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Vendere casa in edilizia convenzionata, quando si rischia il maxi risarcimento

Autore: Redazione

Mai investimento fu più incerto. È il caso di chi ha comprato alloggi di edilizia convenzionata a prezzi calmierati e poi, a distanza di anni, li ha rivenduti a costo di mercato. Salvo poi ritrovarsi a fare i conti con le richieste di risarcimento degli acquirenti.

Cos’è l’edilizia convenzionata?

Per edilizia convenzionata si intende una forma di edilizia che prevede un accordo tra privato e pubblico per agevolare l’esigenza abitativa di alcune fasce sociali, individuate principalmente in base ai parametri del reddito.

In particolare, l’edilizia convenzionata a uso residenziale prevede un accordo tra cooperative di operatori edili privati e comuni per contenere i costi relativi all’acquisto di un’abitazione. In cambio dell’aiuto fornito dall’ente Pubblico, infatti, il costruttore si impegna a vendere la proprietà immobiliare a famiglie meno abbienti.

Anche l’acquirente deve rispettare alcuni parametri quali: l’obbligo di residenza nel comune dove è stata acquistata la casa; il divieto di possedere un altro appartamento nel comune di riferimento; l’impossibilità di vendere o affittare l’appartamento per un determinato periodo di tempo e comunque non prima dei cinque anni, a meno che non sia il Comune a dare il nulla osta all’operazione.

Compravendita di edilizia convenzionata, le richieste di risarcimento

Molto meno chiara, invece, la questione che riguarda le modalità di rivendita delle case dopo cinque anni dall’acquisto. Perché a Roma, per anni il Comune, banche, notai e agenzie immobiliari hanno interpretato la normativa come se permettesse vendere gli immobili di edilizia convenzionata a prezzo di mercato.

Ma una sentenza della Cassazione del 2015 (la numero 18135) ha dichiarato parzialmente nulli i contratti di compravendite avvenute a prezzo di mercato, tanto che secondo i giudici l’importo va sostituito con quello convenzionato.

Da allora si sono moltiplicate le richieste di risarcimenti e molti venditori hanno dovuto restituire, a distanza di anni, la differenza pagata in più dai compratori rispetto al prezzo considerato vincolato.

Ma anche tra le sentenze non c’è univocità, alcune condannano a restituire l’intera somma della compravendita, altre solo un indennizzo di una decina di migliaia di euro. A Roma, dove il fenomeno è più esteso che in altre città.

Il Comitato venditori 18135 (prende il nome dal numero della sentenza del 2015), ha messo insieme in sei mesi 116 famiglie a Roma per un totale di 22 milioni di euro di restituzioni chieste, in media quasi 200 mila euro a famiglia.