuto con le proprie mani. La causa rimase ignota. A bocca chiusa si vociferava che i mandanti fossero gli amici. Gli abitanti del villaggio presi dal loro travaglio quotidiano, ripresero il sentiero tracciato e proseguirono il loro viaggio.
Il cambiamento del proprio itinerario, è un andamento diverso dal quotidiano. Ogni persona è consapevole del suo stato, rompere l’equilibrio, implica battaglie, lotte furibonde che conducono comunque a sofferenze. La vittoria o la sconfitta sono effimeri sensazioni. Lo spirito si perde e nulla cambia.

LA BARACCA DI LEGNO
Ogni estate, raramente ne mancava una, il Professore Ennio Salvo D’Andria, scendeva a San Giorgio ed andava ad abitare sulla collina, oltre l’aqcuedotto comunale nella casa parenterale denominata Malamura.
La casa parenterale, era la sua residenza stagionale, si trascinava sulle spalle, una causa civile ventennale ed alla sua morte, fu lasciata cadere in rovina.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, insediatosi nella casa di Malamura, scendeva nel villaggio di pescatori per le provviste in compagnia di uno dei figli di Carmelo Accordino.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ha con Carmelo Accordino ed i figli Franco, Pippo, Santino ed anche con Lanaggioto, un rapporto familiare.
I fratelli Accordino, dunque s’incaricavano di trasportare sulla spiaggia i pezzi componibili della baracca di legno. I ragazzi del borgo, sotto la direzione di Pippo Molena ch’era il più adulto, Rocco Ducati ed altri, li coadiuvano nel trasporto anziché andare per agrumeti e vigne con il rischio di cadere preda dei cani e della scupetta, del fucile del Caporale della Baronia. I ragazzi, alla chiamata, accorrevano e prendevano parte all’impresa, con allegrìa.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, aveva progettato e costruito in un giuoco d’incastri le pareti, il tetto, la porta e la finestra, dunque trasportati i componenti sulla spiaggia, la baracca veniva assemblata sotto la linea di mezza costa, alcuni metro sopra lo scarro della barcuzza di Carmelo Accordino.
La baracca di legno, in mezzo a quel deserto di sabbia e la compagnia di qualche barca, appariva alla strada, una cattedrale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, eretta la baracca, invitava i ragazzi a Malamura, qualcuno s’incaricava di portare qualche secchio di sabbia da spargere sul terrazzino davanti la porta d’ingresso, comunque con gratitudine ed amicizia, donava loro qualche spicciolo, una mini bottiglia d’amaro, un profumo pubblicitario, un brandy al più tenerario che imitando gli attori di films, per apparire adulto e forte, beveva di colpo rimanendo a bocca aperta e senza fiato provocando negli astanti risate ed in qualcuno l’occasione per prenderlo a pugni sulle spalle.
Il ritorno al borgo, per i ragazzi si trasformava in un giuoco a chi arrivava prima in piazza. Una corsa a perdifiato nella quale Lanaggioto evitava di cimentarsi. L’aria infra il chiaro e lo scuro, con le frequenze dei raggi del sole che s’allungavano rilasciando effetti sconosciuti, creavano nella visuale del’lanaggioto, strane forme, gli acuivano l’udito che con l’ausilio dei versi degli uccelli, lo strisciare dei rettili nella vegetazione, lo circuivano con vocine, richiami che lo facevano pentire di non avere preso parte alla gara con i coetanei e se la dava a gambe levate, convinto di avere alle calcagna un nugolo di spiriti, di fantasmi che ammaestrati dal crepuscolo, prima di scendere nelle tenebre, tentavano d’imbastire un giuoco perverso con i suoi sensi.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ogni mattina, si liberava dalle pareti domestiche, e s’insediava nella baracca sulla spiaggia, s’immergeva nell’acqua e passeggiava nel sole.
La baracca di legno, è un’attrazione e gli amici accorrono, prendono il sole e si bagnano, giuocano a carte e chiacchierano.
L’ombra della baracca che s’allunga sulla spiaggia secondo la posizione della terra col sole, crea un ombrello naturale e la sabbia si fa tiepida ed invita a sostare chi si è liberato dalla professione svolta tutto l’anno e trascorre un tempo di ferie al villaggio, residenti nelle città viciniori che per l’occasione venivano a trovare il Professore, l’amico Ennio Salvo, insomma la frequentazione di artisti, persone di cultura allietava la baracca sulla spiaggia del villaggio di San Giorgio.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, a sera, carico di sole e di sale, a volte in compagnia di qualche amico per la cena, di un ospite, lasciava la Baracca sulla spiaggia, a piedi percorreva la strada Vinnani e raggiungeva il bivio che congiunge il villaggio alla statale, attraversava il ponte detto del Pecuraru, lasciava a lato la casa di padre Risica, fu prete di San Giorgio, entrava nel sentiero che sale lungo il costone di roccia e ritornava a Malamura.
Il costone, non s’allungava per molto e poco dopo la roccia, lasciava il campo libero alla valle. Una folta vegetazione, alberi di fico ed agrumi, con orti e vigneti, la caratterizzava e ne nascondeva i confini. Il viottolo che vi si apriva, era affiancato da eriche rigogliose che in silenzio, senza alcun fruscìo accompagnavano il Professore ed eventuali ospiti od accompagnatori, fin quasi sotto l’abitazione.

Un incidente stradale, alcuni anni dopo, gli concesse di camminare appoggiato ad un bastone, in seguito, a causa dell’aggravarsi della motilità della gamba, lasciò il Castello di Sammezzano, la casa di Malamura e prese residenza in un piano terra, in faccia al mare con l’ombra di un grande gelso davanti ed all’angolo, la residenza ed il negozietto per la vendita di attrezzi per la pesca di Onofrio Russo detto Pennisi.

Il Professore Ennio Salvo D’andria aveva energia da vendere, tanto che diede alle stampe, il romanzo dal titolo, Undicesimo comandamento.
Altri lavori sono rimasti inediti ed alla sua morte, sono caduti in mano di familiari, ignoranti e fannulloni che li hanno nascosti alla conoscenza degli altri.
La cultura, non è carta straccia, sono le mani improprie che sono incapaci di coglierne il valore e ne fanno perdere ogni traccia.

L’INDIGNAZIONE DEL’LANAGGIOTO

Lanaggioto, ha frequentato il Professore Ennio Salvo D’Andria, negli anni ed è indignato soprattutto contro i nipoti oltre agli abitanti di San Giorgio.
Il nome del Professore Ennio salvo D’Andria, circolava per casa ch’era bambino.
La famiglia del’lanaggioto lo conosceva e gli era molto legata. Il padre del’lanaggioto gli è stato compagno di lotta per il cimitero e la tonnara e quando è ritornato in Toscana, lo ha nominato segretario della sezione locale del partito Social Democratico. Carmelo Accordino, non ha mai svolto attività politica, conosceva la forza del lavoro e con puntiglio reclamava il rispetto dei propri diritti.
Il giornale di partito che gli arrivava a casa era per lanaggioto, un’occasione per informarsi.
Lanaggioto amava leggere, i libri di scuola non gli bastavano, erano ristretti, aveva bisogno di andare oltre quel sapere e galoppava con la fantasia distraendosi.
Il villaggio di San Giorgio non era fornito di una libreria e con il denaro ricevuto in regalo dagli zii in licenza dall’arma, da nonna Santa, andando a scuola, si recava nella libreria Piccione e li spendeva, tanto che Pippo, il fratello minore, soleva chiamarlo mangiacarta.
Le risorse economiche erano molto esisgue e per la famiglia non era facile mandare i figli a scuola.
La madre intendeva che i suoi figli studiassero e non spuntassero gli anni con la pesca. Lanaggioto amava studiare ed in segreto scribacchiava.
Lanaggioto ha frequentato la scuola media rompendo i legami di classe, ospite in casa di Ottavio Canfora, cugino di nonna Santa. Franco, il fratello maggiore, vi era stato in precedenza.
La lontananza dalla famiglia, la mancanza della libertà offerta dal borgo, dei giuochi con i coetanei, indusse lanaggioto, nei mesi successivi l’inzio dell’anno scolastico, a rinunciare all’ospitalità in casa di cugino Ottavio. Lanaggioto, preferì viaggiare piuttosto che restare. L’esaurimento del trasporto dei libri di testo che teneva in camera, concluse l’esperienza. La frequentazione con la famiglia dei cugini Canfora, dunque divenne occasionale e non si è mai interrotta.
Franco, il fratello maggiore, in precedenza, un giorno all’uscita di scuola, non fece ritorno a casa di cugino Ottavio.
La ricerca di nonno Francesco, fu lunga ed affannosa ed alla fine lo scovò a San Giorgio, nascosto in una casupola fatiscente, usata per ricovero occasionale, per deposito attrezzi agricoli, nei pressi del ponte di ferro.
La casa di cugino Ottavio Canfora, gli si era ristretta, il borgo gli offriva molte più possibilità di scorazzare, di giuocare a carte. L’iscrizione presso l’Istituto di Avviamento Professionale, non gli suscitò molto interesse ed ebbe una frequenza limitata, costellata di risse coi compagni e l’addetto all’ingresso. La bicicletta con la quale raggiungeva Patti, gli fu rubata. L’incontro per una soluzione con il probabile ladro, si dimostrò un agguato, che Franco affrontò colpendo a pugni gli avversari, il compagno responsabile mandandolo in opsedale, minando la quiete della famiglia. Carmelo Accordino, ch’era costretto per lavoro a stare lontano da casa, dunque decise d’affidarlo al Professore Ennio Salvo D’Andria che lo condusse con sé a Firenze nel Catsello di Sammezzano.
Il rapporto di amicizia della famiglia Accordino con il Professore Ennio Salvo D’Andria era di lunga data ed è proseguito con i figli, in successione fino a Santino.
Lanaggioto per la sua timidezza, si teneva in disparte, attratto dalla cultura, incuriosito dall’espressione delle facce, dallo gesticolare nel parlare, dalla presenza degli artisti, anelava alla loro conoscenza, ascoltava e si avvicinava alla baracca.
Il pittore Jack Friling lo incuriosiva e nel dipingere un totano sulla fiancata della poppa della barcuzza per la pesca copiosa che distingueva Carmelo e per riconoscenza per i totani ricevuti, lanaggioto colse nel suo sguardo un’intensa espressione che d’istinto lo indusse a paragonarlo ad un genio.
Il Maestro Gianni Consolo, frequentatore della Baraca del Professore, anni dopo a trascorrere un giorno in spiaggia sotto il sole, accorgendosi che il totano di Jack Friling andava sbiadendosi, vi si dedicò a rinnovarne i colori.
Lanaggioto, un pomeriggio, scansò la timidezza che lo tratteneva e salì sulla collina, nella residenza estiva di Malamura, al seguito del fratello Santino con l’intento di fare leggere al Professore Ennio Salvo D’Andria, i pensieri che negli anni gli erano sbocciati nella mente, trascritto su fogli e che chiamano poesie.
Lanaggioto, seguendo il viottolo alle spalle di Santino, raggiunse Malamura. La residenza estiva del Professore Ennio Salvo D’Andria, con il balcone dalle ante aperte, s’affacciava sulla valle fino al mare.
La casa elevata un piano fuori terra sopra un magazzino, era attaccata alla civle abitazione della famiglia Baragona e si accedeva proseguendo verso destra ove scalini in pietra, conducevano al terrazzino sul quale si apriva l’ingresso. L’abitazione della famiglia Baragona, restava sul viottolo.
La famiglia, contava tre figli, uno dei quali Luigi, abiatava nel villaggio con la moglie e lavorava in muratura, Maria con la mente obnubilata, s’accompagnava a Peppino, meno della sorella, comunque autonomo e soprattutto di una forza muscolare pari se non superiore a quella di un bue muschiato che almeno siddisfava il padre e la madre nell’attività di braccianti agricoli.
La domenica pomeriggio, finot il lavoro nei campi ed avere pranzato, lavato, sbarbato e profumato, con il vestito della festa, Peppino scendeva al villaggio di pescatori e siccome l’unico divertimento, era la partita di calcio, s’aggirava lungo la linea di porta a guardare.
I ragazi della sua età ed anche più adulti, non contenti dell’andamento della partita, ma soprattutto spinti dalla loro normalità alla ricerca di un altro divertimento, lo circondavano e lo punzezzhiavano con insulse battute ritenute spiritose.
Peppino, con un evidente deficit mentale, lavoratore della terra, della categoria dei Vinnani, non comprendeva il comportamento di quelle persone e soprattutto non sopportava che gli stessero addosso. Peppino tentava di evitare la loro pesantezza con parole incomprensibili, di rispondere a quelle aggressioni con goffi movimenti del corpo. L’ilarità dei molestatori, dunque raggiungeva l’apice, costringendolo a liberarsi di loro con violenza e riprendere la via di casa.

LA POESIA DI MALAMURA

Lanaggioto, messo piede sul terrazzino, sulla sua destra scorse la valle ed il mare che cercavano la sera. Le luci del villaggio, della penisola e delle barche a pescare, si accendevano cercandosi in un cielo indeciso a seguirli e sentì la poesia del creato entrargli nel sangue e nella mente con una profonda carezza amorosa da togliergli il respiro.
La campagna lusureggiante di coltivazioni, alberi da frutta, brulicava di versi d’ogni specie. Malamura, dentro quest’oasi è assopita, nel suo profumo delicato è un sogno, un’esistenza galleggiante che veleggia su rotte imperscrutabili.
La natura incontaminata, esalta l’uomo e lo mantiene a mezz’aria in un succedersi continuo di sensazini, di emozioni uniche che ti incitano a godere della serenità, della bellezza che profonde senza sosta.
La società che allevia i bisogni quotidiani, si è appesantita di meschinità, di aggressività. L’uomo in corsa alla conquista di quel che gli passa accanto, di acchiappare il potere, ha perso la capacità di guardarsi dentro. La città, l’ha espropriaro di quella condizione di leggerezza, di semplicità che vede nel vicino, un amico. L’ingordigia è il suo governo ed ha perso il limite del bisogno.
Lanaggioto, dunque entrò in casa a salutare il Professore Ennio Salvo D’andria ed oltrepassata la soglia di Malamura, si trovò immerso in strane figure striate di colore nero e rosso, giallo, di fiori in germoglio, maltrattati da mani maldestre, incuranti della loro bellezza.
Le pennellate simili a sciabolate, esplodevano e si distendevano raccogliendosi in uno spazio profondo. L’infinito terminava in cornici dorate, bleu, grigie, bianco latte con la sensazione che potessero scomparire da un momento all’altro e lasciare che uomini ed animali, eterei, volatili, entrassero e navigassero a proprio agio, sotto la regìa di una mano invisibile.
Lanaggioto, scorgendo il Professore Ennio salvo d’Andria, si porse a saluatrlo e nel girarsi per uscire in terrazzo, ad un tratto fu sorpassato da una folata di vento, un volo leggero, uno sciabordìo.
Lanaggioto accolse nel padiglione auricolare, il verso della Ciavola, il rumore leggero del mare che s’infrangeva dolcemente sugli scogli, sui piedi della torre e vide solcare le onde da una nave armata di raggi solari con a bordo un equipaggio dalle forme indefinite con occhi grandi carichi di un azzurro sereno.
L’esercito sbarcò con le onde ed entrò nella torre ove la Ciavola nidificava.
Lanaggioto, raccolto a riccio, si sentì sollevare a mezz’aria e stava per prendere il volo.
La Ciavola, forse disturbata, carica di una collera spaventosa, s’avventò gridando sull’equipaggio della nave che stava ormeggiando a breve distanza dalla torre, mettendolo in fuga.
Lanaggioto, osservò la nave allontanarsi con l’equipaggio scomparendo verso lune nere e bleu, verdi motagne arrotolate, in una luce astrale, dunque smise di volteggiare e persa la leggerezza, appesantito ritornò a terra.
Lanaggioto, dunque cercò conforto nella memoria, la casa si riempì delle voci dei pescatori del borgo che maturavano i loro diritti, che si assumevano del coraggio della battaglia e con l’ansia che cercava di sopraffarlo, con cautela si peritò di scivolare sulle opere di Jack Friling che coprivano le pareti, le ante delle porte, del Professore Ennio Salvo D’Andria e con i brividi che gli correvano sulla schiena, uscì nel terrazzino e si sedette sul muretto a sedile con le spalle verso il borgo.
I pioppi posti a guardia dell’ingresso e misuravano la facciata della casa, accoglievano l’aria leggera che scendeva da Monte Meliuso e Lanaggioto sentì nella mente i pensieri accavallarsi.
Il bisogno di costruire una chiara presentazione dei suoi lavori per porli al Professore Ennio Salvo D’andria, lo mise in disputa con le corde, la lingua e le guance.
Le frasi gli restavano sui dentie confuso tirò dalla tasca i fogli scritti e li pose sul tavolinetto di pietra che faceva servisio sul terrazzino confidando che Santino ne avesse parlato al Professore Ennio Salvo.
Lanaggioto, guardava i fogli di carta con i pensieri e le parole che aveva partorito ed ad un tratto, colto da una ventata d’inutilità, pensò di rimetterseli in tasca.
La creazione pittorica dalla quale ne era uscito con affanno, rendevano i suoi lavori inosservabili.
Le congetture gli riportavano esempi di visioni, un’eversione di colori, insomma la bellezza delle pennellate non scorreva nelle sue parole ed ecco che nei fili della sera, sente la voce di nonno Francesco che al centro della numerosa cerchia di familiari, parenti ed amici, a memoria, racconta dolore e sofferenza, le storie di Orlando, del Conte di Montecristo, delle Mille ed una Notte, i romanzi tratti dai libri proibiti che teneva sotto il letto chiusi in una cassettina ed il cielo esplose in una manciata di fiori.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ecco che uscì di casa ed entrò sul terrazzino, s’accese una sigaretta e si sedette sulla poltroncina di vimini e guardandolo serioso, con un breve sorriso, gli indicò una macchina da scrivere su un tavolinetto poco discosto dicendogli: Vai e ricordati che non danno da mangiare.
Lanaggioto, gli sorrise grato della sua disponibilità e si mise al lavoro. La sua scrittura era difficoltosa da gestire e per renderla comprensibile aveva bisogno di essere trascritta ed intraprese il viaggio a ritroso trasportandosi il cielo.
Lanaggioto, con il resto della luce che si era distribuita altrove, insomma al chiarore di quella artificiale della casa, portò a termine il lavoro di scrittura e stanco, conunque soddisfatto, consegnò al Professore Ennio SalvoD’Andria, i suoi pensieri che i caratteri grafici della macchina avevano reso leggibili.
Malamura, con il terrazzo aperto sul golfo di San Giorgio, lo scoglio di Patti, la Rcocca della Madonna del Tindari, si riempì d’odori di mare e di campagna, la sera avvolta in una stoffa leggera, venne a ballare creando un’atmosfera mozzafiato.
Lanaggioto, dunque intimidito da cotanta bellezza, s’avviò verso il tavolo che Santino aveva apparecchiato.
Un vassoio posto nel centro, conteneva fettine di pescespada cotte sulla brace, inumidite col salmoriglio composto di origano di Calavà e con olio d’oliva di San Giorgio.
Lanaggioto, seduto alla destra del Professore Ennio Salvo D’Andria, deliziato dal profumo, rimase a guardare e si costrinse a trattenere le mani a servirsi che la fame lo spingeva alla fretta.
La bontà della cucina di Malamura, gli fremeva su ogni papilla e ritornò al borgo dentro una favola, accompagnato dalla maestosa orchestra della natura.

IL PINO DI PIAZZA RAVEL

Il borgo dei pescatori di San Giorgio, senza la speranza della tonnara, con l’emigrazione che aveva estinto la marineria ch’era stata un vanto nella gara delle barche con i borghi rivieraschi per la festa del Santo Patrono, relegato nella sua lunga e larga spiaggia, con le barche senza mestieri, con gli anziani che vagano accosto ai muri degli orti, o stanno seduti sulla destra della porta di casa, a consumare il giorno, a sonnecchiare e fumare, aspettare il buio per andare a letto e magari nottetempo, allocarsi sulla collina che iragazzi del ‘ 20 guidati da Ennio Salvo, avevano conquistato ad eterno riposo, i ragazzi che andavano a scuola, con i pomeriggi lasciati a giuocare a carte sotto i ponti, nei palazzi semidiroccati della Baronia, nella saya, qualcuno con una manciata di lavoro nella muratura, con la barcuzza a pesca costiera, scontava l’insostenibilità dei tempi.
Gli Squamani, chiusi nei loro affari, spiavano ed imbastivano trappole per i più deboli, sorvegliavano la proprietà privata e vietavano ai ragazzi, anche con la pioggia ed il freddo, l’entrata nel loro circolo con la televisione ed il calcio balilla.
L’albero di pino in piazza Ravel che Ciccio Spinella armato di garofano nell’incavo dell’orecchio destro e radio a tutto volume in spalla, aveva salvato dalla famelicità delle pecore di Turi Buttò detto Janco e dai buoi del suo compare, dunque divenne il loro ricovero all’aria aaperta.
Il pino di piazza Ravel, rivolto a sinistra verso il prato e la via pola, dietro la quale si schiera il borgo, dunque accolse sotto la sua chioma, in una protezione sonnacchiosa, i ragazzi randaggi di San giorgio. I pini ormai alti, con la loro belleza ornano e decorano il prato ed in fila la via pola e d’estate con l’ombra danno refrigerio ed ospitalità a locali e vacanzieri. Le gelaterie, i Bar, le tavole calde e di ristorazione, affacciati su di essa, hanno approfittato della loro disponibilità e graziosamente vi hanno riversato tavoli e sedie ed una struttura in legno prolungando il servizio oltre le mura delle costruzioni altrimenti mal governati sul marciapiede. I pini donati dalla forestale, per mesi erano stati lasciati a macerare sul prato. Un gruppo di ragazzi, volontari considerati scansafatiche, distraendo Turi Canfora, custode, addetto del Comune al motore a scoppio ad evacuare le acque della fogna sulla spiaggia, li hanno interrati e messi a dimora nel prato che ospitava i pali con la corda per stendere la biancheria al sole, il fosso della discarica a cielo aperto, lungo la linea del margine superiore della strada. Gli anni successivi, i ragazzi ormai con la responsabilità dell’età, andarono a cercarsi un lavoro che il territorio non offriva ed emigrarono verso le città, all’estero, lasciando il borgo e gli amici. Lanaggioto, nei sporadici ritorni al borgo, osservando la crescita dei pini, i robusti tronchi e le folte chiome, sorride entusiasto, dice che quella generazione, pur con la sua turbolenza, aveva lasciato al villaggio, una magnifica pineta, seppure altri tentavano di ascriversene il merito.
Solo difendendo la nostra salute e l’ambiente in cui viviamo possiamo avere la certezza di un presente ed un futuro migliore!!!
Recita un comunicato dell’ “A.D.A.S.C.” - Associazione per la Difesa dell'Ambiente e della Salute dei Cittadini in occasione della Giornata Mondiale della Salute organizzata giovedì 7 aprile 2011
La bella pineta, con le sue radici e la sua invadenza, però ha cominciato a creare qualche problema agli ingressi dei locali, al pavimento del marciapiede per i passanti. La veridicità dell’argomente, dice Lanaggioto, è speculativa. Un albero di pino in prossimità dell’ingresso del locale Number One, forse era cresciuto troppo, la struttura ne risentiva ed allora gli è stata resecata la chioma. I pini dei marciapiedi erano divenuti ingombranti, invadenti, e dunque avevano bisogno di un trattamento. Il disinteresse generale, insomma ha consentito agli scienziati della politica, di autorizzarsi a mettere sotto controllo la situazione. Lanaggioto, il giorno delle palme, recatosi a San Giorgio per pranzare con la mamma ed i fratelli Santino, Pippo ed i nipoti Andrea e Carmelo, si è accorto che nel pino in faccia alla Rivendita di Tabacchi che Santa Canfora aveva protetto e curato, vi era affisso un bando di appalto dei lavori in corso. Questi Benemeriti Amministratori del Comune di Gioiosa Marea, che solo alcuni mesi prima, non avevano i soldi per cambiare una Lampadina ai lampioni che lasciavano la strada al buio, all'improvviso hanno stanziato oltre100 mila Euro di denari pubblici per rifare il marciapiede che a loro dire, era minato dalle radici dei pini. Gli occhi del’lanaggioto, sono corsi intorno constatando che avevano iniziato col resecarne alcuni, su altri avevano infierito sulle radici ed affogati in una colata di cemento, altri ancora di averli potati a prezzemolo che è sconsigliato da chi della natura ne ha fatto una professione; insomma non è stato un bel vedere. Lanaggioto si chiede se i pini potevano essere salvati alzando, allargando il marciapiede ed agevolando i passanti con degli scivoli. Lanaggioto indignato, si è domandato e chiede quanta stupidità ed arroganza, alberghi nella mente di chi amministra la cosa pubblica. La misura è colma, non è sostenibile continua a ripetere. Lanaggioto, non riesce a comprendere se questo comportamento è solamente una mancanza di rispetto della natura, dei Pini della via pola di San Giorgio, ritenuti disturbatori dei Locali schierati oltre la strada, o si possa configurare un interesse privato nella gestione di denaro pubblico.
Lanaggioto, dunque si chiede se un ENTE istituzionale, avrà il coraggio di sapere e sarà capace di svolgere l’indagine.
La Guardia Forestale che nelle sue prerogative ha la tutela del territorio e dell’ambiente? Gli specialisti dei Carabinieri? Altri Enti? La consulenza dei Tecnici è stata miope ed arrogante? La loro professionalità è adeguata od ha subito una svendita? La strage comunque, si è svolta alla luce del sole.
Il giorno di Pasqua, Lanaggioto è ritornato a San Giorgio e dopo aver salutato sua madre è uscito sulla via pola ed ha constatato che lo scempio era stato portato a termine. Questi Signori della politica, evidentemente non soddisfatti, hanno pensato ch’era meglio sdradicarli, e non ha potuto fare a meno di sentirsi spogliato della gioventù. La passeggiata con la moglie lungo la via pola è stata un’indignazione, una sofferenza indicibile. Il marciapiede del locale Number one era rimasto glabo, senza il tronco di pino resecato della chioma, che lo distingueva, e così il capriccio ed oltre fino alla biforcazione con la bretella di mare. Una strage portata a compimento nel solito, inequivocabile colpevole silenzio di una comunità affetta da cronica imbecillità. Il deserto è stato realizzato. Un esempio di buona ed alta amministrazione pubblica nel rispetto della natura e dell'ambiente. Bravi Onorevoli di San Giorgio.
La gioventù studentesca ed operaia, accampata sotto il pino di piazza Ravel, oltre a cercare di mettere a buon frutto la loro presenza sul territorio, tentava di evadere e rallegrare la serata noiosa, osando una scrupolosa indagine sulle forme delle ragazze del calendario trafugato dalla parete della sala da barba di Jack Salmeri. Le dispute su calcio e ciclismo non trovavano uno sbocco e s’impigliavano nel fanatismo, fino alla’alba. Le giornate più fredde, richiedevano qualcosa di diverso ed allora cantando a squarciagola, a passo di marcia si raggiungeva il bivio con la strada statale, si lanciava qualche pietra alla lampadina sotto la coppa con il braccio che si dondolava al palo; un modo di stizza per rimediare all’offesa degli Squamani. Il ritorno sotto il pino, carichi di spavalda euforia, isitgava all’accensione di un fuoco se non era stato lasciato da Nino La Rosa e Nino Tannarita e con un colpo di genio equestre, il prato in prossimità del pino, si animava di uno spettacolo scintillante. Il fuoco alimentato con rami d’ulivo, cassette del pesce non riutilizzabili ed altro materiale combustibile, all’improvviso scansando i pensieri acquosi, l’aria intorno, con un nitrito di cavallo in calore, subiva una immediata e veloce elettrizzazione. Un’impennata parossistica, incitava alcuni a ravvivare il fuoco, altri a correre a perdifiato nell’immondezzaio e recuperare le bombolette spray che Jack aveva consumate sulla testa dei clienti. I ricercatori più fortunati, con due o tre nelle mani, strette con cupidigia, senza tema di offrine qualcuna a chi era ritornato senza, in un attimo le lanciavano nelle fiamme innescando una serie d’esplosioni spettacolari. I fermagli ed i chiodi che servivano a tenere unite le strisce di cassetta, i resti dei legnetti non ancora divenuti cenere, sotto l’urto d’aria sprigionato dal gas residuo delle bombolette, creava una pioggia incandescente, che scendendo cadeva a fiori di fuoco sul pino, e Ciccino detto Califfo, rapito l’ha paragonato all’albero di Natale.
L’allegria, però aveva una breve durata e per non continuare a scontrarsi e bisticciare su stupide dispute per ammazzare la noia, al colmo dell’insofferenza, mortificati, umiliati dalla corporazione degli Squamani, si determinarono a costituire un Circolo con lo statuto di ricreativo, sportivo e Culturale.
La civiltà, attraversava il villaggio senza toccarlo. La cultura non concedeva benefici alla comunità di pescatori.
Il pensiero predominante negli abitanti, era quello di evitare che si rompessero gli equilibri in modo che ognuno continuasse ad usufruire delle briciole di dignità.
L’ingresso nella scuola elementare del maestro Leonetto di Patti, in sostituzione della maestra Consolo, collocata in pensione, aveva costituito un affronto per Mario, il figlio maggiore della maestra Caleca che mirava ad occupare quel posto. La funzione della madre, direttrice della scuola, fu ritenuta insufficiente e durante lo svolgimento di una festa, nei locali dell’Azione Cattolica, fu indotto ad aggredirlo fisicamente. L’incapacità della madre a fare rispettare il suo diritto di autoctono gli bruciava a tal punto di lanciarsi a pugni chiusi contro l’intruso sotto gli sguardi dei presenti.
Il maestro Leonetto, seppure con moglie, figli ed anni diversi, evitò lo scontro e di farsi itimorire ed occupò la cattedra. Il corso scolastico con le sue innovazioni ne trasse beneficio ed anche il borgo respirò una ventata d’aria pulita.
Lanaggioto, con la sua curiosità innata, la voglia di conoscenza, approfittò del cambiamento e con l’aiuto del maestro Leonetto, riuscì ad uscire dal classico recinto dell’ordinamento scolastico che stabiliva classi specifiche per ogni appartenenza sociale.
Lanaggioto, insomma acquisì una visione più aperta della società, più civile e democratica, in contrapposizione allo stato soporoso del villaggio.
Lanaggioto, dunque si fece artefice del rinnovamento organizzando incontri e manifestazioni. Le lapidi di marmo appese sulla destra e la sinistra della porta d’ingresso del posto di telefonia pubblica in piazza Ravel, rischiavano di perdere il nome, cognome e grado. Le lettere di bronzo, l’uno dopo l’altro si staccavano dal marmo e precipitavano a terra. Lanaggioto, intendeva mettere sotto gli occhi della gente frettolosa, il degrado nel quale era tenuta la memoria dei morti della patria. La manifestazione, ebbe il risultato di spingere le forze politiche, in occasione delle elezioni comunali, di condurre in piazza, la scolaresca delle elementari. I maestri ed i candidati, sempre gli stessi da più legislature, non dissero dei principi, del senso della patria., insomma la storia non faceva parte del loro bagaglio culturale. Le lettere delle lapidi, in effetti non subirono alcuna manutenzione ed andarono in malora. L’obbrobrio che le rappresenta in sul parto, ne è l’espressione più sudicia che questi eroi abbiano raccolto dagli amministratori della comunità. Un articolo sul mancato rispetto del diritto alla salute, all’igiene ed alla viabilità, scritto dal’lanaggioto, incappò nelle ire del potere ed il foglio del supplemento del Corriene di Messina, con un bliz abusivo, fu sequestrato dai Carabinieri dimentichi che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non ai Governi.
La libertà d’espressione calpestata, non suscitò alcun allarme. La vela, il foglio locale rimase senza una parola. La coscienza dell’educatore era stata nascosta nel magazzino con l’immondizia accumulata negli anni.
La costituzione e l’esistenza del Circolo Ricreativo Sportivo Culturale, dunque era considerata dal’lanaggioto un fondamento per la convivenza e lo sviluppo dei ragazzi del villaggio di pescatori, insomma un buon esempio per la verità e la democrazia. Lanaggioto ed i soliti quattro portatori di sani principi per il bene comune, dunque con in mano qualche idea coraggiosa, innescarono la bella idea e coinvolsero i più riottosi a farne parte in un’unione che resantava l’imposizione. Il calcio ne fu la leva, la squadra richiedeva un impegno finanziario che ogni volta, a racimolarlo non era facile e diventava sempre più difficile e mortificante. La soluzione per non dipendere dalla benevolenza della gente e dei familiari, era quella di offrire qualcosa in cambio e da questo scaturì il pensiero di creare una compagnia teatrale e sopperire con gli incassi alla mancanza di risorse per l’equipaggiamento ed i viaggi, senza tralasciare il divertimento e la soddisfazione della recita ed addirittura il coinvolgimento delle ragazze. L’idea era bellissima, magnifica, stupenda ma non semplice da realizzare, dunque era necessario un forte impegno di ognuno. La memoria riportava a guerre e divisioni. Gli Squamani erano portatori di discordie, divisioni e se una, qualsiasi decisone, capitava che dovesse passare per loro mani, poteva definirsi morta in partezza, dunque era obbligatoria una vigilanza assoluta nella scelta delle persone. La base fondamentale per partire, era il reperimento dei locali per la sede. Lanaggioto e Giorgio Puglia, s’incaricarono di andare a parlare con il parroco don Antonio Sferruzza. I locali dell’ex Azione Cattolica nei quali ci avevano bazzicato per anni, nei periodi di unità sociale e secondo la convenienza dei rappresentanti degli Squamani, erano il massimo che si potesse ottenere, dunque era richiesta ai due una forza di convinzione della bontà dell’idea e della fermezza delle persone. La richiesta a don Antonio Sferruzza doveva avere i crismi della serietà ed una compatta responsabilità. Il permesso di usufruire dei locali della sede dell’ex Azione Cattolica, seppure ben visti dal Sacerdote, non era affatto scontato.
Gli Squamani erano gli esecutori territoriali; molte aggregazioni sportive, manifestazioni si erano concluse tristemente. La festa del Santo Patrono, dipendeva dalla loro volontà, disponibilità. L’appannaggio era chiuso nelle loro mani.
Lanaggioto e Giorgio con alle spalle i compagni che scalpitavano, pur di ottenerne la concessione, erano disposti a mettersi in ginocchio, quindi bussarono al portoncino e salirono le scale guardando in cima preoccupati.
Il borgo doveva una risposta a questi ragazzi. Il bisogno di un’aggregazione sociale e culturale era coinvolgente. La politica doveva restarne fuori. Gli uomini se ne appropriano abusivamente per raggiungere il potere; si vendono perfino la dignità pregando nella casa del Signore.
Il circolo, dunque doveva essere libero da questa gabbia, con il diritto di nascere e crescere con le proprie forze, senza alcuna pastoia.
Il parroco, don Antonio, li accolse e li ascoltò con affetto misurato.
La testardaggine di Giorgio, era una garanzia; l’irruenza, la parte più colorita della sua personalità. L’interesse per la comunità era preminente. Lanaggioto era un ragazzo di belle speranze; ragazzino aveva il cipiglio dell’adulto e non si tirava indietro di fronte a qualsiasi difficoltà. Lanaggioto era un tutore integerrimo delle regole nell’interesse comune. Lanaggioto e Giorgio erano un connubio agguerrito. La benedizione e la disponibilità di Padre Antonio Sferruzza era fondamentale e la sua protezione altrettanto efficace per evitare l’ingerenza degli Squamani. I provocatori per impedire il sorgere e lo sviluppo dell’iniziativa erano già al lavoro e si sentivano.
Il Parroco don Antonio Sferruzza, ascoltò con attenzione Giorgio e Lanaggioto e con un sorriso lieve, disse di volersi fidare ancora una volta di loro, sperando che onorassero l’impegno assunto e di frequentare la chiesa.

IL CIRCOLO RICREATIVO SPORTIVO CULTURALE

I locali dell’ex Azione Cattolica, dunque furono la sede del circolo ed ebbero in uso, oltre la metà del pia no terra, il resto rimase in appannaggio alle spose del signore ove svolgevano l’attività di asilo infantile e catechesi.
Il circolo quindi, preso possesso della sede, si riunì per eleggere la dirigenza ed il presidente. Le riunioni per la designazione del presidente, si erano protratte per diverse settimane nei locali della scuola elementare. La sera che la moglie del maestro Leonetto, impartiva loro la lezione di musica teorica, in una pausa, si appartavano nel corridoio e mettevano a confronto le loro opinioni mettendo sotto la lente di ognuno, i vari candidati. I ragazzi secernevano i più affidabili e disponibili e nel compendio degli uni e degli altri in una medesima persona, alla fine, nel turbinìo delle proposte con l’una o l’altra componente, mancante, si presentò e prese vigore, il nome del maestro Angelo Accordino. Gli Squamani, invero si erano messi all’opera per disfarre l’iniziativa, dunque anche se il maestro Angelo Accordino suscitava dubbi ed apprensione nel’lanaggioto, risultava l’unica persona più aderente alla loro richiesta. Le persone che lo conoscevano, dicevano che le doti di affabulatore non gli mancavano, i bene informati, che aveva esperienza di recitazione, che il teatro gli era congeniale e questo gli conferì una forza decisiva, dunque era una risorsa.
Lanaggioto non conosceva il maestro Angelo Accordino. La sorella Anna lo nominava per averlo quale insegnante alla scuola elementare. Il postino gli comunicava la sua esistenza scambiando il destinatario delle missive seguendo il cognome, senza rapportare, via e nome.
I racconti dei coetanei lo collocavano al suocero a chiarimento dell’appartenenza. Il protagonista, insomma era il suocero che appariva sulla soglia della casupola dell’orto oltre la via Nazario Sauro, con una coperta a quadri vaiopinti sulle spalle. I ragazzi passando nei pressi diretti verso il Brigantino, lo chiamavano credendo di poterlo giuocare. L’uomo, li inseguiva, lanciando loro sfide all’arma bianca. Lanaggioto, in seguito alla frequentazione del Brigantino, lo conobbe instaurando un simpatico rapporto ed un giorno provò perfino, la sua mitica astuzia battagliera in una simpatica sfida a mani nude.
Il maestro Angelo Accordino, aveva la residenza in fondo al villaggio, sulla sponda destra del torrente di Magaro che attraversatolo si proseguiva verso il pollaio di Nino Currò e petralonga.
Lanaggioto, in seguito gli venne in mente di averlo visto mentre scendeva dall’auto ed entrava nella rivendita di tabacchi di Pippo Cicirello a comprare il giornale quotidiano, la gazzetta del sud e successivamente per l’abbattimento della filiera di pioppi frangivento. La costruzione di un enorme muro in cemento sostituì gli alberi, evidentemente non si sentiva sufficientemente protetto, dalla tramontana che proveniente da Calavà e petralonga, gli sbatteva sulla casa. Il maestro Angelo Accordino non frequentava il borgo, transitava con l’auto per andare a scuola, insomma ha seguito soporosamente, l’indirizzo sociale dell’Amministrazione comunale, tentando varie candidature con esito negativo, per farne parte.

Il foglio giornalistico La Vela, esposto al muro della postazione telefonica pubblica di piazza Ravel, dal biancore, nel cambio alla bacheca accanto al pino, assunse il colore giallo. La manipolazione della storia marinara del villaggio di pescatori, insomma percorreva vie sotterranee. La considerazione che questa Presidenza potesse esaltarlo, farsi pubblicità e spingerlo alla conquista dello scanno politico, dunque mise in agitazione i ragazzi e soprattutto Lanaggioto.
La compagnia teatrale con la sua cultura ed il vantaggio economico derivante, era un allettante fiore del circolo, dunque lanaggioto accettò la sua nomina. Il circolo aveva bisogno del suo servizio, lasciare andare quest’opportunità, avrebbe avuto un effetto negativo sul progetto. Il suo acquisto era utile, adesso però serviva tenerlo sotto controllo ed impedirgli di creare divisioni. Lanaggioto, insomma non è stato astioso ed anche se con molte riserve, scelse il lato migliore per il circolo, dunque fu preso appuntamento con il notaio. Il maestro Angelo Accordino, invero accompagnò con molto impegno e sacrificio, il gruppo teatrale e diede un impulso alla frequentazione di maschi e femmine che restavano lontano. L’abitudine di andare in chiesa e ritornare a casa era una penalizzazione, adesso si parlavano, scherzavano, ed intrattenevano rapporti più intimi. I loro spettacoli con Musco, Pirandello, Verga, richiamavano molto pubblico. Gli incassi andavano a gonfie vele e la squadra di calcio ne utilizzava le risorse concessele con imprese che riempivano il borgo di orgoglio. Il circolo, con le sue inizative, era un richiamo, un punto di riferimento per i villaggi rivieraschi e di montagna, insomma il villaggio di San Giorgio, cominciava a riprendersi l’influenza che un giorno esercitava e che il comune di gioiosa Marea gli aveva sottratto manu militare. Il successo aveva domato o così sembrava, il maestro attuando i principi dello statuto. I soci fondatori conoscevano le sue debolezze e gli mpedivano qualsiasi azione contraria. Il Circolo, si era trasformato in una realtà culturale e sportiva concreta, radicata nel tessuto sociale del villaggio di San giorgio. l borgo, non offre opportunità di lavoro e dunque raggiunta l’età la maggioranza dei ragazzi si assunse la propria responsabilità. Il servizio militare gli ordinò la partenza ed il lavoro li disperse. Lanaggioto detto Dutturi per via degli occhiali, Vincenzo Zampino, Santino Pittari detto Buzzu, Ciccino Pittari detto Califfo, Nino Russo detto stu..stu..dio Bat ed alcuni altri, insomma migrarono.

IL BRIGANTINO

Lanaggioto, ritornato a casa in congedo dal servizio militare in condizioni fisiche e psicologiche, diciamo non eccellenti, insomma debilitato, in breve, con le spremute d’arance calde e ben zuccherate, di nonna Santa, si mise in piedi ed una mattina, cercando di recuperare la gioia che gli si era rattrappita nelle guance, scese sulla spiaggia a rinnovare il rito al mare e proseguì per la battigia raccogliendo pietruzze di vari colori, levigate dall’acqua. Lanaggioto camminava e con le pietruzze in mano, osservava le onde che si distendevano l’una sopra l’altra fino a riva e v’immergeva la mente in quella magìa che l’aveva ammaestrato negli anni. Lo spirito del guerrieo era debole e camminando zoppicava. L’orizzonte che tratteneva sospese le isole, lo incitava a lottare, a sorridere e riprendere il cammino interrotto. Il passo recuperava energia e continuava sollevato verso petralonga ed ecco che ad un tratto, alza la testa e s’accorge che sull’arenile si svolge attività lavorativa.
Il Professore Ennio Salvo, Pippo suo fratello, Nino, Filippo Currò e qualun altro, stavano rassettando una spianata di cemento.
L’arenile fra il torrente di Magaro e petralonga, all’inizio del pollaio di Nino Currò, stava accogliendo le fondamenta per la costruzione di un Bar-Ristorante-sala di ballo.
Lo scrittore Ennio Salvo D’Andria, insomma su uno zoccolo in muratura, nel rispetto dell’ambiente e della natura, vi eresse una struttura in legno che chiamò Brigantino.
Mister Ciccio Brunone di professione cuoco, vecchio amico del Professore Ennio Salvo, emigrato in Scozia, venuto in vacanza, con la sua cucina e la musica di Beatles e Rolling Stones, accese il locale facendo esplodere l’estate.
Il Brigantino, ogni sera era in festa, la gente vi accorreva gioiosa ritrovandosi a chiacchierare in amicizia e leggerezza, mangiare e ballare fin sotto l’alba.

Il villaggio di San Giorgio, dunque si svegliò dal sonno dei giusti imparentati e divenne un luogo di turisti.
La Baronessa Calcagno, accanto al Cancinnittu, sotto la ferrovia, in seguito costruì il ristorante La Pineta con annesso spazio aperto per il ballo. La via pola fu un fiorire di locali Bar - gelateria, tavole calde e ristoranti. Il villaggio di pescaotri, insomma si avviava a trasformarsi in un centro turistico e si attrezzò, sistemandosi nel garage, liberando qualche stanza in casa, per l’accoglienza di turisti e vacanzieri.
Il Brigantino con la bandiera tricolore issata nell’angolo sopra l’insegna del Bar, richiamava l’attenzione dei viaggiatori in transito sulla statale. Il Professore Ennio Salvo D’andria seduto sulla poltrona di vimini ne salottino con le spalle al mare, giuocava con i gattini Chinotto e Tamarindo accovacciati sulle ginocchia, conversava con gli amici e qualcuno lo rimproverava che le sue idee, avevano partorito comunisti. Gli avventori occasionali di passaggio sulla statale, incuriositi si fermavano, onoravano la cunina e decantavano le bellezza, la quiete del luogo e chiedevano dei quadri esposti sulle pareti del locale. Carlo, il fratello del Professore, suonava alla pianola l’opera 47 e Black, il cane bastardo, di stazza robusta, nero con strisce bianche sul muso e sulle orecchie, seduto sulle zampe posteriori e l’occhio destro semichiuso, lo ascoltava sonnecchiando sulla soglia d’ingresso della terrazza che s’affacciava sul mare. Il Professore aveva cresciuto a Sammezzano, Franco, il figlio più grande di Carlo ed ora accolto nel locale la famiglia. La moglie in cucina ed il figlio Nuccio a bighellonare. Lanaggioto, privandosi dei risparmi che gli regalava nonna Santa, riuscì ad estrarlo dalla casa circondariale di Patti nella quale era rinchiuso per truffa, ed ebbe il coraggio di insudiciare le ultime volontà del fratello, incendiando la baracca a fianco del Brigantino, che il Professore aveva lasciato a Santino, insomma l’indifferenza dei fratelli era giustificata ed ha generato ciarpame.
Lanaggioto, con l’alba che avanzava ed usciva dalla notte, terminato il lavoro di cameriere nel locale, s’avviava verso casa accompagnato da Black. Il cane gli camminava a fianco proteggendolo dai numerosi cani randagi che abitavano il parto. Un esercito a quattro zampe, imprevedibile e con robuste mascelle che gli uomini usano per scommesse e truce divertimento. La sua presenza, con la grinta a fior di muso, manteneva a debita distanza, i suoi simili sciolti da vincoli e lo rasserenava.
Una sera che lo scirocco passeggiava sulla terrazza del Brigantino e s’aggirava sornione sulla spiaggia ed intorno, accompagnando per mano gli avventori a cena e gli ospiti a bere e conversare, una voce rauca, ieratica, sequestrò il caldo nei bicchieri di vetro, zittì i commenti su Michele Sindona, il Banchiere fedele servitore di monsignor Pullano, Vescovo di Patti, fondatore della Banca di Messina e che rese industriale la città, scomparso dai suoi domini e ricercato. Lanaggioto, sorpreso si girò a vedere chi fosse l’uomo che criticava il servizio. Lanaggioto, si dedicava al servizio dei tavoliin collaborazione con il fratello Santino. L’abitudine di chiacchierare e scherzare con i convenuti, alla critica indecorosa, s’arrestò quasi senza fiato. Il guerriero ch’era in sonno, si mise in allerta slacciando il fodero delle armi pronto per lanciarsi all’assalto dell’intruso maleducato. Lanaggioto, comunque ammorbidita dalle note della musica, avvertì qualcosa di accidioso, e si trattenne intendendo comprendere e girato lo sguardo, vide Ciccino Cicirello detto Mocu, avvinghiato alla spalliera della sedia. L’arroganza accomunava Ciccino Cicirello alla corporazione degli Squamani. La memoria lo ritraeva con il padre e non avendo altre distrazioni per recuperare l’equilibrio che la città gli aveva tolto, cercava un’occasione di vendetta. Il ritorno nel villaggio in vacanza dalla città del lavoro, riserva un abbraccio, nell’incontro con i compaesani, dunque il secondogenito di Carmelo, lo classificò un rigurgito. Gli anni non sono riusciti ad insegnargli che i diritti appartengono a tutti, che il diritto non è deleterio, fa parte del dovere e la rivalsa è la cattiva luce della coscienza.
Lanaggioto, insomma decise che non era meritevole di una risposta e soddisfece la sua esigenza.
Qualche settimana dopo, in occasione dell’uscita del libro del Professore Giuseppe Alibrandi La testa del Dragone edito dalla Pungitopo di Marina di Patti, ciccino Mocu, rinvenne da sotto i pini circuendo i tavoli del Bar Capriccio e si scatenò con una critica bavosa e Lanaggioto ebbe la misura del suo valore.
Il male indugia l’uomo in un portamento innaturale se il pasto della storia risulta indigesto e Ciccino Cicirello, per perdonarsi avrebbe bisogno che un miracolo si verificasse all’insaputa della ragione.

L’OFFERTA DELLA CITTA’

Lanaggioto, con la stagione estiva che si allontanava oltre i monti e lasciava il buio a misurarsi con il mare, anziché parcheggiarsi all’Università sulle spalle dei genitori e fossilizzarsi nel villaggio semideserto, insomma insofferente a bighellonare, stanco di partecipare a concorsi superaffollati, aspettare l’ora di pranzo e cena della mamma, ha chiuso libri e curricula nel vano inferiore della credenza di nonna Santa e con un pugno di sogni in tasca, ha lasciato il villaggio.
Lanaggioto ha l’imbarco alle cinque del mattino. La stazione di San giorgio è disabilitata. Il sorvegliante con gli occhi gonfi ed una lanterna in mano, costeggiando i binari, ritorna dal semaforo lentamente.
Il treno passeggeri ha le caratteristiche di un mezzo per il trasporto di animali. Il costone di rocca bianca nascosto l’ultimo scorcio del borgo, lo ha lasciato con il collo allungato sul finestrino e la speranza a guardarsi le mani.
La città ha l’attività per soddisfare i bisogni, concede l’opportunità di ritagliarsi uno spazio nella società. Il lavoro è un mezzo per sentirsi utile e crearsi su questa terra un soggiorno stabile e soddisfacente.
Lanaggioto, dunque con negli occhi le onde azzurre, la spiaggia con la sabbia di granelli colorati, si è messo in cammino per mettere a frutto i suoi studi, soddisfare i bisogni e le aspirazioni. La città con la supponenza e lo strapotere, in realtà arruolò Lanaggioto a combattere una guerra senza quartiere e la sopravvivenza sopraffece ogni altro desiderio.
La città è bella e la sofferenza si confonde nelle luci. I cittadini ne hanno fatto l’abitudine, appaiono tranquilli. Il problema cova sotto lasfalto e se si perde il rispetto di se stessi, si potrebbero commettere le più insane e tumultuose azioni. Se per caso il bubbone scoppia, lo stupore attraversa la città per qualche minuto ed i governanti par che si accorgano che il serpente circola indisturbato.
Il Tempio con l’antenna in mano, nega con violenza che la città è in guerra ed accusa di calunnia e sabotaggio, chi asserisce l’incontrario. La battaglia è in corso e Lanaggioto ha l’urgenza di trasformarsi in guerriero e difendersi dal nemico. Ogni giorno è costretto ad allenarsi per debellare l’ingenuità, la fiducia negli altri, per fare fronte alla mancanza di aggressività. Morte tua vita mea è il motto e Lanaggioto non ha alcuna intenzione di darsi per vinto. Ha le mani doloranti, scorticate, ferite ma non si arrende. Il bottino è la conquista di un’esistenza libera e gratificante. La sconfitta è il ritorno nella casa dei genitori. Il villaggio può attendere, ci andrà in vacanza e non certo con la nomèa di disetrore. Lanaggioto, ha subito vessazioni, combattuto sopraffazioni, ha evitato trappole, ha percorso ripide ed oscure strade, scalato alte gradinate, si è nascosto in palazzi transennati ma non si èpiegato. La sconfitta lo ha tallonato togliendogli il sonno ed il sorriso. Lo sconforto l’ha indotto a pensare che il marciapiede sarebbe stato il suo domicilio. Ha calzato addirittura una maschera bianca per confondere la morte e con le ossa della faccia, gli organi e l’anima martoriata, ha incontrato i cittadini randagi che popolano la città. La geometria del marciapiede lo conduce agli scalini della chiesa del Carmelo. Una donna con una creatura in braccia attende che un’anima buona gli lasci un’offerta. Le lezioni di catechismo, l’esempio in famiglia gli ritornano in mente e sorride. Lanaggioto per non mettersi a fuoco dalla vergogna, con la mano legata al fianco destro, accelera lievemente il passo e continua il viaggio. La gente è allegra, sorride e passeggia, guarda le vetrine, qualcuno esce dalla rivendita di tabacchi. Lanaggioto entra ed esce dalla fila di giovani, adulti, maschi e femmine ed ad un tratto è acchiappato da uno spazio vuoto. La confusione lo ha lasciato solo ed ha paura. Lanaggioto cammina in cerca della luce, qualcuno s’avvicina, s’allontana, un altro lo tallona, un altro non sa dove andare, lo evita. L’indifferenza è un male che mangia l’energia nel silenzio assoluto. Il marciapiede è ampio e nel mezzo, un uomo con la barba bionda, incolta, con le mani giunte, sta in ginocchio su fogli di cartone, un cane semiaddormentato gli fa compagnia di fianco. Il pastore tedesco, con occhio apparentemente distratto, gli controlla il piatto delle offerte. Un attore, si dice Lanaggioto e sorridendo prosegue. Nei pressi della chiesa di San Giacomo, una moto di grossa cilindrata entra nella traversa a velocità elevata, pare che faccia strike con i paletti che delimitano la strada dai negozi, riprende l’equilibrio e nessuno è offeso. Lanaggioto incontra lo spirito di Armando, il compagno di scuola che per festeggiare il conseguimento del diploma di ragioniere, prende in prestito da un amico la moto per un giro. Il pedale striscia con spavalderia il marciapiede e rovina sbattendo la testa. Le candele ed i fiori lo hanno festeggiato accompagnandolo al cimitero. Un saluto e scivola nel fumo della sigaretta che oltrepassa la spalla destra. Una ragazza minuta, seduta all’indiana, con le spalle alla vetrina illuminata di un negozio d’abbigliamento per bambini, incollata a dei fogli di cartone, strimpella sulle corde di una chiatarra classica e con un fil di voce canta una nenia. Lanaggioto lascia i randaggi sparsi per la città e con le gambe stanche, alza la testa e cerca d’acchiappare la luna con i versi dei passerotti e dei cardellini, della gazza ladra e salta sul dorso di un’acquila di passaggio. Il Santo padrone conduce alla disperazione e su ogni minuto incombe il rischio di commettere un reato, di essere ricoverato in un reparto psichiatrico. Lo straccio di un lavoro precario è un mancato rispetto dei diritti. Il dispensatore di lavoro sfugge alla legge. La busta paga, ha un ritardo insopportabile, alla firma è decurtata e non hai che accettare od andare in strada. La casta, che sia azionaria od altro, è stata allevata nel profitto ed i lavoratori sono lattine a perdere, i loro diritti rifiuti nocivi. Il loro modo è meno rude ma la forza dell’arroganza con l’ingordigia è presente ed a secondo dei periodi la distanza si allunga e si accorcia a fisarmonica e comunque esprime un principio di disuguaglianza.

L’APPRODO
Lanaggioto, con gli anni rotti, aggiustati, molto malandati, abbagliato con offerte di capi di visone e sigarette di contrabbando, di feste nella città vecchia al seguito della Santa, di guadagni allettanti, ha vinto la sua battaglia, ha acquisito una certa serenità, uno spazio di libertà.
Il percorso è stato molto difficoltoso, la lotta è stata impari, minacciata con colpi di scimitarra e spari. Una gara di resistenza, la mortificazione dell’intelligenza. Lanaggiato non è caduto nell’imboscata, comunque la dignità è rimasta scossa.
Lanaggioto, dunque con alcuni giorni di risposo in tasca, uscì dalla statale 114, varcò il bivio per San Giorgio ed entrò in un territorio paradisiaco. Il clima si vestì al bello e cambiato dalle scarpe al cappello. Gli anni, oltre venti, in un decimo di secondo rifiorirono e Lanaggioto si sentì bellissimo. Il male della cità si sciolse nelle gocce di salsedine che una brezza leggera, con lievi spruzzi, spingeva dagli scogli semisommersi della Gargana, liberandolo quasi per intero da ogni pastoia, legame che lo trattenevano in città.
Lanaggioto, tolti i vestiti duri, grintosi, arroganti della città, scende in aqcua e nuota, affonda nelle alghe, entra nelle grotte naturali e plana sulla sabbia bianca. Le castagnole lo circondano ed a velocità spasmodica, lo liberano delle scorie solleticandogli i fianchi, pulendo con le morbide labbra, ogni quadratino di pelle, facemdogli assumere un sembiante che in natura è difficile confezionare. Il movimento natatorio è leggero ed armonioso. Lanaggioto, scivola sul tappeto morbido di sabbia bianca. La pinna nobilis, che si erge dalla sabbia è tenera e fascinosa, si dondola nel flusso della corrente e lo guarda con grazia. Lanaggioto gli si avvicina con un sorriso disteso, si adagia al suo fianco e l’osserva danzare. Il porto nel quale è approdato è un grande cortile tappezzato di fiori e di fauna luminosa. La gioia gli ha aperto il cancello, entra nel mare del borgo di San Giorgio e ritrova il coraggio della dignità.

L’ANCORA NEL GIARDINO DI CASA
Lanaggioto dopo un lungo e largo giro è approdato nella città di Milazzo ove risiede e lavora quale Tecnico Sanitario di Radiologia Medica presso il locale Presidio Ospedaliero. La città rinomata per la fiorente agricoltura e la coltivazione dei gelsomini, per scanzare la disoccupazione e l’emigrazione, ha contrabbandato l’industria del profumo e del turismo, con la raffinazione degli idrocarburi e la produzione di energia, ricavando un inquinamento mostruoso che dal sottosuolo arriva alle stelle. L’impresa politica cittadina, alla stregua di altre comunità rivierasche, è impegnata a costruire porticcioli privati, fontane pacchiane ed imbastire lavori per parhceggi e strade, continuarli a singhiozzo, recintarle con strisce colorate, intasando la viabilità e lasciare alle intemperie l’onere di completarle dichiarando sui cartelloni elettorali di avere mantenuto la promessa ed accetta senza condizioni i fumi, le polveri nocive, i residui dei prodotti industriali, abbandonando la pulizia della villa comunale tanto che gli insetti, le zanzare tigri ne hanno preso posssesso e gli abitanti che vi si rifugiano, i bambini che giuocano, rischiano di uscrine spregiati. Le blatte, dell’ampio marciapiede, addirittura hanno formato un tappeto orripilante. L’Ospedale che detrmina la salute e decreta l’onorabilità della città, è lasciato in mano ad altri che ne disegnano l’attività, la linea organizzativa e gestionale che non garantisce il futuro della popolazione,. Il Sindaco, si proclama governatore del Fare ed organizza notti bianche nell’odore nauseabondo di enormi montagne di spazzatura, sperperando denaro pubblico ed appesantendo oltre la salubrità, la viabilità cittadina. L’impresa politica, manipola, corrompe, insomma ha il modus operandi dei lestofanti. Le indagini epidemiologiche hanno una lunga gestazione e se varcano la soglia della luce, sono alterate da una vecchia strumentazione. Il viaggio con le polveri nocive è una ineluttabile corruzione polmonare. I malati terminali dell’amianto della SACELIT, nell’indifferenza istituzionale, covano la speranza che almeno ai familiari resti il respiro. Le donne aggredite dai veleni, abortiscono o mettono alla luce creature malformate e perfino i vigili a dirigere il traffico, sottoposti all’inalazione di polveri sottili, hanno fatto della chemio, una disciplina all’ordine del giorno.
La salute non è un animale che mangia per fame è un’industria che per ingordigia, inghiotte pazienti e famiglie.
L’impresa politica ha creato Manager, Medici che sfruttano la la malattia del paziente per gonfiare il portafogli, ha scacciato l’anima, ha intrufolato le mani nella struttura pubblica e si è eretta a Padrone costruendo comparaggi e profitti, sfruttando le risorse derivate in modo privato, minaccia e mortifica le professionalità costringendo i collaboratori a misurarsi con strutture obsolete, sistemi elettronici sorpassati, malfuzionanti, di continuo s’interrompono e restano inutilizzabili a tempo indeterminato, prefigurando contratti di indubbio interesse collettivo. I luoghi di lavoro sono carenti dei più elementari principi d’igiene e soggetti a sbalzi di temperatura che colpiscono strumenti, operatori e minano la precaria salute dei pazienti. Gli operatori tecnici ed infermieristici, inoltre hanno a scontrarsi con l’arroganza di alcuni medici e la maleducazione di altri. I Primari inquadrati nell’ottica Aziendale, rivolti al profitto personale, non tutelano il rispetto del lavoro e della persona, erogano un servizio insufficiente costringendo i cittadini a rivolgersi allo studio raccomandato con il portafogli in mano.
Lanaggioto è provato, gli hanno rubato l’amore per la professione e seppure non si arrende, l’insoddisfazione gli taglia le gambe. Le denuncue non hanno efficacia e le ispezioni sono annunciate con largo anticipo, pilotate hanno il risultato di spreco di carta.
Lanaggioto, inoltre è costretto a combattere una battaglia quotidiana con l’orologio timbratore aspettando con il cartellino in mano che scatti l’ora esatta per evitare che si ritrovi nel riepilogo, a recuperare una montagna di minuti anche se ha anticipato l’entrata all’incontrario di alcuni che non ci sono e con la compiacenza di altri, risultano presenti.
Il minuto non trascorre, l’attesa è stressante ed aggravata da una insana richiesta quotidiana del Medico Nefrologo Sapensale.
Il Medico, arde dal desiderio di mettere un’ancora della tonnara di San Giorgio, nel giardino di casa. Le ancore del millequattrocento fornite dalle fonderie Inglesi, sono un reperto prestigioso. Lanaggioto è conscio che questa società ha nell’apparire la sua ragione d’esistere e non si meraviglia della richiesta. La bretella che corre lungo il margine del prato e la spiaggia, ha ospitato Palischermi, galleggianti ancore ed attrezzi della tonnara di San Giorgio che la speculazione ha tratto fuori dai depositi per mettere in atto e portare a termine il proprio progetto. Le barche ed i palischermi, semisepolti dalla sabbia, coperti di erbe e spine, in via di decomposizione sono state date in pasto alle fiamme. I legni rimasti, lacrimano lo scempio. I galleggianti, alcuni attrezzi e le ancore, sono stati trafugati ed abbelliscono le ville con piscina, in collina. I resti scampati agli sciacalli, raccolti, sono stati ingabbiati in una rete di plastica e lasciati a decantare sul prato, sotto le alte mura della cattolica.
La richiesta di un Museo della Tonnara avanzata in illo tempore dal’Lanaggioto ed altri, che la tonnara con le barche, i palischermi e l’attrezzatura, ancora custoditi nei magazzini, non ha attecchito. Gli amministratori ed i compaesani, hanno preferito giuocare a mosca cieca e non ha raccolto interesse né firme ed ha lasciato la speranza che alcuni se ne potessero approfittare.
Lanaggioto, non è custode, né responsabile vendite e tanto meno politico, dunque non ha alcun titolo sulle ancore della tonnara di San Giorgio, è soltanto il portatore di una profonda indignazione per chi ha permesso questa vergogna.
Lanaggioto non è un professore, è un autodidatta. La scuola l’ha lasciato insoddisfatto però è convinto che la storia è la radice della civiltà. Lanaggioto lotterà a che la meoria della tonnara non vada perduta anche a rischio di essere apostrofato con l’epiteto di arteriosclerotico e si rammarica che le nuove generazioni ritengano che il passato sia un peso insopportabile.
Gli abitanti di San Giorgio, chiusi a coltivare il proprio orto non si sono accorti che il villaggio è caduto in mani insane ed è morto.
Una filiera di costruzioni a cuccia di cane adibite a civile abitazione è stata innestata nella vecchia struttura delle case nuove, a ridosso della scarpata della rete ferroviaria.
Gli abitanti di San Giorgio, preferiscono passeggiare a testa bassa e le mani dietro la schiena co n la vergogna che gli fuoriesce dalle tasche per non veder chi gli passa vicino. La domenica va in chiesa, si confessa e ritorna a scambiare quattro chiacchiere sotto il pino di piazza Ravel, con l’indifferenza del riso e delle parole, continuando nella solita postura.
Il Dr. Sapensale, è informato del saccheggio e cerca l’aggancio per entrare in possesso dell’ancora per il giardino di casa.
Lanaggioto è stanco, mortificato ed ad un tratto gli salta sulla bocca una provocazione. L’estate è agli sgoccioli, gli dice, la sera scende presto ed i turisti sono partiti, vada a San Giorgio con il Suv fornito di carrello e prenda il suo trofeo. Questa è la sua occasione, può sopperire alle braccia di sei, otto tonnaroti con una pala meccanica, vedrà che non se accorgerà nessuno e se puta caso qualcuno dovesse passare nelle vicinanze, stia tranquillo, non la disturberà, ha gli occhi ma non vede.

LA BARCA A VELA

La città di Milazzo dista da San Giorgio circa venti minuti, mezz’ora d’autostrada ed una domenica, con i panni stesi al sole e con la speranza che l’inquilina del quinto piano non li rilavasse con l’acqua dei suoi, lanaggioto, ha preso l’auto e si è messo in marcia verso il villaggio di pescatori.
Il borgo marinaro di San Giorgio è la memoria della sua infanzia, il luogo nel quale ritrova la speranza per non cedere il passo. Il villaggio ha l’ossigeno che gli manca e secondo la libertà che gli lascia il servizio, salta in auto e corre a fare visita agli anziani genitori.

La barca a vela che il collega Salvo Manciagli, gli ha dipinto con i colori dell’alba, nel tentativo di allontanare la tristezza che gli camminava a fianco, lo saluta dalla parete accosto alla porta d’ingresso e sull’autostrada, già sente il profumo di casa.
Lanaggioto, posteggia l’auto accosto l’orto del nespolo e dell’arancio all’angolo con la via zara, saluta il padre che sul marciapiede s’ostina ad imbastire le rizzelle, le reti per la pesca sottocosta, per i figli che al rientro, arraffano i pesci più pregiati e lo lasciano sotto il sole, a pulire la barca ed i mestieri, lo invita a non perderci il respiro ed entra in casa a salutare la mamma che s’affanna intorno ai fornelli per il pranzo.
La rivendita di tabacchi di Giuseppe Cicirello, sulla via pola angolo con vico Brindisi, è il suo punto di riferimento.
Lanaggioto, fa visita a Giuseppe, va a salutare il mare e ritorna a scambiare quattro chiacchiere ed anche se non ne ha bisogno compra le sigarette.
La rivendita, è un luogo di frequentazione e dunque gli offre l’opportunità d’incontrare qualche conoscente, qualche coetaneo in visita od in ferie.
Il villaggio di San Giorgio, si è perduto nelle facce che l’hanno colonizzato, nello sviluppo caotico e speculativo, nel saccheggio del territorio.
La Spedilitica, questo connubio di politica ed affari, entrato in possesso della Baronia, ha occupato il territorio e con l’arroganza dell’impunibile, ha sradicato uliveti ed agrumeti, la vigna, ha reso le strade, i confini naturali indistinguibili, ha cancellato gli orti ed i pozzi che governavano la quotidianità delle famiglie, ha applicato criteri indecenti per le costruzioni dele case. La speculazione si è spinta oltre la ferrovia e la statale, sbancando le colline, riempiendo le vallate di asfalto e cemento. La speculazione, insomma ha devastato il territorio nel silenzio della legge e di chi è preposto ai controlli publici, rendendo pericolosa la viabilità e la connessione dei cittadini.
Il villaggio di pescatori, con l’alba che nasceva, ha accolto nel suo territorio, con la leggera allegria che li caratterizza, un cavallo con la borsa della posta a tracolla che distribuiva santini e con la faccia abbronzata, propinava agli abitanti di San Giorgio un miscuglio miracoloso di erbe della valle del Saleck, raccolte dalla madre, imbottigliate e commercializzate con l’ausilio della confraternita delle Spine Sante.
Il cavallo dipinto d’azzurro ha uno sguardo penetrante, scarpette di serpente agli zoccoli ed è fornito di grosse mascelle. Il cavallo è nato nella contrada dell’Acqua Santa, allevato nella stalla della chiesa locale, ha cavalcato la bontà di padre Rocco.
Il cavallo con il santino e la pozione miracolosa in mano, dichiarava di operare per il bene pubblico, nell’interesse della comunità, dunque è accettato dagli abitanti di San giorgio e reso potente tanto che la Confraternità lo ha premiato conferendogli in prima istanza, la licenza di scuola media inferiore ed in seguito, il diploma di Geometra per meglio operare nell’impresa.
La Spedilita, dunque alloggiò nello studio, il cognato appena diplomato geometra e la cugina a segretaria ed ingabbiò pescatori e contadini acquisendo la proprietà del borgo e della collina. I lavoratori, con molti mesi di ritardo e sotto il ricatto del licenziamento, sorbendosi improperi e minacce, percepivono un salario dimezzato, magiando con il silenzio sulle labbra.
Gli appartamenti erano venduti sulla carta e sulla parola. Gli acquirenti, senza alcun contratto o scrittura in mano, versavano l’anticipo ed iniziavano a pagare il mutuo. La data della consegna dell’immobile e relativo contratto si protraeva perfino di anni. Le cambiali a garanzia, scontati in blocco, senza tenere conto degli avanzamenti dei lavori, insomma di quanto concordato, portate all’incasso. Gli acquirenti, per non subire l’onta del protesto, erano costretti a farvi fronte in qualunque modo, ingoiando il rospo, insomma vessati, sottoposti a mille gabelle, non vedevano il momento di uscire da quel vortice infernale. La consegna dell’appartamento, con il calvario alle spalle, contava una ulteriore, incresciosa mancanza. Gli appartamenti situati ai pini fuori terra, mancavano della scala d’accesso e naturalmente si sfiorava la tragedia.
La contrada dell’acqua Santa aveva allevato quel cavallo con amore, sin da bambino trafficava con i santini, un giuoco innocente, mangiava qualunque erba, certo ben presto si confezionò una circonferenza considerevole. Gli uccelli, il giorno che trotterellò verso il mare, evitarono gli alberi del luogo e volarono sulle montagne, le lucertole ed i serpenti si alzarono di ben tre spanne al rumore degli zoccoli, fuggivano quasi volando per evitare di essere calpestati. I Toponi, lo seguirono cantando e ballando.
I tonni della mattanza, ora che la tonnara era stata mandata al macero, erano gli abitanti. La mancanza di rispetto degli uomini e del territorio, della bellezza della natura, non ha indignato alcuno. Gli abitanti di San Giorgio continuavano a camminare nella traccia antica, senza distaccarsi di un metro quadrato dal vecchio sentiero, insomma la corda al collo gli si è incollata tanto che non è più un ornamento, ma una parte integrante del corpo.
Lanaggioto, era insofferente ai confini del villaggio di San Giorgio, l’orizzonte gli stava stretto, insomma aveva la necessità di camminare e confrontarsi con la società. Un viaggio in cerca di lavoro, un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di ritorno, conobbe l’animale nella Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello e per scherzo gli disse che cercava residenza nel villaggio, e se puta caso potesse aiuitarlo.
Il cavallo, con il piglio del padrone, gli rispose che non gliel’avrebbe mai concessa. I suoi precedenti, non lo raccomandavano.
Lanaggioto, al seguito del compagno Carmelo Mobilia, a riempimento della lista, alle lezioni comunali, si era candidato nel partito comunista, dunque era relegato negli indesiderabili.
Lanaggioto, era vocato nell’idea della politica. La costruzione di una società per il soddisfacimento dei bisogni delle persone concordava con il suo pensiero. La realtà della politica, all’incontrario perseguiva il soddisfacimento degli interessi personali e dunque cozzava con il suo impegno. Lanaggioto proclamava che i diritti ed i doveri appartengono a tutti, i privilegi a pochi. L’impegno sociale di ogni individuo, è di sostenre la comunità a lenire le sue necessità. Ognuno partecipa secondo la propria disponibilità, la ricompensa è di avere lavorato nell’interesse di tutti. Lanaggioto respinge, la voce che ordina, gli sa di aria viziata e dunque non dispone di lucidità.
L’esperienza accumulata a seguito della gioventù Aclista, lo ha segnato e non intende ricaderci. L’ordine di rientrare nel cortile, abbandonare l’azione in corso per sollevare le persone dai bisogni più elementari, per il rischio di essere dihcirati faziosi, gli spezzò la schiena, dunque decise di non impegnarsi in organizzazioni o partiti. Gli ordini sono una sopraffazione sdella libertà dell’individuo. La criticità del rischio non autorizza l’interruzione dell’azione, la soluzione è ricercare uno strumento che non tradisca il principio. La lotta per il raggiungimento del benessere della comunità, non è una corsa per sedersi in poltrona. I coetanei che gridavano e non si esponevano, alzavano la bandiera sul vialone per farsi notare, verificare la popolarità, è una una passione macchiata, indirizzata al conseguimento del benessere personale. Lanaggioto, dunque ha deciso di coltivare la sua idea camminando a fianco delle perosne. La faziosità è una mancanza di dignità, il timore dell’individuo di essere scoperto con le mani nella patta. Ogni pensiero è personale, esprime la propria cultura e le persone che vogliono imporre agli altri, il proprio, sono integralisti e mancano della civiltà della democrazia. Lanaggioto, coltiva il diritto degli altri.
Lanaggioto, dunque il compagno candidato, approfittò dell’occasione e dal balcone del palazzo della posta, richiamò i compaesani che ascoltavano in piazza Ravel, di munirsi del coraggio che gli era venuto meno e comunque di rispettare gli altri. Il discorso fu molto applaudito, di contro gli risposero che non potevano votarlo perché comunista.
Lanaggioto non se ne meravigliò ed il giorno dopo saltò sul treno e riprese il suo vagabondaggio.
Lanaggioto, dunque ebbe la misura del cervello dell’animale e con spontaneità, con sarcasmo ed un sorriso beffardo, s’inchinò chiamandolo Onorevole e s’avviò verso la spiaggia, il mare. Il cavallo Onorevole, lo inseguiva con il potere nelle mani. Lanaggioto accelerava il passo e lo additava agli alti pini, agli oleandri, alle gazze ladre che avevano colonizzato la pineta richiamati dai cassonetti strasbordanti di spazzatura, con ISSO, secondo l’espressione di disprezzo che usava il padre verso i lestofanti.
Lanaggioto, chiama l’animale, Onorevole per distinguerlo dagli altri e dai lavoratori.
Questa specie è diventa incombente nel panorama politico. La popolazione dei villaggi e delle città non ha più libertà di scelta, è indotta all’accettazione del male minore. La comunità, insomma si è arresa al malaffare, lasciandosi stuprare nel silenzio del peccato.
Lanaggioto, comunque reputa degradante che le persone si offrano ad osannarlo ritenendolo addirittura un uomo inviato dal Signore.
Lanaggioto conosce il male e non vuole che altri ne abbiano a soffrire e nell’impotenza s’indigna.
Lanaggioto, ritornando a San Giorgio, è pervaso dal disagio, si sente fuori casa e cerca rifugio nella rivendita a scambiare quattro chiacchiere con l’amico Giuseppe.
Gli avvenimenti locali si associano in modo burlesco all’informazione dei giornali che nel cestello mostrano la loro valenza. Il giuoco della schedina del lotto, comunque sopravanza ogni altra speranza.
L’apertura della domenica mattina, è molto trafficata e Giuseppe ha già i capelli a chiodo per lo stress. La moglie è impegnata in casa con l’anziana madre e dunque Giuseppe non ha lo spazio per fare una passeggiata sulla spiaggia. Lanaggioto non demorde, spera che la moglie, accudita la madre, scenda e lo metta in libertà. Lanaggioto, dunque col passo sulla soglia e la sigaretta in mano, inspirando ed espirando, lancia la cenere prodotta, in strada con un colpo secco del dito che sorpassa a malapena il tappetino d’ingresso per la pulizia delle scarpe ed usato in modo distratto e sporadico dagli avventori, che immancabilmente finisce sul terrazzino, con lo sguardo, esplora la strada, lo spazio intorno in modo superficiale e rientra ad aspettare un’improbabile disponibilità di Giuseppe.
La notizia gli perviene dal cugino Gioacchino detto Cunnuruni, figlio di Turi, fratello di nonna Santa, con un intercalare di soffi di naso e tirate di gola e gli è confermata da Nunzio Nigro detto Ridolini, in un’incomprensibile suono per l’intervento di tracheotomia.
Il fratello più grande, Franco ha litigato con Francesca che è la primogenita delle tre figlie.
Il Bar Capriccio, con le carte in mano, è stato il teatro della rissa e non è stato di certo edificante né per l’uno che l’altra.
La separazione consensuale dalla moglie, lo obbliga mensilmente, a versare alle figlie gli alimenti. Franco non ottempera ai suoi doveri, rimanda, adduce pretesti, giustificazioni inattendibili, indotto dalla compagna, di molti anni più giovane. La moglie con la pensione fa fatica a mandarle all’università.
Lanaggioto, mortificato, cercando di nascondere la rabbia che gli arruffa i radi capelli, si disse che l’aria malata di Milazzo, aveva attraversato il mare e raggiunto il borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, azzarda una diagnosi e dichiara il fratello neurologicamente offeso, colpito da una sindroma post traumatica, sebbene l’apparenza non lo evidenzi. Franco, insomma ha perso con la lucidità, la dignità di uomo e padre. Lanaggioto, dunque prevede che dovrà scendere in guerra.
Il fratello, ha lasciato moglie e figlie per ascendere in un sogno celestiale ed è caduto preda di una femmina canina. La donna, è figlia di un ambiente innaturale, ha il cervello malsano, strazia le persone con mazzi di ortica e fa scempio delle famiglie, dunque non gode di rispetto. Gli ha affibbiato un figlio maschio e gli ha tolto la ragione. La donna ha precedenti poco onorabili ed il rifiuto delle prove, ha sollevato un dubbio legittimo. Il comportamento che la guida, è di una cattiveri inaudita, ha tentato di travolgere con l’auto, sulle strisce pedonali, Anna la sorella minore del’lanaggioto, ha infestato il borgo lanciando ingiurie ignominiose. Ha seguito la madre riporre il portafogli, ha aspettato che andasse in cucina e le ha sottratto il denaro. Franco l’ha difesa accusando la vicina. La paura che il padre venisse a conoscenza dell’evento, mise in allarme Lanaggioto e la sorella Concettina. La cardiopatia, l’insufficienza respiratoria, la sofferenza diabetica che lo affliggevano rischiavano di aggravare le condizioni di salute. Franco in sua difesa dice che le accuse sono inventate per screditarla. Ha minacciato la forza ed ha percorso con calci e pugni Concettina ed ha perfino abbozzato un tentativo sulla madre. Il Maresciallo dei Carabinieri che conosceva Franco persona seria e dignitosa, costernato per la situazione è stato costretto a diffidarlo.
La memoria dell’uomo rispettoso, difensore della legge, del professionista meticoloso, è per gli amici un confuso ricordo e sbalorditi serrano i denti, incollano le labbra l’uno all’altro e proseguono.
Lanaggioto, insomma si rese conto che la vico Brindisi si era trasformata in una fogna a cielo aperto ed allora, saluta l’amico ed esce dirigendosi verso il mare. Ha il bisogno prepotente di sentire il suo profumo ed attraversa la pineta. Una lunga fila di oleandri, delimita la bretella rotabile, creatasi ai tempi della costruzione con massicciata, della strada principale e recinta la pineta. La strada secondaria, è coperta da un sottile strato d’asfalto, un manto a perdere, è buia ed irregolare, controllata dalla luce lunare e soprattutto dalle candele della Raffineria di Milazzo che con i fumi della sua attività che scarica nell’aria, cambia l’oscurità e veicola zollette di catrame che assieme alle pietruzze di pomice delle isole, si riversano sulla spiaggia.
Il senso di prudenza che abitualmente conserva, gli è sfuggito dalla nuca ed a causa del groviglio di rami che invadono il margine della strada, ha rischiato di essere travolto da un’auto in transito. Il vuoto minaccioso che l’aria gli aveva creato, all’ultimo istante riprese coscienza. Un riflesso rimasto indietro, l’ha allertato e gli ha trattenuto il passo nel viottolo aperto negli oleandri e sfocia in strada. Il bisogno di smaltire la notizia, l’aveva smarrito finoa piegarlo a metà. Il controllo del malessere gli richiese un enorme energia, recuperò le redini del cavallo inbizzarrito ed attraversò la strada. Gli anni maturati, si schiacciavano l’un con l’altro creando un rumore infernale ed allora scavò una buca in prossimità del cespuglio di canne a guardia del pozzo del depuratore che ingabbiato in una robusta rete metallica nasconde la sua inefficienza, li sigillò con erbe e spine secche che coprono lo schienale dell’arenile spingendo sui calcagni, corse fin sulla battigia. La forza del mare, il movimento delle onde gli attenuò la lotta, piegò le ginocchia sulla sabbia e con lo sguardo rivolto alla Madonna del Tindari, respirò a pieni polmoni e riportò il guerriero nella ragione. Le barche da diporto, la barcuzza, lo riempirono di coccole ed in un tripudio di gioia, la notizia si sciolse in un episodio normale che atraversa quotidianamente la gente.
Un fischio leggero, ad un tratto penetrò l’aria azzurra e scese dal cielo e pronunciò il suo nome. La nonna Santa, lo prese in braccio, gli adagiò la testa sulla fadetta e lo cullò.
La nonna, alta nella casacca nera, i capelli argentei raccolti sulla nuca gestiva con mano materna la casa, gli amici. La traversa vico Brindisi, era un luogo pulito, senza insetti e senza un’erba selvaggia. La crescita proseguiva con armonia e non presentava complicazione nei sessi, la sera sulla spiaggia l’innocenza si librava nei volteggi separando il grano dalla pula, l’infanzia corse serene.

La stazione ferroviaria con i treni inpartenza per il dottore, per l’emigrazione, in transito, dettarono il ritmo della giornata. Il tempo batteva la sveglia sui binari, le ore scorrevano con curiosità. La pioggia, il vento, la scuola, l’estate, le vacanze, accompagnavano lanaggioto al mare. Le barche in secca, qualcuna all’ancora che incoraggiata dall’acqua cercava di liberarsi dagli ormeggi, una barcuzza a pesca con le lenze a traino, era l’incontro in piazza con gli amici. Il moto peschereccio che si confondeva nei giuochi di luce creati dai raggi del sole sull’acqua, lo eccitavano, stringeva gli occhi e gli si avvicinava arrotolandosi nei cerchi informi, bianchi, lucicanti che gli caricava la mente e vi saltava a bordo. Lanaggioto si caricava di energia e con un salto prodigioso, saltaba da una barca all’altra della tonnara che si dondolava sull’acqua. I tonnaroti, addossati alle murate con la lenza in mano in attesa del tocco del tonno, lo salutavano togliendosi il basco, gli offrivano una fetta di pane ed un sorso d’acqua a garganella dal foro scavato nel petto del bummulennu, dunque li lasciava alle loro incombenze e si allontanava con l’intento di circumnavigare le isole eolie fino a quella più lontana della quale non ricorda il nome. Lanaggioto, ritornato a terra, correva a mezza costa dove le ancore della tonnara stavano a dimora con le braccia ricurve e le mani a triangolo infossate nell’arenile. L’aria leggera sprigionava allegria ed i versi degli uccelli si rincorrevano nel profumo del mare. L’umanità ha perso la salubrità della natura e si contorce nelle soatnze sintetiche.
Lanaggioto, dunuqe raggiunta petralonga ritornò indietro, preoccato per l’instabilità precaria del guerriero, calpestò l’arenile che aveva ospitato il Brigantino, attraversò il torrente di Magaro, la casa del maestro Angelo Accordino, sulla sponda sinistra, protetta con un orribile muro, salutò l’ultima residenza del Professore Ennio Salvo D’Andria, osservò i Murales che abbellivano la muraglia con qualche barcuzza abbandonata ai piedi, con stracci, rifiuti, elettrodomestici ed altro per compagnia, costeggiò il nuovo rettangolo di calcio in terra battuta, recintato, con la luce artificiale, spogliatoi e docce che nelle dichiarazioni del trascinatore accreditato, avrebbe dovuto creare una scuola e rinverdire gli antichi fasti, dunque entrò nel braccio che sbocca nella via Andrea Doria a fianco della cattolica, lanciò uno sguardo verso la Proloco che si fregia di cimili della tonnara, cercò senza un onorevole risultato, un angolo libero sul terrazzino del Bar dello Sport di Turinnu Currò detto Bracco, allungò lo sguardo verso il locale di via Nazario Sauro nel tentativo di scorgere e salutare il titolare, dunque si accese una sigaretta e riprese il viaggio di ritorno con l’ansia che lo attanagliava. Un pensiero aggrovigliato, sulla strada di mare, ad un tratto gli lanciò lo sguardo sulla spiaggia, s’accorse dell’arroganza delle barche da diporto chiamate dal padre bagnarole, che con un pieno di benzina, con le lenze a traino, si sentivano autorizzati a navigare senza sosta e senza rispetto per le regole di pesca, incrociando e passando con spavalderia, sugli attrezzi degli altri, dunque con lo sconforto sulle spalle, riprese gli anni che aveva deposti nella sabbia, ed a testa china, trattenendo i passi che tendevano a vacillare, fece ritorno nella case dei genitori. L’ora di pranzo lo accolse con la tavola imbandita, prese posto a consumare il cibo che la mamma aveva portato in tavola ed all’incontrario dell’abitudine, di mangiare lentamente, s’afrettò senza gustare gli spaghetti col sugo di totani e le rondelle fritte con le patatine, che gli piacevano tanto. La notizia del fratello, gli rovinò anche il pranzo, dunque mortificato con lo stomaco appesantito, addusse una scusa di servizio, si alzò, salutò i genitori ed alla chetichella, salì in auto, mise in moto, con cautela rotolò lungo vico Brindisi, svoltò in via Pola, lanciò un’occhiata furtiva alla saracinesca chiusa della rivendita di Giuseppe e s’avviò verso l’autostrada.

IL RITORNO A MILAZZO

L’auto Innocenti 650 che aveva comprato di seconda mano, in seguito, aveva manifestato un problema di pressione, la temperatura saliva vertiginosamente. I vari meccanici ed elettrauti che vi avevano lavorato, hanno assicurato un buon risultato ed apparentemente per qualche tempo, il problema non si era manifestato.
La pompa, nel viaggio di ritorno verso Milazzo, andò in sofferenza costringendolo a fermarsi più volte. Il pervcorso, insomma non fu molto agevole, dunque la tensione accumulatasi lo sfinì nel fisico e nella mente.
Il rientro in casa, gli risultò salutare, controllò lo stimolo del vomito e gli lasciò il tempo di mettere la caffettiera sul fornello piccolo del gas a fuoco basso, di lavarsi i denti e rientrare in cucina a bere il caffè.
Lanaggioto, dunque accese la televisione, si distese sul divano, che lo accolse con circospezione. La sigaretta nella mano destra ed il libro di P. Kolosimo, Ombre sulle stelle nella mano sinistra, dovevano trasportarlo in una realtà diversa, e quindi quietarlo. Il sonno ch’era in agguato, lo sorprese e rischiò di andare a fuoco se il medio e l’indice, scottatesi, non l’avessero richiamato in tempo, alla realtà e lo convinsero ad uscire di casa. Il collega Pippo e gli amici, Salvatore, Pippo e Benito, sembrava che lo attendessero all’ombra dei Ficus benjamin che delimitano la piazza alle spalle del Banco di Sicilia e nella quale è sito il Bar Dama che sforna pesche alla crema di insana bontà. L’accoglienza gioiosa degli amici e la loro leggerezza di burloni, ebbe l’efficacia di liberarlo dell’orpello del fratello, dunque raggiunse la luce dei lampioni. Il forno con salumeria, di ritorno verso casa, lo fornì di panini e mortadella, dunque completò con mezza birra una cena coi baffi. Un programma televisivo barboso, gli sollecitò il sonno e con i passetti frettolosi del cagnolino dell’anziano ed accidioso inquilino del piano di sopra, anadò a coricarsi nel letto matrimoniale che aveva recuperato con qualche altro mobile, dalla travagliata separazione matrimoniale. Il recupero non è stato facile. L’isterica follia della moglie separata, non gli concedeva alcuna opportunità. Il collega Giovanni Cambria con la ditta traslochi di Loreto Falletta riuscì con pazienza ed abnegazione a trasportarli a Milazzo. Loreto gli ha concesso la sua amicizia e l’infortunio sul lavoro che l’ha costretto sulla sedia a rotelle, è stato uno di quegli eventi che travolgono la ragione ed inducono a dire che la bontà è una debolezza.

LA FESTA DEL SANTO PATRONO

Il Maestro Angelo Accordino, ad un certo punto, con i soci Fondatori del C.R.S.C. ormai lontani, emigrati, si sentì libero, dunque colse l’occasione e mise in atto la paventata divisione. Le regole del Circolo, evidentemente gli restringevano l’orizzonte e si staccò creando l’ALTERNATIVA.
Lanaggioto, ha tentato di traghettare le stagioni con il verso semplice degli animali che liberi volano nel cielo, ha colto un fiore ed ha ringraziato l’amore. Lanaggioto è un guerriero e sebbene gli sia stato raccomandato di stare tranquillo, ha seguito il sentiero di famiglia. Ogni giorno si è inventato un approccio al lavoro, l’esperienza non l’ha piegato ed ha continuato con orgoglio il suo viaggio. Lanaggioto, è consapevole che il coraggio della verità è un danno, dunque gli risulta faticoso chiamare il Santo con la lingua della bestia e camminarci a fianco.
Il villaggio di San Giorgio è un giardino malcurato, stuprato, comunque rimane la sua casa.
La Spedilitica, questo connubbio di speculazione edilizia e politica, ha condotto la società alla frantumazione. L’illegalità cancella l’identità dei cittadini, alcuni si adeguano e sfruttano la disgregazione, altri soccombono.
La legge della Spedilitica annulla il principio della legge uguale per tutti e distrugge la società civile. La forza dell’animale regolerà la comvivenza con gli altri.
Questa società ha elevato la propaganza a valore culturale e la faccia dipinta per giuoco a carnevale con un turacciolo di sughero bruciato, è un prete negro da offendere e respingere.
Il Circolo costituito con amore e sofferenza, aveva perso l’intonaco ed il cortile era invaso di erbacce. Le porte e le finestre, private della luce avevano perduto l’espressione gioiosa che li caratterizzava.
Lanaggioto non si capacitava che un uomo potesse mandare in frantumi, per privilegi derivanti dalla politica, il sogno di una generazione di ragazzi, la cultura, uno spazio di libertà e con la nausea che gli toglieva il respirò, si sedette sul sedile di granito, si accese una sigaretta ed a testa bassa tentò di esalare la rabbia.
La festa del Santo Patrono, denominata Estate in, quella sera, sui Palischermi della tonnara in secca ed appaiati dietro la porta del campo di calcio sotto la cattolica, adibiti a palcoscenico, ospitavano l’ALTERNATIVA del Maestro Angelo Accordino.

La festa del Santo Patrono, in tempi andati, si svolgeva ogni qauttro, cinque anni quando la raccolta dei fondi era ritenuta sufficiente ed era per i ragazzi, un sogno ad occhi aperti. La processione del Santo in spalla, percorreva ogni strada e si fermava agli angoli delle case a conforto delle persone in tarda età ed in condizioni di sofferenza. La sera scendeva in mare sulla barca più grande e le lampare la precedevano e la seguivano per il percorso di andata e ritorno lungo la linea costiera del borgo marinaro. La fantasia accendeva le menti e qualcuno, addirittura non si accorgeva di camminare sulle onde del mare a fianco delle lampare.
Il borgo di San Giorgio in estate era frequentato da una classe variegata di turisti.
La compagnia teatrale dell’Alternativa del Maestro Angelo Accordino, con i ragazzi e le ragazze della scuola, con gli attori Stefano La Rosa detto Cavaliere che svolgeva l’attività di muratore e Pippo Armenio detto Molena che stava a servizio degli Squamani, residui del circolo, spinti dalla passione per il teatro, avevano deciso di continuare l’avventura.
L’Alternativa, accompagnata da un successo straordinario, omaggiata dai giornali, aveva ottenuto l’ingaggio per la festa. Lanaggioto, con Pippo e la cognata, la seconda moglie e la sorella Concettina, nel voltarsi a salutare i cugini Canfora di Patti residenti in Veneto ed in toscana, l’invocazione dei tonnaroti per varare le barche con l’attrezzatura e calare la tonnara, scese dal palco di Palischermi e lanaggioto si sentì pugnalato alle spalle, sfilargli la guaina protettiva del cervello, bruciandolo dalla testa ai piedi. La tonnara aveva varato al grido del Santo Patrono di Gioiosa Marea. Lanaggioto sbalordito bisbigliò sulle labbra il nome di San Nicola, si disse che il Santo Patrono del villaggio è San Giorgio. La circolazione del sangue gli si fermò e le gambe gli divennero deboli e gli occhi con gli occhiali, gli si appannarono privandolo della visione.
Il Maestro Angelo Accordino, evidentemente dilaniato dai guardiani, osessionato dalla politica, ha reputato adeguato perdere la dignità ed in cambio ricevuere un gallo, la famiglia un merlo indiano. Lanaggioto, vide nuda l’anima della bestia ed avrebbe voluto salire sul palco, entare in scena e lavare quell’orripinate bestemmia, gridandogli Manipolatore e se per caso, nelle venute a San Giorgio, vede arrivare la sua alfa, evita d’incontrarlo, gli si rivolta lo stomaco e pensa che una persona ragionevole, il meno che possa fare, è cancellarlo dall’anagrafe.

IL CORAGGIO DEGLI ALTRI

L’affabulatore con l’eloquenza delle parole è indubbio che attragga ed induca all’applauso.
Il teatro non può cambiare la verità della storia e se si cerca di assoggettarla, soffia, scalcia e seppure sfiancata, si alza e corre a gridare. La verità è una brutta bestia, e non esistono metodi per affogarla, alla fine viene a galla. La storia non è un’opinione eppure è stata sufficiente una raccolta di firme sollecitate dalla famiglia e da alcune maestre elementari del comprensorio scolastico per indurre il comune di gioiosa Marea ad intestare il Museo della Tonnara sito nei locali della Proloco, al maestro Angelo Accordino, con la motivazione che con il suo teatro ha portato a conoscenza, la stroia marinara del borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, dice indignato che è una sopraffazione mettere a guardia della storia dei pescatori del villaggio di pescatori, il tarlo che l’ha rosicata.
Il Museo della Tonnara di San Giorgio è patrimonio degli uomini, dei pescatori che hanno scritto la storia marinara del borgo di San Giorgio e si rivoltano nella tomba. Le parole del teatro del maestro Angelo Accordino sono vuote di verità e le nuove generazioni, hanno diritto di conoscere gli uomini che con le loro idee ed il coraggio delle loro azioni hanno combattuto e vinto la proprietà ed il potere derivato che nella scala è ancora più spietato.
Lanaggioto è un guerriero e considera l’intitolazione del Museo al maestro Angelo Accordino, un atto osceno. I pescatori del borgo di San Giorgio, con il loro coraggio hanno liberato un sogno di democrazia ed hanno il diritto che vengano onorati.Il coraggio degli altri spaventa i deboli e non può un mistificatore cancellare la storia.

LA SCUOLA DEL TURISMO

L’estate sfuggita alla primavera con il tepore delle giornate e la delicatezza dei pomeriggi, galoppando a rotta di collo, spingeva le persone in strada a passeggiare con il gelato in mano.
Lanaggioto, accompagnato il padre sulla spiaggia con l’attrezzatura per la pesca dei totani, l’aiutò a varare la barcuzza e lo guardò allontanarsi.
La sera, con il cielo che si vestiva nel silenzio di colori nascosti, emanava sul mare, un fascino che non gli permetteva di alzare gli occhi al cielo.
La città gli aveva tolto la serenità e trattenne nelle mani, il coraggio del guerriero.
L’odore dei ristoranti, delle tavole calde, delle abitazioni in prossimità del lungomare, si espandeva sulla strada e raggiungeva la spiaggia.
Lanaggioto, con la libertà ritrovò negli occhi, la bellezza e con cautela, si mise a bighellonare e quasi per giuoco, senza accorgersene, raccolse un legnetto che gli si era appalesato sono il piede sinistro, un sacchetto di plastica, uno straccio a destra, insomma camminando per l’arenile, prospiciente lo scarro della barcuzza, si ritrovò a fare fronte ad una montagnola di bottiglie e bidoncini, piatti di plastica ed altri rifiuti. L’educazione di turisti e vacanzieri è umiliante, si portatno dietro quanto di più brutto hanno in città. L’amministrazione comunale, con il suo comportamento leggero, diseducativo ed arrogante, in sostanza è complice, è rea dell’uso del territorio a discarica pubblica. Un territorio mal gestito, non curato, anzi resecato, con strade impossibili, non è addebbitabile alle persone oneste. Il saccheggio e l’occupazione del territorio è un attentato ai cittadini. La speculazione che sotterra la natura è un atto di arroganza mafiosa. Le amministrazioni che hanno una concezione privatistica, personale della gestione della cosa pubblica, sono lestofanti ed i cittadini che accettano l’illegalità, sono complici. Le autorità preposte al controllo che operano con una leggerezza spaventosa, configurano il reato di concussione ed inducono i cittadini a pensare che non ci siano mani affidabili. La pioggia, che man mano scende sul cemento verso il mare, aumenta velocità e trovando la via naturale sbarrata, distrugge muri e travolge case, uomini, donne, bambini ed ogni altra struttura, trasformandosi in una temepesta d’acqua. La strage si è compiuta, gli amministratori hanno acquisito un titolo di merito, tanto non subiranno il rigore della legge. Il cittadino indagato, ricorre alla politica e si mette dal riparo da un’eventuale pena ed è ritenuto un cittadino alla stregua degli altri. Il cittadino che occupa lo scanno parlamentare è chiamato Onorevole ed ha una fedina penale più nera della pece. L’Amministrazione Giudiziaria pare che abbia l’olfatto atrofizzato, percepisce un odore più allettante, gli sfugge quello buono e se qualche altro Magistrato scopre l’altare, è classificato un velleitario, apostrofato con l’epiteto di coglione e dichiarato sprecone di denaro pubblico. Il legislatore, infatti ha svuotato la la legge della pena ed è reso impunibile. Il popolo che è sovrano, ha il potere di scegliere il suo rappresentante, ed allora eviti di segnare il nome di sospettati, indagati, condannati e la politica, la legge, riacquisterà il ripsetto, invece ha imparato a dire che l’uno vale l’altro ed in segreto, si tiene il petulante in casa.
Lanaggioto, in piedi sulla spiaggia, a ridosso dello scarro della barcuzza del padre, osserva la fatica di Giuvanninu Custuleri, Nofiennu Russo e Sabaturennu Squadrito, a salire la scaletta di corda del motopeschreccio di Accetta della marineria di Marina di Patti. Lanaggioto, nella sottile superbia di Giovanni Salmeri detto custuleri, nella mitezza di Onofrio Russo detto nofriennu ritornato dall’emigrazione, e nella lentezza di Salvatore Squadrito detto squadru, ravvide la rinuncia del coraggio che il Professore Ennio Salvo D’Andria aveva dato al borgo. Lanaggioto, seduto sulle rizzelle ammonticchiate, coperte dal telone cerato con in faccia le isole Eolie, Capo milazzo, la rocca del Tindari, con la sigaretta in mano, cerca una soluzione. Il fumo della sigaretta pare lo seguisse nella rabbia che montava attorcigliandosi nell’aria, consigliandogli di dare fuoco alle scorie cittadine quando il pensiero gli fu sottratto e volto verso l’allegria. Un pesce rondinella, saltò dall’acqua e gli cadde ai piedi. La sorpresa lo fece sorridere, dunque afferrò il pesce per la coda e s’avviò verso la casa dei genitori pensando che cotto in umido, con un pomodorino, sarebbe stata una cena delicata.

IL TERRITORIO DI PETRALONGA

La spaziosa spiaggia, svuotata della ghiaia, è stata indebolita ed i granelli di sabbia, le pietruzze colorate, solleticati ai piedi dai marosi, hanno ceduto ed è stata sconvolta dalle mareggiate.
Il Brigantino, alla morte dello scrittore Ennio Salvo D’Andria, avvenuta nel 1975 per cancro alla gola, cadde in mano ai nipoti Franco e Nuccio, figli di Carlo che ingegnosamente, pensarono di avvolgerlo per intero nella muratura, provocando il collasso del terreno di sabbia e permesso alle correnti marine di penetrare e fare scempio dell’arenile, compresa la strada.
Ennio Salvo D’Andria è sepolto nel cimitero di San Giorgio in un loculo senza lapide e con il nome scritto a mano nel cemento.
Una muraglia di croci di cemento è stata calata in acqua a spezzare le correnti, concedendo salvaguardia e spazio alle costruzioni private e lidi balneari. La scienza degli Ingegneri incaricati, non ha previsto che la barriera in acqua, non riesce a fermare il cammino delle correnti, significa trasportare altrove l’erosione. Un intervento sulla spiaggia, lungo la linea costiera, credo fosse più ingegnoso.
Il territorio di petralonga, sottostà al tracciato della ferrovia e negli anni è stata la residenza di Maruzza e Nino Buttò che vi allevarono quattro figli, in pari maschi e femmine.
La cessione del territorio occupato, a monte della strada che conduce a pietralonga, alle spalle dell’arenile sul quale insisteva il Brigantino, a Nino Currò, li trasferì al borgo in una casa a piano terra a sinistra della via Taranto e successivamente nel fabbricato ch’era stato punto di vendita di Sale e Tabacchi, di Tindara Accordino, mamma di Giuseppe Cicirello trasferitasi in via Pola angolo vico Brindisi. Il trasferimento al borgo, di Maruzza e Nino Buttò con i figli, abituati all’aria aperta con la libertà di gridare, di correre fin sulla riva del mare, salire sugli alberi di fico, mangiarne a piacimento i frutti saporiti, creò nei vicini e per le strade, malessere ed intolleranza, li espose a critiche ed ingiurie. La bassa staura e la grassa figura di Maruzza, l’alta tonalità della voce abituata a chiamare i figli, il marito, nel passaggio dei treni, nella furia del vento e dei marosi sugli scogli, sulla battigia, si scontrò con il silenzio compresso dei compaesani. La vista dei figli, soprattutto le ragazze che ne imitavano le forme e la camminata della madre ed il portamento dinoccolato del padre e dei figli maschi, e la litigiosità, li collocò in un recinto di animali da circo. La libertà gravava sulla loro condizione, a dirla in breve, vennero classificati dai soliti scienziati civilizzati, in un ordine inferiore ed additati e derisi. Nino Currò, occupò casa e terra e creò il pollaio. Gli animali razzolavano a proprio agio, nella sabbia, sugli alberi di fico e la loro carne e le uova secernevano sapore e bontà. La costituzione della società per la vendita di uova e pollame con l’amico Bettino, nel giro di pochi mesi divenne una realtà produttiva e le richieste fioccavano senza interruzione.
La macelleria situata a ridosso del ponte Provvidenza sul margine di destra del torrente, nello slargo della porta di ferro, ai piedi della scalinata di San Francesco nel comune di Patti, era presa letteralmente d’assalto da privati cittadini e proprietari di girarrosti. La qualità del prodotto, rese famosa la macelleria.
Il lavoro stanca ed usura le persone, il giorno e la notte in un continuum senza un riposo adeguato, entrano in collisione con il naturale svolgimento dell’esistenza ed ecco che ad un certo momento, Nino Currò, con qualche disaccordo con il socio, si ritrovò con gli anni rirrimedibilmente appesantiti. La visione che gli nacque negli occhi, gli riportò il coraggio che gli anni trascorsi gli avevano sottratto e si convinse di riprendere la strada che fino a dallora aveva evitato di percorrere. La posizione che aveva raggiunto era invidiabile e gli assicurava una solida protezione. Una donna provata dal dolore, una madre rimasta sola con una numerosa prole, ha calzato i pantaloni e si è inventata il lavoro nei campi, la venddita dei prodotti della terra e dell’allevamento, ha intrapreso il servizio di trasporto dei braccianti e dell’edilizia, insomma il coraggio non gli venne meno.
La famiglia che la donna gli offriva, non era una passeggiata, comunque gli scansava la solitudine, gli ridava il sorriso, dunque la reputò allettante e vi confluì con la forza di un ragazzo che non ha badato alla sua giovineza ed in età adulta ha trovato l’energia giusta per rifarsi di quanto perduto.
Nino Currò, dunque lasciò la striscia di sabbia di petralonga nella quale galline e galletti, chiacchieravano e bisticciavano finoa a notte fonda, i conigli che bisbigliavano accompagnati in sottofondo, dal respiro enfisematoso di Campisi che con lo scirocco, usciva dalla grotta sotto la ferrovia e seminava zizzanìa sulla spiaggia e confluì nella famiglia Natoli. La vedova lo accolse con gioia e curando l’educazione e la cescita di figli e figlie scampati al rogo della casa nella quale erano periti altri due fratellini, seppe offrirgli una compagnia generosa e serena.
La Spedilitica, il sistema speculativo della politica, non attendeva altro ed a guisa di un avvoltoio, occupò il territorio ed in barba a leggi e regolamenti, costruì in lungo ed in largo, in faccia al mare, sotto la strada ferrata, villini ed agglomerati residenziali diversamente dichiarati, occupando il passaggio che conduce alla baia di petralonga, rendendo il territorio un enclave esclusivo, impenetrabile.
Lanaggioto, cercò di penetrarvi e rivedere petralonga, dunque s’addentrò e camminò su un serpente che si contorce spasmodicamente, con le mura delle abitazioni di vacanza sbarrati con cancelli, piante rampicanti, alberi esotici, archi e capitelli, perfino cani sciolti che il tracciato di sabbia fine, di colore giallognolo, adibito ad uso privato è diffcilmente percorribile, usufruibile dai comuni mortali.
Lanaggioto, dunque armò il guerriero e spada in resta violò il blocco dichiarando che il passaggio e pubblico e raggiunse la lunga pietra che dalla battigia scende in acqua ed era stata la sua barca.
Lanaggioto, con il timore o meglio con la tremenda paura che questi animali potessero minare le fondamenta del grande guerriero impietrito con la gamba destra avanti e la sinistra a trattenere la scarpata, nell’atto di saltare sulla pietra e tuffarsi in acqua per raggiungere la donna amata, chiamato a salvare la montagna sulla quale scorre la strada statale e mantenere aperta la bocca della galleria ove scorre la ferrovia, ritornò indietro, meravigliato, di non sentire il lungo ed enfisematoso respiro di Campisi, primigenio del territorio che nelle serate di scirocco, riusciva perfino ad impaurire le coppiette in riva al mare e sbarcare sulle isole eolie con l’ultima corrente del mattino.La Spedilitica con molta probabilità era riuscito nell’intento di chiudergli la bocca ed imbavagliato l’aveva chiuso nella grotta che scende nelle viscere di Magaro.
Lanaggioto, cercò la voce del guerriero e con la mano a pugno chiuso lanciò un grido di bestia ferita, ordinando che il guerriero venga messo in sicurezza, tutelata l’identità del luogo, che è patrimonio pubblico.

IL RAGAZZO IN AFFANNO

Lanaggioto, rinviava il ritorno a San giorgio con l’intento di diminuire le probabilità d’incontrare il fratello e proteggersi dal male.
Il ragazzo che gli stava dentro, comunque stava in affanno a camminargli a fianco.
La bestia travestita da donna non poteva sbarrargli la strada di San Giorgio e tenerlo aggrappato al telefono con la sorella ed i genitori.
Lanaggioto,un giorno che il servizio notturno non gli aveva creato eccessivo disagio, anziché andare in giro per le strade di Milazzo con gli amici a stuzzicare le ragazze che disegnavano musetti sulle guance dei maschietti, a giuocare con l’abbigliamento del cagnolino tenuto in braccio alla guida dell’auto o dei mastini napoletani finti accoccolati sulla soglia del negozio alla moda, con un colpo secco, staccò la cornetta del telefono e con l’auto Innocenti 650, s’immise sull’autostrada e con l’acceleratore a tavoletta, si diresse verso il borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, non cercava la lite, coglieva nel fratello una copiosa perdita di lucidità e la dignità colata ai piedi miseramente e s’indignava.
Lanaggioto, negli anni della fanciullezza, aveva ricevuto dal fratello, sicurezza e protezione, dunque confidava nella consapevolezza dell’unità di famiglia.
Lanaggioto, con i pantaloni corti, fisico gracile, basso di statura, gli occhiali da miope, era ritenuto dai coetanei, un peso e non lo chiamavano a giuocare al pallone, lo tenevano in disparte.
Lanaggioto, non si arrendeva, la caparbietà lo spingeva a lottare e nella difficoltà Franco gli assicurava sicurezza. La guerra ha significato se vinta, nel soccombere si perde altro valore e Franco accorreva in difesa e vinceva, lo aiutava a scalare la poppa dei palischermi ed unirsi agli altri che giuocavano a carte. Lanaggioto, inseguiva Franco che irritato lo respingeva. Il gozzo della tonnara, trasportati i viveri ai tonnaroti, era all’ancora con la cima legata a terra. I guardiani erano ritornati alla loggia e dunque il giuoco poteva cominciare. Il giuoco consisteva nel tirare il gozzo a riva, spingerlo verso il largo e saltarvi a bordo. Il rischio che lanaggioto non riuscisse e fosse trascinato al largo, era concreto e Franco gli proibiva di avvicinarsi. Lanaggioto, seppure minacciato, corse e non riuscì a saltare a bordo, restò aggrappato e rischiò di finire all’ancora e non ritornare indietro se Franco, il compagno del fratello, non si fosse accorto delle manine aggrappate sulla poppa e non lo avesse tirato a bordo.
Il rintocco delle campane dell’Ave Maria dettava il ritorno a casa. Il ritardo non era giustificabile e le cinghiate erano la pena ritenuta più adeguata.
Franco resisteva in silenzio e lanaggioto riceveva il conforto nelle mani di nonna Santa. Un fratello è compagnia, l’adolescenza è un’impraticabilità quotidiana ed il rischio di smarrisi è dietro l’angolo. La candela è ancora alta ed ad un tratto è spenta.
Il ragazzo, cammina in compagnia del peccato originale e del fattore di crescita, non si sente a proprio agio, la solitudine lo spinge a perdersi e basta un momento che la coscienza non affiora e salta nella velocità dell’aria per scoprire cosa può succedere. Lo sparo spezza il ritmo della musica nelle gambe, ha sopraffatto il canto. La tragedia è compiuta, le scorie hanno raggiunto il punto di saturazione el’aria del mattino in attesa dell’ingresso a scuola si è gelata su Mirko.
Lanaggioto, con i fiori in mano, ha passeggiato a fatica intorno al monumento ai caduti in piazza Marconi.
Ha raccattato sulle torri, le scorie prodotte dall’industria e con l’arma del licenziamento, si è trascinato in un’altra dimensione.
Lanaggioto non ha il dono di sapere aspettare i miracoli, confida nella ragione e con Puccio e Franco, vestiti di felce, di sole e di mare, a piedi nudi, ha scoperto un mondo non usato.
Il coraggio, gli ha mostrato la traccia della strada e con le mani nelle tasche del giubbotto di carta gialla, ha sconfitto il male stagionale che colpisce ogni generazione.
Lanaggioto, ha scoperto l’impotenza della democrazia, non ha imbracciato le armi, ha usato la civiltà della parola ed i diritti conquistati, sono evaporati.
La lotta per i diritti e la democrazia, non ha termine e non bisogna farsi spogliare delle batteglie e dei morti.
La cultura non è un tradimento, è l’esercizio della giustizia, un obbligo della civiltà, altrimenti la caverna inghiotte il paradiso ed i fiori di luce, si svestono dei colori, costringendoti a camminare con l’allarme in mano per la paura che il vicino sia un nemico.

UN NUOVO FRONTE
Carmelo Accordino, seppure in condizioni di salute precarie, ha bisogno di rendersi utile e dunque agisce con lo spirito di essere in possesso dei vent’anni, andando in sofferenza.
Ha cominciato a lavorare appena conquistata la posizione eretta, senza mettere al servizio di alcuno, la propria dignità.
L’usura del lavoro di braccia, i sacrifici e le privazioni affinchè la famiglia conducesse una vita decorosa, gli hanno minato la salute e con l’età, le insufficienze con ricorsi a cure tampone, l’hanno costretto a ricovero d’urgenza nell’Ospedale di Patti. L’incapacità di autonomia, inchiodato con aghi e tubi, l’ha obbligato a dipendere da un’organizzazione Sanitaria e da un personale non sufficientemente rispettoso del malato.
Carmelo Accordino, credeva d’avere superato le trincee di ogni guerra, invece ha aperto un nuovo fronte. La degenza, si è trasformata in una lotta continua, costretto a ripiegare ha un peggioramento.
L’arroganza del Medico di turno, l’inefficienza della componente infermieristica, ha condotto lanaggioto molto vicino alla lite.
La notizia che il fratello, infermiere professionale nonché Capo sala, ha eluso la presenza dell’ambulanza, non ha reagito alle difficoltà del padre, rimanendo seduto sulla sdraio a qualche metro di distanza dalla casa, hanno reso lanaggioto, oltremodo iracondo.
Lanaggioto, si sentì risucchiato nel sistema cittadino che l’aveva arruolato a forza ove la civiltà è la società che grida, dunque con la preoccupazione che lo tirana per la mano, iniziò a prepararsi all’atto che considerava imminente.
Il guerriero, iniziò a sciogliersi della compagnia del Santo e si accinse ad oleare l’armatura. Lo stato d’allerta, indicava il rischio dello scontro fisico con il fratello, era imnevitabile.
Le dimissioni dall’Ospedale ed il coma vigile del padre, inchiodò la famiglia in attesa intorno al letto.
La morte lascia ogni cosa nelle mani dei viventi che non trasportano il tempo, hanno il bisogno di approfittare della sofferenza con la farmacia locale che al costo delle bombole d’ossigeno sommò un inusuale deposito quotidiano.
La morte di Carmelo Accordino per isufficienza cardio – respiratoria, sollevò i familiari che impotenti affogavano nell’osservarlo.
La mancanza di un loculo nel cimitero di San Giorgio per il quale Carmelo Accordino aveva lottato contribuendo a farlo nascere, testimoniato da una targa posta con un ritardo di circa 50 anni, alla sinistra del cancello d’ingresso, avea esaurito ogni posto e non poteva accettarlo, obbligandolo a prendere la via del cimitero di Gioiosa Marea..
Un trasferimento inaccettabile, ineseguibile che l’intervento di Pippo e Santino, riuscirono a sventare chiamando in causa il sindaco di Gioiosa Marea.
Il Sindaco, recuperò un accomodamento temporaneo nella cappella della famiglia Samperi fino a che la costruzione dei loculi in programma non fosse terminata, con l’impegno che il primo disponibile, avrebbe accolto le spoglie di Carmelo Accordino, assummendosene il costo.
Carmelo Accordino, l’ ultimo degli Uomini del Comitato d’occupazione della terra sulla collina di San Giorgio per la costruzione del cimitero, dunque ha ottenuto la promessa che avrebbe avuto il suo posto per l’eterno riposo.
Carmelo Accordino, rimase ospite nella cappella della Famiglia Samperi, oltre il mandato del sindaco e nel secondo, affinchè scoppiasse il miracolo, è stato necessario l’intervento di un amico al quale non poteva offrire un’altra promessa.
La collina occupata per la costruzione del cimitero di San Giorgio da Ennio Salvo, Carmelo Accordino, Carmelo Cicirello, Ciccio Spinella, Nino Danzì, Nicola Garito, Tindaro Agati, Scibilia Biagio e Canfora Salvatore e secondo quanto documentato di recente dal Professore Giuseppe Alibrandi, altri non dichiarati nella lapide, è stato occupato e trasformato in in Mausoleo, impinguando il Bilancio ed inducendo il sindaco a mancare alla parola.
Il loculo che accoglie Carmelo Accordino, a causa dell’atezza, della ripidità della strada e della scala con la struttura instabile, è ritenuto pericoloso.
Il rischio di precipitare è molto elevato, aggravato dalla sindrome vertiginosa con la quale lanaggioto, con la dipartita dei vent’anni, s’accompagna ed impedisce alla Famiglia che si avvicini alla tomba per porvi un fiore.
L’acquisto di una scala a forbice con altezza adeguabile, fornita di un automatismo equilibratore che compensi il dislivello, sarebbe un’opera degna di rispetto.
L’Assessore locale, Avvocato Salvatore Salmeri ribatte che il comine non ha il becco di un quattrino tanto che non riesce a comprare la lampada di un lampione rimasto senza luce.
Lanaggioto, non crede sia ragionevole che un uomo civle, debba farsi guerriero, armarsi e scendere in guerra affinchè ottenga il rispetto dei diritti elementari. La possibilità di visitare il proprio padre senza pericolo, è un diritto che non ha bisogno di una guerra.
La politica che fa impresa con il denaro dei cittadini lavoratori, e considera la cura del territorio, dei bisogni delle persone, accessori della parola, è un amministratore pubblico elevatosi a padrone di un bene collettivo, appropriandosi indebitamente del mandato per il quale è stato eletto.
Lanaggioto, ritiene un traditore, il Responsabile Pubblicco che non svolge le funzioni secondo il mandato conferitogli. per L’effetto per il ripristino dei principi della legalità violata, è l’applicazione automatica di un sistema idoneo all’estromessissione dall’incarico.
Un servitore dello Stato che viola legalità per interesse privato è perseguibile con rito immediato e spogliato dell’incarico e di quanto impropriamente acquisito fino all’ultimo centesimo e con il pagamento dei danni e conl a galera senza la possibilità che gli possa venire applicata alcuna attenuante anzi con l’aggravante di avere procurato nocumento all’immagine del ruolo ricoperto.

IL FERRAGOSTO GIOIOSANO

Il ferragosto Gioiosano, è famoso per i fuochi e quella sera anziché andare per le strade di montagna che l’anno precedente, per l’arroganza di alcuni imbecilli stava per trasformarsi in tragedia, con il fratello Pippo e Famiglia, il cognato Aldo e famiglia, assieme alla moglie sono andati a Capo Skino.
Kapo Skino è complesso turistico alberghiero che sorge sull’omonima rocca alle porte di gioiosa Marea, ha un’invidiabile vista sulla città e sul mare.
L’enorme manufatto di cemento ha appesantito e destabilizzato il costone e le frane si mangiano la strada sottostante, creando disagi alla viabilità statale.
Le promesse di stabilità si rincorrono senza mai rendere giustizia al territorio in un giuoco delle parti che ha scalzato, la ragione dalla soluzione.
Le strade secondarie di montagna alle quali i lavoratori e gli studenti che debbono raggiungere Patti o Messina sono costretti a percorrere, sono estremamente pericolose.
Il Direttore del Complesso turistico, Rosario Salmeri nipote di Rasi Mau e che Lanaggioto chiama affettuosamente Maestru per l’aria pulita, seria, educata, li ha autorizzati a vedere i Fuochi dal terrazzo del locale e seppure il vento di maestrale metteva a soqquadro anche i fiori di luce che s’alzavano a riempire di colori, il cielo buio, è stata una nagnifica serata.
La via del ritorno a San Giorgio, a causa dell’interruzione della strada statale per frana, con la percorribilità su una corsia gestita con semaforo, affollata all’inverosimile, ha creato nell’uscita del complesso, per accedere alla strada per la montagna, un ingorgo mastodontico.
Il cambio di direzione dell’auto di Aldo ci trasse fuori e risolse l’intralcio che per ore ci avrebbe obbligati a sostenere con la pazienza di Giobbe.
L’esperienza del Cognato, Maresciallo del Corpo Forestale, per l’andare per montagne, ci indusse a seguirlo senza opporre alcun cenno di diniego.
Il territorio nel quale ci introducemmo si presentava coperto in ogni metro quadrato, di cemento con ville, muri di contenimento, obbligando la strada, in un contorcimento parossistico, sprofondando in un pecorso infernale verso il mare di San Giorgio.
Il territorio era stato sopraffatto eliminando alla radice, ogni albero, vite, vita vegetale ed animale obbligando a seguire una guida a precipizio.
Lanaggioto, nell’osservare le colline di San Giorgio, appesantite da ville e piscine, spogliate degli alberi e dell’equilibrio del terreno, non si stanca di dire a Giuseppe che è solo questione di pioggia ed arriveranno a mare.
Lanaggioto, dunque seppure senza la forza di profferire parola od un grido, una preghiera in incognito, era sollevato per avere ceduto la conduzione della sua auto alla cognata Carla.
La classe politica ha aggirato il significato di padre di famiglia e le parole non sono altro che acqua marcia.
L’elezionde di Spanò a sindaco di Gioisa Marea, era stata intesa, una ventata di freschezza, di discontinuità con il passato speculatore, alla prova concreta si è dimostrato pedissequamanete un mendace.

LA RIVENDITA DI GIUSEPPE CICIRELLO
Lanaggioto, una domenica mattina in visita al borgo di San Giorgio, posteggiato davanti casa e salutata la madre, come è solito fare, si reca alla rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello.
La mancanza di Giuseppe al bancone e la presenza di un giovane sconosciuto, lo sorprese e lo fermò sul piede, non di meno nel pensare potesse essere un nipote, si avvicinò e chiede dell’amico.
La risposta del giovane, che gli giunse alle orecchie portava nel tono un fastidio scontroso che l’allarmò e lo indispose inducendolo a salutare ed uscire in fretta.
Lanaggioto, si sentì un estraneo nel suo villaggio, l’amico Giuseppe gli faceva da riferimento, incontrarlo era un modo di entrare nel tessuto sociale della comunità, dunque si accese una sigaretta , attraversò la strada ed entrò sotto i pini indeciso cosa fare. Sapeva che Giuseppe aveva intenzione di vendere, a lasciarlo basito è stato il tono del nuovo proprietario.
La conferma della vendita da parte di sua madre, non cambiò la situazione di scoramento e con la sigaretta nelle dita, si sedette sulla sedia di plastica posta accanto all’anra chiuse della porta d’ingresso con le spalle alla stazione.
La testa penzolone nelle mani, con la sinistra a tenerla in equilibrio distaccando la destra per togliere la sigaretta dalla bocca, cercava di colmare il vuoto che gli era si aperto dentro appesantendo la visita al borgo.
Lanaggioto, chiuso in un’assensa sofferente, ad un tratto è scosso e riportato repentinamente nella realtà.
Il bruciore del calore della sigaretta che si era consumata, lo costrinse a sbattere violentemente la mano in aria nel tentativo di fare cadere la cicca che si era incollata alle dita, guardandosi intorno con sospetto, cercando conforto.
Guardò avanti a sé nell’orto incolto con il cancello di rete metallica, con l’albero di Stelle di Natale, l’arancio a fronte del muro della casa diroccata con il fico invadente che prorompeva su di esso, il muro di pietre sciolte con il nespolo in esso inglobato e si fermò, oltre la strada, ad osservare un misero quadrato di terra recintato da un muretto di blocchi di cemento, spogliata dall’albero di fico dai succulenti frutti che attirava con cupidigia, le mani dei passanti.
Una mastodontica costruzione in cemento armato, elevata a più piani fuori terra, sfida il cielo ed occupa lo spazio ove esistevano la costruzione di civile abitazione di Nunziatina Fiorello, la bottega di ciabattino con un fazzoletto di terra libero a fronte della finestra dalla quale Filippo Natoli consegnava le scarpe riparate.
Lanaggioto, trafelato cerca nell’angolo e scopre la casa di Maria Natoli incastonata nell’incompiuta e nella costruzione a più piani di Sarina Salmeri, adibita a sosta dei vacanzieri.
Lanaggioto, sentì l’arroganza della politica sbatterli in faccia, rompergli il setto nasale e l’arcata zigomatica di sinistra e soverchiato dall’indignazione, gli scappò dai denti che Salvatore Salmeri, l’Assessore Comunale per meriti sportivi, aveva saputo capitalizzare il potere politico.
Lanaggioto, a questo punto si sentì obbligato a constatare fino a che punto fosse arrivato lo sviluppo urbanistico programmato dal gruppo politico nel quale si era introdotto l’Avvocato Salmeri, a verificare l’estensione che l’edificio avesse preso sulla via pola e sentire cosa avesse da dirgli, Margherita Ceraolo, la titolare della Cartolibreria Senso Unico alla quale aveva lasciato a vendere, su sua richiesta, i suoi libri di poesie.
La via pola, si era allineata sulla stessa linea della costruzione di civile abitazione della famiglia di Peppino Russo passando per la villetta della Professoressa Peppuccia Carbone, al negozio di alimentari di Ciccino Natoli odierno Bar Gelateria Al Muretto, piazza Ravel, le case basse dei guardiani di terra della tonnara , alla chiesa per fermarsi alle porte delle case nuove. La strada interna con gli orti ed i pozzi, che divideva le case dalla via pola, erano stai cancellati e lasciato lo spazio a costruzioni nel segno di un assalto al prato.
La Spedilitica, questo connunbio di politica e speculazione, è un’impresa che imbriglia, senza rispetto, ogni spazio libero con il cemento armato e seppure sottoposta a sequestri, condanne, non arretra di un passo.
LA LETTERA DEL PROFESSORE GIUSEPPE ALIBRANDI
Lanaggioto, inseguendo i pensieri che gli arrovellavano la mente, ad un tratto sentì il bisogno e l’avrebbe mangiata volentieri, una granita al limone.
Il Bar Capriccio è uno dei pochi locali che non usa la limonina, la polverina che sa di sentina introdotta con legge comunitaria e prepara la granita con il succo del meraviglioso agrume e la mestria dell’arte siciliana.
L’appendice del locale, sotto i pini, manteneva un tavolo con persone anche in piedi ove si svolgeva una partita a carte che comincia con una durata stabilita e si trasforma in una battaglia all’ultimo centesimo.
Lanaggioto, scese dal marciapiede leggermente ingobbito dalle radici del pino cresciuto sotto la sorveglianza di Santa Canfora, oltrepassò il masso d’arenaria che ancorava la tonnara, rimasto per anni sull’angolo della vico Brindisi con il Bar Gelateria Al Muretto e sul quale da ragazzo osservava l’andamento della strada e di piazza Ravel, trasportato colà ed inclinato a sinistra verso il sedile di cemento, lo guardò in tralice seguendo il suo andamento, estrasse dalla tasca della giacca, il pacchetto di sigarette, trasse una MS e la infiò in bocca e con l’accendino in mano per accendere s’introdusse nel folto degli alberi.
La distanza, gli prsentò a fatica i contendenti e raccolse l’identificazione di Nunzio, Gioacchino, alcuni cassaintegrati assuefatti alla compagnia dei freuiqentatori del Bar Capriccio.
Il dubbio che potesse esserci suo fratello Franco, abitudinario del tavolo, lo indusse a deviare verso la cinta degli olenadri e dirigersi verso la spiaggia, accendendosi la sigaretta.
La memoria gli accese la voce di Giulia, la figlia di Salvatore, l’ultimo dei fratelli nella scala dei maschi, che gli aveva riferito di una richiesta di Marherita Ceraolo titolare della Cartolibreria Senso Unico di andare a trovarla e vi si diresse pensando ai suoi libri di poesie. La busta gialla che Margherita gli consegnò a nome di Peppe Alibrandi, lo sorprese e senza chiederle dei suoi libri di poesie, attraversò la strada ed entrò nell’ombra dei pini aprendola ed estraendo la barca solare del Museo Egizio che Lanaggioto, a primo acchito scambiò per la nave punica del Museo di Marsala ed una lettera che il Professore aveva inviato al Sindaco del Comune di Gioiosa Marea nel giorno del F.A.I. e nella quale scriveva: “ I Sangiorgioti ed i Gioiosani sostenitori dell’arte, delle tradizioni e dell’ambiente, si augurano che il Palazzo Cumbo Borgia, sia restaurato e racchiuda il Museo della Tonnara di San Giorgio.

Il Professore Giuseppe Alibrandi, dunque incita il Sindaco ad attuare il suo programma, se la sua parola d’onore non è acqua che scivola nelle falde arse del territorio e lo invita a che possa inaugurarlo nel giorno del F.A.I..
L’idea del Megaporto programmato dall’Amministrazione Comunale di Gioiosa Mare, continua il Professore Giuseppe Alibrandi, è l’ennesimo delitto perpetrato ai danni del territorio di San Giorgio e dei suoi abitanti.
I Fondi del porto, sono l’occasione per destinarli al Museo della Tonnara di San Giorgio, alla sistemazione ed alla cura della spiaggia, della condotta fognaria e del depuratotre mai entrato in funzione, di quella Idrica e creare areee attrezzate per accogliere in modo civile i turisti.
L’Avvocato di grido scelto per il porto, esperto di Fondi Comunitari PIOS, destinati alle aree museali del mare in Europa, che impari a rispettare la cosa pubblica, riscopra la vecchia delibera del Commissario Corvo, sul Museo del mare e curi i rapporti con la soprintendenza che ha vincolato il Palazzo Cumbo Borgia del tardo Ottocento e sventi gli appetiti che ha appercchiato con il piano casa, il Presidente del Consiglio, Cavaliere Berlusconi.
Il Sindaco con i suoi Consulenti e Tecnici, non può esporre il territorio alla violenza delle mareggiate per fare cassa.
Lanaggioto, solidale, con un moto d’imperio volle aggiungere, che l’uomo non può arrogarsi il diritto di sconvolgere la natura, le correnti che vengono rotte irrompono sulla spiaggia indebolita ed i guai non finiscono, dunque riprese la lettera del Professore. Il Megaporto o porticciolo che s’intende costruire, è una sottrazione di territorio che ridisegnerà il Borgo Marinaro di San Giorgio. Un Museo, con la sua valenza storico-culturale, i servizi delle varie agenzie e società, operanti a vario titolo, amplierebbe e qualificherebbe l’offerta turistica e culturale del territorio comunale.
Il territorio non è un bene di consumo, è cosa pubblica e va rispettato. Il territorio va sottoposto alla valutazione d’impatto ambientale e calcolo costi-benefici e di una scelta collettiva con metodo democratico, qualsiasi altro orpello è un accordo speculativo.
Un territorio, ha diritto di essere gratificato e richiede legittimamente che San Giorgio usufruisca della sua storia
La cultura del Borgo Marinaro di San Giorgio ha dignità quanto la tradizione dei Gioiosani.
La ricetta del Murga con il Murgo, credo valga quella della Fritta, l’antico modo di servire il tonno bollito steso sui graticci condito con aceto e menta. Una primizia che a partire dell’Ottocento, per San Pietro, i Cumbo Borgia, non facevano mancare, ai Gaudenti Romani.
Il Sindaco di Gioiosa Marea, comune con Auditorium, Antiquarium, Museo d’arte Sacra, Borgo Marinaro, della Murga e del Murgo, sostenuto da un combattivo Sito Gioiosano che perora perfino il riutilizzo del Basolato, si rammenti che la cultura è pluralista, multicentrica, dunque diffusa sul territorio, che può provvedere a fare le strade dei Musei che uniscono i Borghi Marinari di San Giorgio e Gioiosa Marea, le trazzere Regie che uniscono la montagna alla marina.
Un porticciolo che compensi i Gioiosani della spiaggia persa sotto lo Skino, Cani Cani, non è un metodo di civiltà, è un sistema per continuare a stuprare il territorio. L’Avvocato Amato, patrocinante il Megaporto ed il Sindaco di Gioiosa Marea, ricordino che la storia è le fondamenta sulle quali camminiamo, che non hanno saputo conservare una sola barca della tonnara dell’Ottocento ed in questo sono stati meno bravi degli Egizi moderni.
Il Museo della Barca Solare, è costruito nel deserto, nel luogo delle Piramidi di Giza dove è stata ritrovata la barca con la quale gli antichi Egizi immaginavano di raggiungere la loro Casa nel Regno dell’Oltretomba, che noi andiamo a risollevare con la nostra moneta, godendoci il loro mare e l’aqcua del Deserto, meno salata di quella di San giorgio.
Il Museo della Tonnara di San Giorgio, ha il sito ne Péalazzo Cumbo-Borgia del tardo Ottocento, vincolato dalla soprintendenza ai Beni Culturali ed il Borgo Marinaro, i cittadini di San Giorgio di Gioiosa Marea, avremo un Monticchiello in meno. All’Avvocato patrocinante Amato, racconto di quel paesino della Toscana dove son partiti con la grande Lottizzazione lungo il sentiero dei cipressi che sale a Monticchiello che è stata fermata dalla Soprintendeza e ridimensionata dalla Magistratura.
Il Professore Asor Rosa, se ne accorse e cominciò a scrivere su La Repubblica fino a che il Monticchiello si ridusse ad un monticchello.
Lanaggioto, terminata la lettura, ebbe un moto di soddisfazione. L’idea del Museo della Tonnara, con la festa annuale del FAIS, era entrata nella giusta dimensione.
La notizia odierna, ha scoppiato il sogno. Il Tribunale di Patti, ha consegnato il Palazzo della Tonnara, del tardo Ottocento, vincolato dalla Soprintendenza per la tutela dei Beni Culturali e Paesaggistici di Messina intervenuta a porre i sigilli a sventramento compiuto, alla Spedilitica, a coloro i quali hanno perpetrato lo scempio. Il Sindaco e la Regione Siciliana, non hanno ottemperato all’obbligo che la legge gli accordava, lasciando che si compisse il misfatto..
Lanaggioto, ha in mano la misura del degrado delle Istituzioni, dunque sostiene che il principio della legalità, il rispetto del bene pubblico, è stato tradito. I cittadini hanno il dovere di riappropriarsi del diritto scippato da questa politica stracciona, per salvaguardare la democrazia e la libertà

IL CANTO DEL MATTINO
Lanaggioto, dunque prese una sigaretta accompagnado l’azione con una sonora bestemmia e mettendosela in bocca, s’accinse ad andare verso la macchina a conservare la busta gialla del Professore Giuseppe Alibrandi.
Il pollice posato sulla linguetta dell’accendino pronto a premerla per attivare il sistema piezoelettrico e sprigionare la fiammella, azionando si girò verso sinistra lanciando uno sguardo verso la strada, rimanendo abbagliato da una visione paradisiaca.
Lanaggioto, pensò che la fiammella dell’accensione gli avesse colpito il campo visivo e per la combinazioni di elementi naturali, gli abbia impressionato una visione.
Lanaggioto, aveva messo a fuoco, nella ragazza che camminava sul marciapiede con per mano la figlioletta e si guardava intorno alla ricerca di qualcuno, Agata.
Agata, aveva segnato l’ultimo periodo dei suoi anni frastagliati, aiutandosi a vicenda a rimettersi dal precedente pasticciaccio familiare.
Lanaggioto, pensò che il suo sogno era venuto a cercarlo, e per accertarsene, con titubanza si avvicinò per identificarla. Lo sguardo li riunì seppure l’acconciatura vqporosa, riccioluta, cercava di nasconderne l’identità.
Un grande abbraccio li riunì riportandoli indietro a quando lui era partito lasciandola.
Lanaggioto si rifugiò nel suo abbraccio morbido congiungendosi alla parte che gli mancava, chiuse gli occhi e coltivò il sogno che aveva relegato in un rapporto d’amicizia per evitare d’assumersi la responsabilità di un legame familiare.
L’amore si stava liberando nella semplicità dei giuochi,degli scherzi.
La confidenza apriva le mani e l’intimità divenne una naturale espressione dei sentimenti.
Le parole confondevano il giorno e la notte navigava oltre la finestra in silenzio sereno, carico di promesse.
La pizzeria, il pub, sovrastati da un’accozzaglia di voci li occupava a cercarsi ad occhi chiusi con le punte della dita e si sorprendevano a mangiucchiare patatine, arancini e pizzette, ad imboccarsi a vicenda.
Il giardino d’inverno, raccoglieva l’ulteriore prova d’appello al marito per il bene della bambina.
L’amore si accartocciava sulle ginocchia scambiando la sedia per un trampolino di lancio per saltare sugli scogli che apparecchiavano la spiaggia sottostante.
La sua voce al telefono, era una richiesta d’aiuto ed il travaglio riprendeva.
L’ombra scura del marito di ritorno, lo coglieva seduto in cucina ed i frutti di mare andavano a male.
La mattina raccoglieva l’aria che si alzava sul cancello ed il disagio s’insinuava nella ferita della recente separazione con la decisione di assumersi una responsabile, sofferta convivenza.
La figlia era la corda che teneva Agata, unita al marito.
Il rapporto, con la semilibertà di Agata e la battaglia mattutina che buttava Lanaggioto in strada con il vento in faccia, si era fatto di una pesantezza maleodorante.
Il guerriero, ha bisogno del rispetto dei diritti con l’impegno del proprio dovere.
La giustizia che ha disposizione, non gli dà molta possibilità di sopportazione, dunque accettò di porre fine all’incertezza e si allontanò.
Lanaggioto, colse l’occasione di un lavoro non precario a Milazzo con sollievo. e sgattaiolò fuori di casa, ed evase dalla città per non farvi più ritorno senza accorgersi d’essere rimasto coinvolto fino all’alluce.
I mesi, nonostante tutto, gli presentarono il conto e seppure cercò d’ingabbiarli con lunghe passegiate, non riuscirono a distrarlo.
Lanaggioto, dunque nell’intento di recuperare il suo sogno, si tuffò nela mare e nuotò verso la grotta che gli appariva limpida e si riempì della sua bellezza.
La sua pelle si liberava nelle sue dita, in ogni piega fino alla piccola cicatrice sul pube e si lanciò in una folle corsa nella speranza d’imbastire una festa a ridosso della spiaggia fasciandola in un vestito di carta, bere birra con la schiuma alta per giuocare con le labbra.
Lanaggioto, intenzionato a riconquistare il canto del mattino, riuscì perfino a credere che i gabbiani si fossero levati in volo e rimase interdetto quando comprese che il tempo trascorso non era intermedio a ricongiungere il presente, fermò la memoria e precipitosamente uscì dalla grotta restando intrappolato con i piedi negli aghi dei pini.
La dolcezza, la bellezza di Agata lo imprigionavano e non trovava la forza di staccarsi, si sarebbe incollato alla sua pelle.
Il bacio con il quale intendeva ritornare a festeggiare l’amore, fu deviato da Agata, con garbo imbarazzato, nei riccioli vaporosi ed afferrandolo per la mano gli disse che gli avrebbe fatto conoscere l’uomo che avrebbe assicurato un domani alla sua bambina.
Lanaggioto, immerso in una tempesta di sabbia, s’avviò a seguiirla fino in piazza Ravel ove accanto all’auto posteggiata, schierati sulla fiancata, c’erano il padre, la madre, che conosceva ed Orazio.
Lanaggioto, guardò l’uomo quasi di sfuggita porgendogli la mano a salutarlo. La pelle di Orazio, di un giallo paglierino sporco, gli dava l’orticaria e si allontanò aggirando perfino Agata, mettendosi a debita distanza.
La delusione od altra avversione che dir si voglia, gli corse per ogni articolazione e seppure cercasse di nasconderlo, un brivido lo colse, gli serpeggiò sulle corde, gli trapelò sui denti e le labbra, lasciando senza interlocuzione la conversazione intrapresa dalla madre e dal padre di Agata.

L’ERUDITO CICERONE
Lanaggioto, dunque avviò la passeggiata verso i resti del Palazzo rosso della Tonnara.
La residenza stagionale del Nobile Casato, sventrato, resa discarica a cielo aperto, era orribile a vedersi e Lanaggioto, per lo sdegno richiamò il guerriero a fianco riacquistando la veemenza della voce e dello spirito e vestendosi da erudito Cicerone, raccontò loro, la storia del villaggio di pescatori.
Lanaggioto, elevatosi a Professore di Storia Locale, non dissimile da molte altre realtà rivierasche, ad un tratto fu interrotto nella lezione.
La bambina aveva visto un deltaplano che lanciatosi dal monte Meliuso stava per atterrare sulla spiaggia, oltre la bretella che recinta la linea esterna del vecchio campo di calcio e vi era corsa inseguita dalla madre.
Lanaggioto, le corse dietro rischiando di cadere nei relitti delle barche della tonnara semisepolti dalla sabbia e dalle spine, e raggiunse Agata e la bambina.
Lanaggioto, aiutò Agata a liberae dalla sabbia, le le scarpe della bambina e ritornò a riprendere le fila di quel sogno.
Agata, lo guardò con tutta la dolcezza che gli era possibile e con la bambina per mano corse dai suoi genitori.
Il deltaplano era atterrato e raccolto l’involucro nel sacco. Agata e la bambina si erano allontanati. Lanaggioto ebbe un momento di difficoltà, si guardò intorno e vide i pali della porta del vecchio rettangolo di giuoco, la Cattolica che di recente hanno ristrutturato, elevato e trasformato in uno di quei B&B che vanno di moda, ed ad un tratto si convinse che il suo tempo era terminato e raggiunse Agata e la sua famiglia riprendendo a declamare la storia della tonnara, del Palazzo Baronale con le macerie sanguinanti ed avrebbe detto al Sindaco che sarebbe stato Onorevole che provvedesse a sanare l’immobile per adibirlo a Museo anziché andare a strombazzare sulla spiaggia per impiantare porti e megaporti per fare soldi, cambierebbe lo stato del suo mandato, salverebbe la faccia ed addolcirebbe l’epiteto che merita.
Lanaggioto, a mano che declamava s’indignava ed era talmente sconvolto che gli veniva voglia di afferrare Agata per le mani e mettersi in ginocchio, gridarle con la forza che aveva in corpo, quanto l’amava, che quell’uomo non era adatto alla sua bambina e soprattutto non l’avrebbe fatta felice e per smaltire il furore che lo bruciava, si accese una sigaretta e senza offrirne, si mise a fumare con corti respiri.
Il tocco dell’orologio del campanile delle chiesa, ebbe l’effetto dirompente della sveglia.
Agata con la bambina per mano, tentava di salutarlo, di dargli un ultimo bacio.
I turisti con le vacanze ridotte al lumicino, cominciavano a dirigersi verso l’autostrada.
La giornata si era mangiata il sole dando il ben servito all’estate. Agata con la famiglia, salita in auto, girato l’angolo, si confuse con il passaggio ed il rumore assordante di una moto di grossa cilindrata con a bordo una coppia di draghi uniti in un amplesso assassino.
Lanaggioto, vide in lontananza l’amico Giorgio Puglia che con il suo incedere faticosamente claudicante per la protesi alla gamba destra colpita da poliemolite si dirigeva verso casa e lo rincorse.
L’insuperabile, passionale allenatore della suqadra di calcio del San Giorgio, vedutolo lo saluto con l’affetto riservato che gli è proprio, la gioia di vedersi si misurava in misurati sorrisi e poche parole ed all’angolo di casa dei genitori del’lanaggioto, si lasciarono con l’augurio di vedersi, comunque in piedi.

L’ACQUA FANTASMA - L’ACQUA SALATA

I residenti del villaggio di San Giorgio, sopraffatti dai nuovi abitanti, sono costretti a sopportare i malservizi di una politica cialtrona ed arrogante.
I turisti, richiamati per la bellezza del mare, per l’ampia spiaggia, son diventati un oggetto compulsivo.
Il caro affitto, i servizi carenti, l’acqua salmastra, hanno decurtato la loro affluenza.
L’uso dell’acqua, anche per la doccia è sconsigliata. La pelle, è colta da una fastidiosa irritazione ed i capelli subiscono una provocazione pidocchiosa, che spinge i turisti alla fuga, lasciando i residenti a soffrire in silenzio ed a votarsi al Santo Patrono.
Il villaggio di San Giorgio si approviggionava dell’acqua che dalla montagna scendeva lungo la vallata a fianco di Malamura e raccolta nell’antico acquedotto situato in linea d’aria, circa cento metri più sotto. La distribuzione iniziava dalla fontana pubblica posta nello slargo a monte della strada Vinnani, all’ombra del ponte della statale 113. L’altra fontana, situata alle spalle del Palazzo della Baronessa Calcagno che fu sede della scuola elementare, successivamente proprietà della famiglia Ingrillì ed oggi reso zona residenziale dei Puffi, in un enclave chiuso dal muro di protezione del torrente che passa per la chiesa, la cattolica e sfocia sulla punta, serviva le famiglie Falcone, Natoli, Pipitò e qualche altra residente nelle vicinanze. La terza fontana era posta ad angolo con la strada che conduce alla stazione ferroviaria, a muro con la residenza della famiglia La Rosa, denominata Santa Croce per la Nicchia con la Madonna posta una spanna sopra.
Il sottopasso della ferrovia che divide il villaggio di San Giorgio in contadini e pescatori, libera la strada che scende dalla Nazionale e si ferma in piazza Ravel aprendo le braccia a destra ed a sinistra dividendo Via Pola e schierando alle spalle le residenze dei pescatori.
La via Pola, dalla punta del Torrente di ferro, alle case nuove, sul margine del prato, schierava quattro o cinque fontane.
Le residenze degli abitanti di San Giorgio, non erano fornite di rete idrica, dunque aerano costretti a raccogliere l’acqua alla fontana pubblica più vicina.
Il prato in faccia alla tavola calda Numbero One, e del Bar Gelateria Alibrandi, nel corridoio del prolungo con copertura in legno ed a giardino con ombrelloni, vi era la fontana denominata del Centro.
La fontana del centro, specialmente d’estate, si trasformava in un palcoscenico all’aperto sul quale andava in scena la miseria e la disperazione degli abitanti del villaggio di pescatori.
L’acqua, in un lento filo bianco trasparente, usciva dalla margherita, s’infilava nel recipiente a bocca piccola, bummula e quartari, che serviva per bere e cucinare, a bocca grande, catu e bagnarola, per lavare, consumando una gran quantità di tempo altrimenti dedicato per sbrigare le faccende di casa.
Ogni mattina, sotto il sole che si faceva sempre più cocente, la resistenza decadeva, il sistema nervoso, in proporzione si alterava e bastava un gesto, un movimento non compreso, una sopraffazione all’ordine costituito dalla posa in senso antiorario dei recipienti intorno alla fontana, a scatenare una lite furibonda con tiratini di capinni, vesti strappate, gesti e parole oscene e la conseguente mandata in frantumi di bummula e quartari con la perdita del prezioso liquido raccolto.
Il villaggio di pescatori, quotidianamente combatteva con la penuria d’acqua, dunque la costruzione della rete idrica che introduceva l’acqua corrente nelle abitazioni, fu un sollievo generale, tanto da indurre nelle donne timorate, a credere che fosse accaduto un miracolo.
La classe politica, crede che il progresso, l’innovazione, esiggano procedure snelle, depurate di regole e leggi, ritenute pastoie burocratiche atte a frenare la realizzazione dei progetti che presentati sotto il profilo del bene comune, sono infarciti di atti speculativi, e l’interesse pubblico diventa secondario ai loro fini.
La Spedilitica, dunque sdradicò ogni fontana e riempì ogni metro quadrato di territorio, gonfiandolo di costruzioni e soprattutto di seconde case per le vacanze, aggravando con l’estate, la sostenibilità dellla portata del vecchio acquedotto.
La costruzione dell’autostrada ME/PA, in contrada Cicero, rivelò una sorgiva d’acqua, una vena eccezionalmente copiosa e pensò d’offrirla al comune.
La risposta dell’amministrazione in vigore all’epoca, gli oppose un rifiuto stizzito, quasi minaccioso e la società la rimise sotto terra.
L’utilizzo di quest’acqua è probabile che alterasse degli equilibri che cozzavano con il progetto del nuovo acquedotto, con l’interesse pubblico che ai cittadini, non è dato conoscere.
La politica ha delle linee guida, di una tortuosità inestricabile, attraverso le quali, facendo credere che sia un’operazione normalissima, drena e capitalizza i vantaggi derivanti dall’opera pubblica appaltata.
Il nuovo acquedotto, dunque fu costruito a ridosso del ponte ferroviario, nel torrente che scende alle spalle delle abitazioni dei Vinnani ove insistevano i loro pozzi neri, nei pressi della chiesa, a qualche centinaia di metri dal mare.

L’acqua emerse a due, tre metri di profondità ed immessa nelle condotte del vecchio acquedotto.
Carmelo Mobilia, comunista e maestro di muratura, convinto che l’acqua estratta dal pozzo era di mare ed inquinata dalle fogne, furioso di rabbia, lottò affinchè la verità venisse a galla.
Una sera che il cielo non ospitava la luna, lanaggioto, in compagnia di un gruppo di coetanei, seguì Carmelo Mobilia nel torrente ove era stato costruito il pozzo e nell’intento di dimostrare la verità, con un blits prelevò alcune bottiglie d’acqua.
L’attenta e meticolosa oservazione che seguì sotto la luce della lampadina di piazza Ravel, rivelò loro, senza ombra di dubbio, il contenuto.
Le voci dei presenti, alla vista della poltiglia contenuta nelle bottiglie, si elevarono in coro a dichiarare che quell’acqua conteneva merda.
Mastro Carmelo Mobilia, non contento di quanto constatato visivamente, portò le bottiglie a Messina presso il laboratorio di analisi, specializzato in materia.
Il laboratorio, certificò che l’acqua di quelle bottiglie conteneva un’alta percentuale di salinità e batteri fecali.
La conferma di quanto temuto, aizzò Carmelo mobilia contro gli esponenti locali dell’Amministrazione in vigore, che risposero al principio di correttezza e verità, chiamandolo provocatore, comunista sobillatore, attestando che la faziosità che si annida nelle menti, è un pericolo e crea danni.
Gli abitanti del borgo che ruotavano in questa cerchia, li seguivano dichiarando che l’aqcua era salutare, curativa, addirittura miracolosa.
Gli abitanti di San Giorgio, ornai da molti anni ed alcuni di nascosto, senza distinzione d’appartenenza politica, accomunati dal male, muniti di bidoni, bottiglie e recipienti vari, di vetro e di plastica, accompagnati con la macchina, dai figli o generi, salgono in collina a rifornirsi dell’acqua da bere perché quella di casa è inutilizzabile.
Le sorgenti di Buffa, Margherita, acqua Santa ed altre contrade, sono circondate e prese d’assalto.
La conca o la gebbia, nelle quali attraverso un tubo di zinco, scorre il prezioso elemento, è presidiata con gli occhi armati, tenute sotto controllo, non lasciano spazio al passaggio, neanche una bottiglietta per dissetarsi sul posto.
Il villaggio di San Giorgio, dunque colonizzato e reso estraneo ai locali, con l’estate riempie le case di turisti e quintuplica i suoi residenti.
I servizi carenti e la mancanza d’acqua nei rubinetti di casa, nelle docce, non sopportano l’inefficienza e se capita che ne scorga una modica quantità, sa di sale ed i turisti che sono sottoposti a stress finanziario, scoppiano, vanno in escandescenza e l’anno successivo, migrano per lidi meno costosi e più accoglienti.
Il villaggio di San Giorgio, è l’esempio più eclatante della disattenzione alla salute delle persone ed alla cura del territorio e dell’ambiente.
L’incapacità ed arroganza di questa classe politica, nel prato a fianco del Pino di piazza Ravel, lasciato libero dai Gazebo del Bar Alibrandi, ha provveduto a creare uno spazio di riposo con sedili, circondato di siepi, qualche ibiscus, l’insostenibile Monumento ai caduti e sotto la bretella di mare, un piazzetta con vasca dei pesci e barca dentro, guardata a vista da arrugginite mitragliatrici, residuati bellici fascisti tolti da una delle piazze di Gioiosa Marea.

L’incuria, la mancanza di pulizia della vasca dei pesci, resa melma, eliminò la barca e successivamente coperta e trasformata in palcoscenico per rappresentazioni canore e teatrali, pista da ballo, rendondo inutile il lavoro e la passione profusa dal Cavaliere e mitico Capitano della squadra di calcio, Stefano La Rosa e di Pippo Armenio detto Molena, istrionico ed insostituibile componente della compagnia teatrale l’alternativa.

IL GIORNO DELL’ASSUNTA

L’estate, raccoglie i figli con i nuclei familiari e la casa degli anziani genitori torna a riempirsi di gioia ed allegria.
Lanaggioto per il giorno dell’Assunta è andato a San giorgio a festeggiare con fratelli, sorelle, cognati e cognate, zii, cugini, nipoti e loro amici e fare vista alla madre.
La morte del marito, aveva rese precarie, le condizione di salute della madre. La formazione mentale, comunque seppure indebolita, le impediva di accettare una persona che l’assistesse e le facesse compagnia, inducendola a dire ch’era in grado di badare a se stessa.
La solitudine, la sopravvenuta insicurezza, al più lieve malessere, la induceva a cercare conforto nella figlia Concettina, la più grande delle femmine, rifugiandosi in casa con l’intento di restarci.
Lanaggioto, temendo che potesse lasciarsi andare e perdere quel poco di autonomia che le restava, l’incitava a ritornare a casa ottenendo il risultato di rendersi antipatico.
Lanaggioto, pensava che una maggiore frequenza di Anna, la figlia più piccola, le avrebbe cambiato lo stato e reagire ai momenti di sconforto.
Le visite di Anna, limitata negli spostamenti a causa di problemi motori del figlio derivanti da ipossia alla nascita, non erano frequenti ed anche di breve durata, dunque ricorreva sempre più spesso a Concettina.
Lanaggioto, crede che il bambino, anziché tenerlo segregato in casa con la playstation, il computer e la pianola, abbia bisogno che venga accompagnato presso Centri specialistici che possano aiutarlo con supporti od altro a dargli quell’equilibrio che lo possa rendere autonomo.
Lanaggioto, sa che altri bambini hanno ottenuto ottimi risultati e biasima la sorella, il cognato che soffrono di vergogna perché non hanno un figlio normale.
Lanaggioto, osserva il nipote che cerca con tutte le forze di mettersi in piedi e si gonfia di rabbia, pensa che stanno impedendo a quel bambino, di avere un futuro e non intende lasciare perdere.
Lanaggioto, all’ennesima prova del bambino a reggersi sulle caviglie, non resse e li accusò di mancanza di coraggio, di visione medioevale.
La sorella gli rispose che non aveva il diritto di entrare in casa d’altri e dare ordini.
La verità è una brutta bestia, ha bisogno di coraggio e toglie il saluto.
Lanaggioto, mortificato restò a trattenere il gueriero che avrebbe voluto indossare l’armatura, armarsi fino ai denti e scendere in guerra per far pulizia per chilometri quadrati.
La ragione della malattia diabetica con la pazienza della ragione, lo indussero a desistere e con le mani tremanti, scendendo le scale che conducono al terrazzino, cercò una sigaretta e fumò il vulcano che bolliva dentro, guardando il mare, seduto su una sedia di plastica.
Il pranzo di ferragosto, tenuto nella terrazza della casa di Concettina, oltre alla genitrice, annoverava cognate, fratelli e nipoti, con zie e cugini, ad eccezione di Anna, la figlia più piccola, Franco, il primogenito e Salvatore, l’ultimo dei maschi.

Il nucleo originario della familgia, allargandosi subisce attacchi, gli innesti non attecchiscono creando alterazioni nella trasmissione del sentimento unitario.
Il pranzo, evitando qualche discussione sterile, si concluse con soddisfazione ed allegria.
Lanaggioto, ne approfittò andando in culo al diabete, caricandosi sulle spalle l’orso isterico ed alla richiesta di fare una passeggiata, di Carla, la cognata Aretina, accettò con sollievo.
Lanaggioto, con moglie, cognata, fratello e sorella, oltrepassarono il pino, la chiesa, l’ultima residenza del Professore Ennio Salvo D’andria, la residenza del Maestro Angelo Accordino, dunque il torrente di Magro e superarono l’arenile sul quale sorgeva il Brigantino con le case di legno e si inoltrarono nel territorio di Maruzza e Nino Buttò, in seguito di Nino Currò, dunque della Spedilitica.
La speculazione aveva riempito il territorio fino al mare, di villette recintate con muri di mattoni, canne, alberi esotici ed ogni sorta di protezione tanto da cancella re la strada che conduceva a pietralunga.
Lanaggioto, spinto dalla curiosità di salutare il guerriero pietrificato e la pietra allungata nell’acqua, precedeva la compagnia sulla strada di sabbia ritornata libera e man mano che amdava avanti, lo sconforto e la soddisfazione gli riempivano gli occhi e l’anima.
Le linee architettoniche delle villette, dei rifugi per l’estate, erano piegate su se stesse o sconmparse assieme agli orpelli che li abbellivano.
La natura aveva sconfitto la’rroganza dell’uomo ed era ritornata padrona riprendendo possesso del suo territorio.
Un masso enorme, nell’angolo di destra proteggeva una discarica a cielo aperto che la rabbia del mare non era riuscita a cancellare.
Lanaggioto, disgustato distolse lo sguardo spingendolo verso petralonga e rimase interdetto, credette che la vista gli stesse facendo un brutto scherzo.
Una colata di cemento, aveva sotterrato il guerriero di roccia e la pietra che scendeva nel mare.

Lanaggioto, gridò bastardi hanno tolto il nome alla località, hanno cancellato l’identità a petralonga e con la nausea gli saliva dallo stomaco e gli afferrava la gola spingendolo al vomito, ritornò indietro cozzando con un lungo agglomerato abitativo a eidosso della linea ferroviaria.
Lanaggioto, dunque si girò a cercare la spiaggia alta, la linea di costa sinuosa, leggiadra che la natura ha disposto evitando che un elemento sopraffacesse l’altro e la bellezza del paesaggio riempisse di piacere l’anima dell’osservatore.
Lanaggioto, fu sopraffatto dai pali e mretti diroccati, dei resti delle villette, dell’agglomerato dichiarato ricovero barche, dalla striscia di terra dei Costa di Magaro che s’allunga fino al torrente con il letto che ospitava a sinistra, il tracciato d’asfalto fatto distendere dal Professore Ennio Salvo D’Andria per congiungere il Brigantino alla statale 114 aggirando il ponte a lato del Palazzo del Marchese Frozano, è stato colpito da gravidanza isterica.
La curva ad esse della statale 114 oltre il ponte verso Gioiosa Marea con a destra l’abitazione della famiglia Costa e Buzzanca ed a sinistra dopo lo slargo scavato nella roccia per dare alloggio lala fontana zonale, la residenza della famiglia Calabria con a lato l’accesso alla strada romana che conduce a Monte Meliuso.
La collina sovrastante, scoperta da un Ingegnere-Costruttore frequentatore del Brigantino, colpito da un grande amore, la svergognò coprendola di villette, e desiderando ardentemente, imporla sul mercato, per motivi pubblicitari, impropriamente legò la località coniugando il villaggio di pescatori, San Giorgio Magaro.
La Spedilitica, insomma ha ripreso il possesso del territorio di San Giorgio. avviando la ricostruzione delle villette a petralonga, la Cattolica che Padre Antonio Sferruzza aveva avuto in concessione demaniale ed eretta allo scopo di adibirla a scuola, ceduta al comune è stata trasformata in B&B.
Il Sindaco, con il progetto di costruzione del porticciolo turistico, la mancata opzione d’acquisto del palazzo Cumbo Borgia per adibirlo a MUSEO della TONNARA, avalla lo scempio e chiamato al rispetto ed alla legalità, usa la minaccia anziché invertire la rotta.
Un potere amorale conduce all’illegalità, nuoce alla libertà ed alla Democrazia, frantuma il tessuto sociale e rende l’uomo una merce di scambio.
LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI
( San Giorgio Magaro – Uomini & Mestieri – Museo della tonnara )
Dedicato al Professore Ennio Salvo D’andria - Carmelo Accordino – Ennio Salvo Accordino

Libro pubblicato dall’autore Accordino Antonio
antonioaccordino@gmail.com
MILAZZO, 10 – Agosto – 2011

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Venerdì, 10 dicembre 13:04 Ritratto di lanaggiotolanaggioto pubblica
LA BESTIA IN AGGUATO

La bestia in agguato

L’apparecchio a protezione dell’arcata dentaria, si spunta nel sorriso innocente di una bambina che il seno confonde
L’aria è serena ma la bestia in agguato, s’avvicina e spezza il volo verso cui tendeva e ne imbriglia l’anelito di libertà.
La donna non ha età, è esposta a mercanzia, e l’uomo mira a prendere il possesso del corpo, non ha rispetto, consuma il crimine e sazio del pasto s’allontana col sorriso in faccia.

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Martedì, 7 dicembre 12:41 Ritratto di lanaggiotolanaggioto risponde a Ritratto di lanaggiotolanaggioto
SILVIO PREMIER re d'italia

La poesie " il cavallo dipinto d'azzurro " è inclusa nella raccolta di poesie di Accordino antonio " la barca di papaciturro " ed è datata 1994

Martedì, 7 dicembre 12:38 Ritratto di lanaggiotolanaggioto pubblica
SILVIO PREMIER re d'italia

IL CAVALLO DIPINTO D’AZZURRO

La gente, manca di speranza, è disperata
e dopo una giornata di lavoro con la precarietà
e la sicurezza che non intende andarle incontro,
si ritira con un vuoto che gli fa scoppiare la testa,
chiude porta e finestre a doppia mandata e cerca
di lasciare fuori Il terrore che gli spezza le gambe
La domenica, va in chiesa e ringrazia la Madonna
per averla fatta franca, ma la solennità della messa,
acciglia la Destinataria che non ama essere distratta
La passeggiata prosegue e compra il pane, esce,
ed è inseguito da spari che squarciano l’aria,
sbucano dai vicoli adiacenti ed i passanti pregano
gratificando la coscienza con “ Gesù, salvaci tu.”
Seduta a tavola, la televisione serve omicidi inconsulti,
incidenti stradali, stragi, arresti per corruzioni
Le forze dell’ordine, indagano, cercano le prove
La Magistratura,esamina ed è costretta a difendersi
da minacce di politicanti che si credono impunibili
La piazza è stata occupata da venditori – benefattori
e la città inginocchiata, attende d’essere miracolata
Un sacco di spazzatura imballata, si è allocato
sul davanzale della piazza della borsa e sbava,
urla, snocciola a braccio, una memoria accidiosa
includendo nella sua vendetta, il padre ciabattino
che ha cercato d’inculcargli il rispetto verso gli altri
Il sacco, ha rovinato il Professore dal piedistallo
appoggiandovi, a tempio, il cappello a lavandino
accarezzandosi con cura, la barba sparsa dei resti
del pranzo della sorella, chiamata con urgenza,
ad accudire, la vicina disabile e pieno, soddisfatto,
ha legato all’altalena nel giardino abbandonato,
il fratello sordomuto, inneggiando alla libertà
Uno scatolone, cinto ai fianchi con un nastro postale,
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si graziosamente allocato, sul bancone centralizzato
del mercato del pesce, e con il sigaro nei denti
e la canna da pesca in mano, con all’amo un gatto,
sfida i cani a cui è affidata la guardia al cancello,
gridando a squarciagola: “ al ladro, al ladro “
Il cielo a nuvolo minaccia pioggia imminente
e coi danni irrisolti, degli anni precedenti,
la commemorazione dei caduti, andrà a monte
Il viale che conduce alla sede della rappresentanza,
è listato a lutto con i nomi incriminati, stracciati
Di colpo, una manata di luce, scivola sul selciato
Il passo morbido e l’eleganza presa a prestito,
entra con lentezza, un cavallo dipinto d’azzurro
Cammina a mezz’aria, quasi scansando gli alberi
a fianco di una vegliarda con le guance cadenti
che lo tiene per le redini e gli mette in bocca
pure uno zuccherino quando insofferente scalpita
Hanno a presenziare, una festa di beneficenza,
debbono attenersi alla cerimonia programmata
La coda del cavallo, acconciata a nido di vespa
ha sull’attacco tre omuncoli armati, di guardia
che al lieve spostamento d’aria, ringhiano rabbiosi
Un amico, si è lasciato scappare che nel nido,
nasconde un gran numero di pepite, forse trentuno
che delle famiglie segrete, gli hanno consegnato
da investire in azienda e farle fruttare, fuori bilancio
Mangallucci col doppiopetto e le mani d’armavile
si spostano saltellando da un tubercolo all’altro
Utrini, vestiti di formine, zampettano con attenzione,
assoldati per spulciargli la coda e la folta criniera
Carde col seno nudo ed un filo di perline a copertura
del resto, cantano e ballano sulla groppa pettinata
alternandosi a pappagalli che su un trespolo volante
irrompono sulla scena battendo le ali e salutando
con una voce secca, inespressiva, al “ ciaooooo.. “
intercala un appassionato: “ Salve o Salvatore “
Il cavallo dipinto d’azzurro, accompagnata la vegliarda,
a riposare, si mostra e si erge in verticale
sulle zampe posteriori, sulla coda ed alza la destra
Ha l’arte circense, nel sangue ed offre sorridente,
le arcate dentarie in oro bianco e superbi zaffiri
Un sospetto, gli gira la testa verso la zona posteriore
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per controllare la folla degli abitatori della sua coda
Il cavallo dipinto d’azzurro, ha acquisito la possanza
del cavaliere e sfodera la lingua grondante sangue
per le mille battaglie combattute con i mestieri
Ha saputo amalgamare la calcina con la sabbia
facendo a meno del cemento e costruito palazzi,
supermercati ed ha anche eretto un grattacielo
e comunica con l’altro, senza bagnarsi le mani
Ha in tasca gli ingredienti della magìa e sa offrire
il paradiso in terra a chiunque, anche ai miscredenti
Ne ha convinti tanti della sua bontà e sono corsi
a prendere possesso della mangiatoia nella stalla
Il cavallo, è un benefattore e dunque la meraviglia
che lo assale è immensa quando nella sceneggiata
che sta rappresentando sulla piazza della borsa,
viene raggiunto da quattro maniscalchi, squattrinati,
male assortiti e privi di ferri, stolti ed irriguardosi,
che irrompono sul palco, senza uno straccio d’invito
Gli corrono dietro, invero da un cumulo di tempo
che a metterlo a fuoco si potrebbe dire eterno
Sono uomini muniti di un grande spirito di servizio
e conservano una curiosità spasmodica di conoscere,
il segreto di quel suo incedere, superbamente divino
la composizione dei materiali della lega, la forgia
dei chiodi e dei ferri che gli calzano gli zoccoli
La tecnologia usata, è il frutto di anni di ricerca
Una famiglia che bada al lavoro e non si lamenta
Il cavallo dipinto d’azzurro, li guarda con sospetto
Non sopporta d’essere esaminato, è infastidito
Se riuscissero a scoprire la provenienza ………
Inorridisce e li strattona, li dileggia e grida loro:
“ Vi farò pentire, questa è malafede.
Non sono ammalato, sono un cavallo sacro. “
Un Angelo custode, indispettito si materializza
e grida costernato: “ Non può essere toccato. “
L’angelo, ha la faccia che un fabbro inesperto,
gli ha martoriato con una sabbiatura a freddo.
L’angelo ed il cavallo hanno fatto coppia dall’asilo
e non sarebbe improprio dire che l’uno è la faccia
opposta della stessa medaglia e dunque, rabbioso
disse loro: “Questo è un attentato. Sarete puniti. “
Il sottopancia del cavallo, si slaccia di qualche nodo
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e lascia che emerga, un previte, paonazzo in faccia
I suoi modi sdolcinati, convincono la staffa di sinistra
a calarlo e collocato sul retro delle zampe davanti
che il cavallo tiene incrociate e piegate sulle caviglie,
accarezzandogliele con amorevolezza, sputacchiando
ed asciugandosi col dorso della manica della giacca,
dice ai maniscalchi, sviscerando un’ira scoppiettante:
“ Vade retro, vade retro “ e tirando fuori dalla tasca
di destra un fazzoletto di lino bianco, gliele avvolge,
e contrito, alza gli occhi al cielo estraendo dal petto
levigato, l’effige di un martire panciuto morto in esilio,
comincia la cerimonia dell’osorcizzazione, roteandosi
le mani nelle mutande, eruttando un verbo olocaustico
Il cavallo dipinto d’azzurro si è rasserenato ed ha preso,
un bel tono sulle guance e ride, scherza con la piazza
La gente è stata imbrigliata e con le mani elevate verso,
osanna il Salvatore che è venuto a liberarli dal male
Il presente è un trionfo ed il cavallo dipinto d’azzurro,
carico di potere, levita, levita sulla folla inginocchiata
sul selciato della piazza, che aspetta la manna
Il cavallo dipinto d’azzurro, alla svelta, entra nel cortile
dell’anfiteatro per il cerimoniale dell’insediamento
Il gelso secolare che sovrintende all’osservanza
regolare del passaggio, mal s’intende con la fretta
Il cavallo dipinto d’azzurro ha gli zoccoli oltre il tempo
ed i maniscalchi hanno scoperto le scatole di zinco
Il gelso ha una memoria enciclopedica e non gli sfugge,
neanche una virgola, inducendo il cavallo, a saltargli
sulla chioma e tentare di spezzargli i rami più riottosi
La chioma, trema, resiste un po’ e si piega su un lato,
e nel breve passaggio di una folata di vento, cadono
senza fare alcun rumore, sulla strada e colpendo
una popolazione di lavoratori fissi ed occasionali
che stanchi della giornata, della precarietà, di cercare,
ritornavano coi mezzi disastrati, sporchi e ritardati,
nei luoghi adibiti a dormitorio che chiamano, casa.
Il cavallo dipinto d’azzurro, par abbia gli occhi lucidi
Colpito da commozione, ha il naso congestionato
L’aspetto gonfio, impallato non è un bell’apparire
Il cavallo dipinto d’azzurro, ha un profilo, si, unico
che il museo delle cere ne ha chiesto in esclusiva
La notte, assoldate un gruppo di nuvole mercenarie,
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ha raccolto la luce in un sacco, l’ha buttata nell’incavo
della cunetta e l’ha costretta a scivolare nel tombino
La sorpresa degli abitatori del sottosuolo è stata tale
che pur confusi si sono autorizzati ad uscire allo scoperto
ed attrezzarsi a prendere parte al banchetto del vincitore
L’alba infreddolita, tremante di paura entrò in città, evitando
i palazzi del cobra e dell’araconda e passando per una strada
secondaria s’infilò nel vicolo dei teatranti e dei baraccati,
fece capolino sulla piazza nascondendosi nel fitto fogliame
dei benjamin, scherzando con una popolazione di passeracei,
nel tentativo maldestro, di nascondere la sua meraviglia
La festa del cavallo ha defecato la sua opulenza
Il giorno nauseato dal fetore, smarrisce la coscienza, tenta
di riportarla nei canoni della decenza, ma invano
La gente, corre nel sogno del cavallo e canta con allegrìa
Le speranze aizzate gridano frasi inconsulte, altri rifilano
pedate nelle gengive ed ai diversamente abili sottraggono
con sarcasmo la carrozzina dileggiandoli, mostrandogli
un loro rappresentante seduto nel consiglio del cavallo
L’ordine del cavallo è un vecchio progetto che non può
essere usato integralmente ma adattato è l’unico rimedio
per mettere sotto la pressa e schiacciare la testa
agli incustoditi del circondario che pur zitti, fanno danni
Un esercito di blatte, chiamato al servizio del cavallo,
sono uscite dalle fogne ed hanno invaso i marciapiedi,
hanno ostruito le strade d’ingresso della città e forzato,
una normale manifestazione trasformandola in una guerra
Le forze del cavallo hanno posto sotto i colpi d’arma da fuoco,
la città e seminato di trappole, le strade spargendo nelle aiuole,
semini a forma di ovetti, bottiglie di cioccolata e palette zuccherate
Un ragazzo soggiogato dal profumo invitante vi scivola dentro
Grida, pace e libertà e calpestato da una macchinetta, muore
La festa è appena cominciata ed i gessetti e le spighe verdi,
messisi a dormire appoggiati sui zainetti, distesi alle pareti,
sono svegliati a colpi di palette ed al buio picchiati a sangue.
Il cavallo dipinto d’azzurro, ha perso il trucco ed è apparso,
quasi nel suo colore, trattenutosi, non altro che per la moda
Il potere del cavallo è arrogante, nero alla stregua del mantello
Una coppola bianca, fatta di paglia, pomice e sole, è venuta
in città con la raccomandazione in tasca e beneficiando
della procedura d’urgenza, dalla sera alla mattina, ha eretto
nel mezzo della piazza del palazzo del gelso, “ un cioscu “
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La coppola, è un’otre di sapere e vende acqua con l’effige
del cavallo con un ramoscello d’ulivo argentato in bocca
Il cortile del palazzo del gelso è in fermento e dalla piazza
si alzano voci di spregio e per timore di spaventare l’uccello,
la gabbietta del cardellino, rimasto senza scagliola, è ritirato
e messo al sicuro sulla collinetta, dall’anziano custode
L’Angelo con la faccia martoriata s’affaccia sulla piazza
e ritorna violento a gridare: “ Non ci faremo intimidire. “
La mancanza di coordinamento delle forze in campo, ha fatto
saltare fuori dal suo nascondiglio, lo stalliere personale
che col pensiero rivolto ala famiglia, ha acceso le micce
alla polveriera e sparato “ u giocu focu, “ alla sua maniera
eclissandosi nella nebbia fumaria, scomparendo dal contado
L’amico fidato, trascinato dall’amante si è lasciato scappare
che ha portato a termine la missione ed è ritornato dai Fratuzzi
La richiesta delle vespe dell’affrancamento, si è fatta pressante
Il cavallo dipinto, perduto l’azzurro, ha perso la calma, è spazientito
Riunisce nella stalla, i lavoranti e li striglia a dovere dicendo:
“ I Maniscalchi sono tornati alla carica e la barriera di protezione,
non è stata ancora eretta e non posso gridare di nuovo “ al lupo. “
Il cavallo è imbizzarrito, ha la bava che gli scende sul petto
e digrignado i denti d’oro e smeraldi, con gli occhi cerchiati,
rosso fuoco e stralunati, sferra un calcio “ all’urbisca. “
La dea che sovrintende alla congregazione dei maniscalchi,
casualmente è colpita ad un braccio, resta sul piedistallo
ma è alquanto preoccupata per l’equilibrio nel quale si ritrova
Una gazza ladra che s’era fermata a riposare sulla gamba destra,
accorgendosi del suo pianto disperato, cerca di confortarla
ma di colpo, cambia umore e stizzita le dice:
“ Ben ti sta, bella mia. Ora paghi, le malefatte commesse.“
e beccandola sul capezzolo del seno sinistro, indispettita,
sciolse le ali al vento e si librò nell’aria dirigendosi verso il mare.

133 letture | 2 risposte
Lunedì, 6 dicembre 12:22 Ritratto di lanaggiotolanaggioto pubblica
AUTOSTRADA ME/PA - tratto Falcone/patti

---------- Messaggio inoltrato ----------
Da: Antonio Di Pietro
Date: 26 novembre 2010 15:28
Oggetto: risposta da Antonio Di Pietro
A: antonioaccordino@gmail.com

Gentile Antonio,

scusandomi per il ritardo, rispondo alla sua mail del 25 settembre La ringrazio molto per il contributo che ha voluto farci pervenire. Riguardo la sua denuncia sull’insicurezza delle autostrade, in particolare quelle siciliane, la invito a contattare il nostro responsabile nazionale sezione dipartimentale Trasporti, Dringa Milito Pagliara (dringa@dringamilitopagliara.it) e/o l’onorevole Carlo Monai, componente COMMISSIONE TRASPORTI della Camera (monai_c@camera.it). Le lascio anche il contatto del coordinatore regionale IDV Sicilia, sen. Fabio
Giambrone: fabio.giambrone@senato.it; fabio.giambrone@libero.it. Il nostro impegno dalla parte dei cittadini nella difesa dei loro diritti minacciati da un sistema che non funziona, corrotto e volto al malaffare è come sempre garantito. La ringrazio per l’attenzione e per il sostegno.

Ho riferito all'Onorevole Di Pietro d'interessarsi per la soluzione dei lavori in corso nel tratto con galleria dell'autostrada ME/PA e precisamente fra Falcone e Patti. Dicevo all'Onorevole Di Pietro che mi ha indirizzato a Lei, che nei pressi della galleria del Tindari nel tratto su specificato, i lavori in corso durano o meglio sono fermi alle transenne forse da anni. Il doppio senso di marcia nella galleria semibuia è un rischio inaccettabile. Percorrere la galleria con le auto in senso inverso di marcia che ti abbagliano e t'impediscono di vedere la strada, è un azzardo che ti può condurre alla morte. L'incidente è accanto a te e non ti lascia per l'intera lunghezza. Mi chiedo se l'ANAS che incamera il pedaggio e sempre con l'aumento possa mettere a rischio la vita degli automobilisti in transito su quel tratto ed in quella galleria con l'indifferenza di una classe politica Locale e Nazionale in sonnolenza per svegliarsi all'improvviso quando accade la tragedia. Il benessere dei cittadini, la sicurezza delle strade oltre a tante altre cose non è un'opzione. Ognuno è responsabile e la politica che rappresenta i cittadini non può sottrarsi per dichiararsi costernata in faccia alle bare. Un pò di dignità, giuocare con le parole non serve, facciamo il nostro dovere. cordiali saluti. Accordino antonio

243 letture | ancora senza commento
Lunedì, 6 dicembre 12:14 Ritratto di lanaggiotolanaggioto risponde a Ritratto di lanaggiotolanaggioto
FACEBOOK - ACCOUNT DISABILITATO

Il compito di facebook dovrebbe essere quello di fare conoscere le persone. Questo è lmiitativo perchè la conoscenza delle persone implica che oltre a quelli che conosci, gli altri non li conosci e vuoi conoscerli. facebbok impedisce la conoscenza di chi non conosci e ne limita in ogni caso il numero. La socializzazione fra le genti, la conoscenza è fondamentale per ogni individuo perchè accresce e matura gli uomini, evita lotte e guerre perchè in questi casi a morire è la povera gente e non certo Presidenti e Generali. Inoltre chiunque è abilitato a disabilitarti schiacciando la dicitura segnala e le ragioni non hanno valore perchè facebook approfitta del suo ruolo dominante e di grande risonanza mondiale per imporre i suoi metodi che sono incivili ed antidemocratici.

Lunedì, 6 dicembre 12:05 Ritratto di lanaggiotolanaggioto pubblica
FACEBOOK - ACCOUNT DISABILITATO

--
Accordino Antonio
Accordino Antonio - Mi è stato disabilitato l'account in modo permanente e francamente, mi pare d'avere subito un torto. Non ho fatto nulla che possa aver portato disturbo agli altri, che si possa ritenere " Molestia ". Chiedere amicizia non mi sembra lesivo di alcuna onorabilità. Visto che siete così informati delle attività lecite ed illecite allora siete a conoscenza della mia moralità e del buon comportamento usato verso gli altri. Dico e ripeto che non ho fatto nulla di llecito. Non ho molestato alcuno e non ho mai usato termini volgari. Dunque mi pare che abbia sabotato permanentemente il mio account per una svista, una intepretazione errata. Mi pare talmente assurdo questa cosa che non riesco ad esprimere altro, comunque resto in attesa di una Vostra cortese risposta. Accordino Antonio

Il giorno 29 agosto 2010 20:09, ANTONIO ACCORDINO ha scritto:

Il titolare dell'Account di facebook antonioaccordino@gmail.com è il sottoscritto. Ritengo di avere subito un torto; che la disabilitazione sia un errore. Io non ho mai coinvolto facebook nella presentazione del mio racconto e delle mie poesie e non ho mai partecipato a concorsi fotografici. Le foto di paesaggi od altro sono incollate per mostra le bellezze della natura o l'opera dell'uomo nel tempo. Le richiesta di amicizia non hanno mai avuto od hanno carattere amorale; credo sia l'essenza del social network. altro non ho da recrimare e dunque Vi invito a ripristinare il mio ACOOUNT di cui sopra in un breve lasso di tempo e nel ringraziarvi passo a salutarVi. Cordiali saluti. Accordino Antonio
--
Accordino Antonio

Il tuo account è stato disabilitato poiché hai assunto un comportamento sul sito che è stato segnalato come molesto o minaccioso nei confronti di altri utenti di Facebook. I comportamenti vietati includono, a titolo esemplificativo:
• L'invio di richieste di amicizia a persone che non conosci
• L'invio di messaggi di posta indesiderati a persone che non conosci
• L'invio di richieste a terzi per combinare appuntamenti o a scopo commerciale
Dopo aver analizzato la tua situazione, abbiamo determinato che il tuo comportamento ha violato la Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità di Facebook. Non potrai più usare Facebook. Questa decisione è insindacabile.
Per motivi tecnici e di sicurezza, non possiamo fornirti ulteriori dettagli in merito a questa decisione.
Grazie,
Rifiuto categoricamente quanto da Voi scritto in quanto l'invio di richieste d'amicizia a persone sconosciute, mi pare sia l'essenza di facebook per fare conoscere le persone. sarebbe diverso se lo facesi per approfittare della conoscenza di queste persone per scopi amorali. Lo scopo commerciale che mi addossate sarebbe quello di presentare la pubblicazione di miei lavori? Non mi pare d'avere richiesto appuntamenti per scopi commerciali e di non avere abusato del nome di facebbok. Sono certo che stiate prendendo una grossa cantonata o vi hanno indotto ad assumere una decisione discriminatorio nei miei confronti. Alla luce di quanto esposto, Vi invito a ripristinare il mio Account ridando l'onorabilità del mio nome e dei miei comportamenti educati, civili e morali; non credi d'avere assunto alcun comportamento lesivo della personalità degli altri anzi ho suggerito moderazione nel linguaggio e nell'esposizione, comunque resto in attesa di una decisione che fughi questo atteggiamento di esclusione dal social network facebook che ho sempre rispettato e difeso nella sua eterogeità di opportunità di conoscere persone con le quali scambiare opinioni per migliorare la società. Porgo dunque, cordiali saluti. Accordino Antonioo di
Il giorno 29 agosto 2010 02:50, The Facebook Team ha scritto:
Salve,
Purtroppo il tuo account è stato disabilitato in modo permanente per violazione della Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità di Facebook. Ti informiamo che non lo riattiveremo per nessun motivo, né ti forniremo ulteriori spiegazioni sulla violazione di cui sei responsabile o sul sistema che usiamo. Questa decisione è insindacabile.
Grazie,
Il team di Facebook
Noto l'attegggiamento capzioso di questo team. Non Vi chiedo altra procedura. Cosa dire o fare? Account disabilitato in modo permanente. Una condanna a morte per presunte violazioni della Dichiarazione dei diritti. La democrazia, il social netwhork ha decretato la condanna Capitale; la conoscenza delle persone tante strombazzata è piegata a non so quale violazione. Cordiali saluti.
Il giorno 29 agosto 2010 18:46, The Facebook Team ha scritto:NOTA DI ACCORDINO ANTONIO del 29.Agosto. 2010 ore 18.10
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ì
Aggiungo alla sottostante risposta la seguente nota:
Il mio racconto e le mie poesie sono inserite nel contesto del ilmiolibro.it connesso a facebook ed a Twitter;
Le richieste di Amicizia sonoavanzate secondo i Vostri suggerimenti o indicazioni di altri amici, dunque ritengo la Vostra presa di posizione di disabilitare il mio Account, pretestuosa, irriguardosa nei confronti della mia persona che non ha espresso alcuna volgarità od atteggiamento discriminatorio od immorale, anzi ha ritenuto doveroso intervenire presso queste persone che hanno tenuto questo atteggiamento. ho l'impressione che anzichè controllare l'ingerenza di MAFIOSI - SESSUOFOBI od ALTRO su cui non voglio dilungarmi, dunque credo che abbiate o vi siete fatti indurre, a prendere questa decisione senza avere valutato correttamente la mia posizione che ritengo lesiva della mia ONORABILITA', della mia dignità e chiedo che in breve gli sia restituita. Cordiali saluti. Accordino Antonio - Milazzo

Il giorno 29 agosto 2010 11:31, ANTONIO ACCORDINO ha scritto:

1332 letture | 1 risposta

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