Non è un quadro roseo quello che emerge dall’indagine “La condizione femminile nell’architettura italiana”. Il primo dato significativo, infatti, registra una retribuzione delle iscritte al Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (Cnappc) arretrata rispetto ai colleghi, sia nel lavoro dipendente che in quello autonomo. Le donne che si collocano nella fascia più alta (oltre 60mila euro) sono solo il 2,4% mentre per gli uomini si raggiunge oltre il 6%. La situazione è ben più grave nel comparto del lavoro autonomo: qui le donne che raggiungono la fascia più alta di reddito sono appena il 7,6%, mentre gli uomini sono poco meno del 20%. Ci sono poi difformità di trattamento legate a mansioni e discriminazioni contrattuali. Nel complesso, dal questionario emerge come le difficoltà affrontate dalle donne siano di natura contributiva, contrattuale e mansionaria.
Il tema delle pari opportunità nell’ambito della professione – che vede 154.117 iscritti all’Albo Unico, dei quali 70.473 donne e 83.644 uomini – è stato approfondito dal Cnappc tramite l’istituto di ricerca Format Research srl attraverso la redazione e l’invio nel 2025 a tutti gli Ordini territoriali di un apposito questionario. I dati sono stati incrociati con quelli dell’Istat, del Ministero dell’Università e della Ricerca, di Almalaurea e di Inarcassa. La rilevazione è stata effettuata su un campione di 2.832 iscritti, donne e uomini, suddivisi per area geografica nord-ovest, nord-est, centro, sud e isole, delle classi di età 18-30 anni, 31-40 anni, 41-50 anni, 51-60 anni, 61-70, oltre 71.
I dati sulla retribuzione
Per quanto riguarda nel dettaglio la retribuzione delle iscritte al Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, nel lavoro dipendente le donne che si collocano nella fascia più alta (oltre 60mila euro) sono solo il 2,4% mentre per gli uomini si raggiunge oltre il 6%.
Nel comparto del lavoro autonomo, le donne che raggiungono la fascia più alta di reddito sono appena il 7,6%, mentre gli uomini poco meno del 20%. Anche nei redditi più bassi le donne sono maggiormente svantaggiate. Si posizionano nelle fasce di reddito più basse il 18,2% delle iscritte autonome intervistate, mentre nella stessa fascia gli uomini sono solo il 14,9%.
I dati sulle discriminazioni
Secondo quanto emerso dall’indagine, poi, nel lavoro dipendente la percentuale di donne che affermano di aver subito discriminazioni si attesta al 68,4%, contro il 37,1 % degli uomini. E nel lavoro autonomo si registra un vero e proprio balzo: 78% per le donne contro solo il 28% tra gli uomini. Sempre per quanto riguarda il lavoro dipendente, per quanto riguarda la tipologia di discriminazioni, quella di percepire una retribuzione inferiore rispetto ai colleghi raggiunge il 46,8% del campione. Non mancano difformità di trattamento legate a mansioni, inferiori o inappropriate rispetto a inquadramento contrattuale e qualifica, e forme di discriminazione come mobbing e mancato accesso a congedi e permessi dei quali si ha diritto.
Per quanto riguarda il lavoro autonomo, la principale discriminazione percepita è quella retributiva insieme al mancato riconoscimento, o alla diversità di trattamento – nel 41,26% dei casi – delle donne rispetto agli altri professionisti del settore.
Non ci sono differenze tra lavoro dipendente e quello autonomo sui motivi della discriminazione subita: sono l’85% del campione nel lavoro autonomo a percepire di essere penalizzate in base al loro genere e il 78, 9% delle professioniste dipendenti.
Crusi: “La questione di genere è innanzitutto una tema culturale che richiede uno sforzo collettivo e capillare”
Il presidente del Cnappc, Massimo Crusi, ha sottolineato: “La questione di genere è innanzitutto una tema culturale che, al di là dei passi avanti raggiuti nel contesto istituzionale e in quello della politica, richiede uno sforzo collettivo e capillare che passa attraverso l’educazione e la prevenzione. L’azione del Cnappc in questi anni è stata quella di monitorare le disuguaglianze e mettere in atto azioni per il superamento dei gap esistenti. Va sottolineato che il preambolo del nuovo Codice deontologico degli Architetti Ppc, in vigore dal 2024, oltre a riconosce l’importanza della parità di genere nell’ambito dell’architettura, impegna il professionista a promuovere un ambiente di lavoro inclusivo e rispettoso, in cui uomini e donne abbiano le stesse opportunità di crescita e di realizzazione professionale, a combattere ogni forma di discriminazione di genere e a promuovere la diversità come valore aggiunto”.
Ferrari: “Serve il superamento dei pregiudizi che ostacolano il riconoscimento del merito e un riequilibrio dei carichi familiari”
Alessandra Ferrari, vice presidente del Cnappc e responsabile del Dipartimento Cultura, ha aggiunto: “Serve il superamento dei pregiudizi che ostacolano il pieno riconoscimento del merito e un riequilibrio dei carichi familiari che va affrontata dal punto di vista culturale e normativo. Il tema delle pari opportunità è infine una questione di diritto alla rappresentanza che assume una dimensione prevalentemente regolamentare. La modifica al regolamento elettorale degli Ordini territoriali degli Architetti Ppc ha garantito questo diritto innalzando il numero dei Consiglieri in relazione alla presenza femminile delle iscritte all’Albo. Questa ricerca intende offrire uno strumento per approcciare in modo concreto il tema delle pari opportunità nella nostra professione, nella quale la presenza delle donne è molto diversificata, e, allo stesso tempo, vuole essere un tassello per affrontare un tema sul quale si misura la maturazione civile e culturale del nostro Paese”.
Gli studi, il tasso di occupazione e il reddito medio
Il questionario ha evidenziato come le difficoltà affrontate dalle donne siano di natura contributiva, contrattuale e mansionaria. Questo nonostante i dati del Mur rilevino un sensibile aumento delle donne iscritte ai corsi di laurea in Architettura che ad oggi rappresentano il 53,9% del totale dei nuovi iscritti, mentre gli uomini sono il 46,1%.
Gli ultimi dati di Almalaurea, poi, hanno mostrato che le studentesse conseguono risultati importanti anche nelle performance educative. Raggiungono posizioni migliori rispetto agli universitari di sesso maschile con un’età alla laurea più bassa (26,1 anni contro 26,8), una maggiore percentuale di laureati in corso (39,9% rispetto il 36,8%) e una maggiore frequenza alle lezioni universitarie (la percentuale di ragazze che frequentano oltre il 75% delle lezioni si attesta al 86,2% mentre nei ragazzi si ferma all’83,6%). Si laureano inoltre con voto di laurea più alto e con una media voto agli esami migliore dei loro compagni maschili. Possono vantare infine maggiori esperienze di studio internazionali.
Questo però sembra non essere sufficiente. Nonostante le migliori performance e una maggiore elasticità ad approcciarsi nel mondo del lavoro, infatti, il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo è significativamente più basso per le donne rispetto agli uomini, per qualsiasi tipologia di titolo conseguito nell’ambito dell’architettura. Complessivamente il gap è di oltre 3 punti percentuali: 64,5% delle studentesse contro il 67,9% degli studenti.
A parità di professione, poi, le donne registrano un reddito medio nettamente inferiore rispetto ai colleghi uomini. Secondo i dati Inarcassa, mediamente una professionista guadagna 24.421 euro, il 26% in meno rispetto a un suo collega uomo. Nelle regioni settentrionali, sia del Nord-Ovest che del Nord-Est, i livelli reddituali medi si avvicinano ai 40.000 euro, mentre il Sud e le Isole registrano livelli reddituali nettamente inferiori: il Sud si ferma a 25.079 euro, mentre le Isole dichiarano un reddito medio pari a 26.736 euro. In ogni macroarea, oltre alla disparità territoriale i redditi medi delle donne si posizionano a livelli più bassi rispetto a quelli dei colleghi uomini. Per esempio, un architetto uomo, al Sud Italia, dichiara mediamente un reddito di 29.375 euro, una donna, invece, con la stessa qualifica professionale, ne dichiara 17.606 euro.
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