Price cap sui carburanti, come funziona, chi lo applica e quanto pesa sulle tasche degli italiani

Da fine settembre Eni e Ip hanno fissato un limite massimo al prezzo di benzina e diesel. Un sollievo parziale per i consumatori, in un contesto in cui il gasolio costa il 37% in più rispetto a prima del conflitto in Medio Oriente
Rifornimento di benzina
Canva

Un pieno di gasolio costava 82 euro a settembre 2025. Oggi ne costa quasi 40 in più. Idem per il pieno di benzina. È in questo contesto — sette mesi di rincari ininterrotti innescati dal conflitto in Medio Oriente e dall'instabilità delle catene di approvvigionamento globali — che si inserisce la decisione di alcune grandi compagnie petrolifere di introdurre un tetto massimo al prezzo dei carburanti, il cosiddetto price cap. Una misura che sta cambiando parzialmente i prezzi alla pompa, ma che solleva interrogativi profondi sull'equità della sua applicazione e sulla tenuta economica di migliaia di piccoli distributori indipendenti.

Cosa è successo e da dove viene il caro-carburanti

Il punto di partenza è il conflitto in Medio Oriente, scoppiato nel febbraio scorso, che ha destabilizzato i mercati energetici globali e interrotto il processo di riduzione dell'inflazione che stava caratterizzando l'economia europea. In sette mesi, il prezzo del gasolio è aumentato di 63,4 centesimi al litro, con un incremento del 36,8%. La benzina è salita di 48,6 centesimi, pari a un +29%. Tradotto in euro sul serbatoio, dal momento dell'inizio del conflitto un pieno di gasolio costa 31,7 euro in più sulla rete ordinaria, mentre per la benzina la maggiore spesa è di 24,3 euro a rifornimento.

Pubblicità

L'impatto sull'economia delle famiglie italiane è stato immediato e pesante. Secondo l'analisi di Facile.it, nel solo mese di settembre 2026 gli automobilisti italiani hanno speso, a parità di consumi, oltre 1,3 miliardi di euro in più rispetto a dodici mesi prima. La componente più colpita è il diesel: circa 3,5 miliardi di euro spesi a settembre, con oltre 950 milioni in più rispetto a un anno fa, pari a un aumento del 38%. La spesa extra per la benzina ha superato i 400 milioni di euro, con un incremento del 23% su base annua. Su base annua, considerando una percorrenza di 10.000 km, un automobilista spende oggi circa 1.403 euro in benzina — 285 euro in più rispetto allo scorso anno — oppure 1.284 euro in diesel, con un aggravio di 392 euro.

Come funziona il price cap: chi lo applica e a quanto

Il 28 settembre Eni ha annunciato e messo in vigore un tetto massimo ai prezzi nei distributori del proprio marchio Enilive: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, misura valida inizialmente per 30 giorni con possibilità di estensione fino a fine anno. La stessa decisione è stata adottata da Socar, il gruppo energetico dell'Azerbaijan che controlla la rete italiana Ip, che ha avviato l'applicazione progressiva del limite sui propri punti vendita. Considerando i circa 3.800 impianti Eni e i 4.500 punti vendita Ip, il tetto si applica a una rete complessiva pari a circa il 39% dei 22.000 distributori italiani.

L'effetto immediato sui prezzi medi nazionali è stato tuttavia più contenuto di quanto i consumatori potessero sperare. Secondo i dati del Ministero delle Imprese, nei giorni successivi all'entrata in vigore del price cap il prezzo medio del gasolio sulla rete ordinaria è sceso da 2,377 a 2,335 euro al litro, mentre la benzina è calata a 2,126 euro. In autostrada i ribassi sono stati più marcati: in quattro giorni il gasolio sulla rete autostradale è diminuito di 13,1 centesimi, la benzina di 13,2 centesimi, con un risparmio di circa 6,6 euro per un pieno in autostrada. Sulla rete ordinaria il risparmio è stato più contenuto: circa 4,6 euro su un pieno di diesel e 3,75 euro su un pieno di benzina.

L'effetto traino: la concorrenza spinge altri marchi a tagliare

La mossa di Eni ha innescato un effetto concorrenziale sul mercato, con altri marchi petroliferi che hanno iniziato ad abbassare i propri listini per non perdere clientele. Il Codacons parla di "effetto Eni" sui prezzi medi, sottolineando come la concorrenza abbia un impatto positivo sul mercato. Il governo, dal canto suo, sta lavorando per allargare ulteriormente il fronte: attraverso canali diplomatici si sta verificando la disponibilità del gruppo kuwaitiano che controlla Q8 ad aderire al tetto, con fonti vicine al dossier che parlano di "segnali positivi" in arrivo dal Kuwait. La presidente del Consiglio Meloni ha espresso soddisfazione per le iniziative di Eni e Ip, ringraziando anche il presidente dell'Azerbaijan Aliyev per il contributo di Socar.

Nonostante questo, l'Unione Nazionale Consumatori ha sottolineato che l'effetto sulle medie nazionali è stato "decisamente ridotto": nella rete stradale ordinaria la flessione è stata di meno di un centesimo per entrambi i carburanti nelle regioni, mentre i benefici più significativi si sono concentrati nelle stazioni dei marchi che applicano il tetto. Il quadro generale, tuttavia, non è privo di conseguenze inattese: l'entrata in vigore del price cap ha scatenato una corsa ai rifornimenti nelle stazioni Eni, con code e distributori esauriti già nelle prime ore, e ha sollevato il concreto rischio di carenza di prodotto — un fenomeno già verificatosi in Francia quando TotalEnergies aveva adottato una misura analoga.

Il nodo delle accise mobili e il calendario fiscale

A complicare il quadro si aggiunge il calendario fiscale. Il 26 settembre è scattato il dimezzamento dello sconto sulle accise — passato da 12,2 a 6,1 centesimi di euro sul gasolio — che ha fatto salire ulteriormente i prezzi prima dell'intervento di Eni. Il 5 ottobre scadrà il taglio residuo delle accise da 6,1 centesimi, e dal 6 ottobre entrerà in vigore il meccanismo delle accise mobili. Il tetto al prezzo introdotto dalle compagnie assorbe in parte questo ulteriore rialzo, ma la sovrapposizione tra price cap e variazioni fiscali ha creato, come segnalato da Staffetta Quotidiana, "grande confusione" sui prezzi finali alla pompa.

I piccoli distributori rischiano di restare fuori mercato

Il vero nodo irrisolto della vicenda riguarda i distributori indipendenti, le cosiddette pompe bianche, che rappresentano oltre un terzo della rete italiana. Questi operatori acquistano i prodotti raffinati all'ingrosso dalle major petrolifere, e non possono applicare un tetto ai prezzi se il costo del prodotto che acquistano rimane invariato: lo farebbero lavorando in perdita. Alcuni lo stanno facendo ugualmente pur di non perdere clienti, ma non è una soluzione sostenibile nel tempo. Assopetroli-Assoenergia ha scritto al governo chiedendo di aprire un confronto con l'intera filiera distributiva per trovare soluzioni che estendano i benefici del price cap anche a chi oggi ne resta escluso — autotrasportatori, industria, agricoltura, pesca e distribuzione indipendente compresi.

La questione non riguarda solo i distributori. Se il tetto resta limitato alle reti delle grandi compagnie, il 41% delle vendite complessive di carburanti che transita dal canale extra-rete — dove si riforniscono imprese e autotrasportatori — continua a essere esposto ai prezzi di mercato senza alcun beneficio dalla calmierazione. Per questa ragione gli autotrasportatori siciliani hanno già annunciato cinque giorni di fermo a metà ottobre, e i sindacati dei tassisti si dicono pronti allo sciopero.

Quanto pesa sull'autunno

Le proiezioni di Facile.it per ottobre sono chiare: con i prezzi aggiornati al 29 settembre e a parità di consumi, gli italiani potrebbero spendere in carburante il 36% in più rispetto all'ottobre 2025, con un aggravio complessivo vicino a 1,6 miliardi di euro. Il price cap di Eni e Ip potrebbe far risparmiare oltre 100 milioni di euro, ma solo se altri marchi aderissero la cifra potrebbe ridursi in modo più significativo. La misura è positiva, ma parziale: un cerotto su una ferita che, almeno finché dura l'instabilità geopolitica, continua a sanguinare.

per commentare devi effettuare il login con il tuo account