Gli italiani risparmiano, ma hanno paura. È questa la sintesi dell'Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, condotta da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente e presentata a Milano il 15 settembre 2026. Un'edizione che restituisce il ritratto di un Paese in cui la propensione al risparmio regge — il 56% degli intervistati è riuscito ad accantonare qualcosa nell'ultimo anno, con una quota media dell'11,9% del reddito — ma in cui l'avversione al rischio ha raggiunto livelli record, la fiducia nel futuro è ai minimi e il rapporto con la tecnologia finanziaria rimane profondamente ambivalente.
L'avversione al rischio tocca il massimo storico
Il dato più sorprendente dell'indagine riguarda il cosiddetto ratio di avversione al rischio, misurato dal rapporto tra chi dichiara di non essere disposto a correre rischi negli investimenti finanziari e chi invece lo è. Nel 2026 questo indicatore raggiunge quota 33,6 — il valore più alto mai registrato nella serie storica — contro 20,5 del 2025 e 8,1 del 2017. In meno di dieci anni, il numero di italiani avversi al rischio per ogni investitore disponibile ad assumerlo si è più che quadruplicato.
Ma il paradosso più acuto riguarda i giovani. La teoria economica del ciclo di vita prevederebbe che i più giovani, avendo davanti a sé un orizzonte temporale lungo, siano i più propensi a investire in strumenti rischiosi. La realtà è esattamente l'opposto: i 18-24enni registrano un ratio di avversione al rischio pari a 84 — 84 contrari per ogni favorevole — il valore più elevato in assoluto tra tutte le categorie. Sono la generazione degli "scarring" multipli: la pandemia, il trauma inflazionistico, le crisi geopolitiche si sono sovrapposti negli anni della loro formazione, lasciando cicatrici profonde. Sono informati, ma non riescono a tradurre il sapere in fiducia. Le donne mostrano un'avversione al rischio significativamente più pronunciata degli uomini — 41,9 contro 27,6 — mentre i valori di picco appartengono ai disoccupati (113,9) e ai meno istruiti (111,4).
Si risparmia per precauzione, non per investire
La motivazione che guida il risparmio degli italiani resta prevalentemente difensiva: il 40% accantona denaro per precauzione, il 19% in vista della pensione, il 19% per l'acquisto di una casa e l'11% per i figli. Solo il 6% dichiara di risparmiare con l'obiettivo esplicito di investire — una quota in crescita rispetto agli anni precedenti e superiore ai livelli pre-pandemici, ma ancora minoritaria. Il risparmio è percepito come indispensabile dal 28% del campione, un livello vicino ai massimi storici.
Sul fronte delle aspettative, il quadro è cupo. Solo il 34% si attende un reddito sufficiente nei prossimi dieci anni. E per la prima volta il pessimismo sul contesto nazionale eguaglia quello geopolitico: una percezione che non trova riscontro nelle condizioni reali dell'economia italiana, segnalando come il clima internazionale abbia influenzato anche emotivamente il giudizio interno.
Obbligazioni, azioni e fondi: comprano più dei venditori, ma le barriere restano alte
Nonostante la volatilità dei mercati, nel 2026 chi dichiara di aver acquistato obbligazioni, azioni e fondi negli ultimi dodici mesi supera chi li ha venduti. Le obbligazioni interessano il 23,5% degli intervistati, con un rapporto acquirenti-venditori pari a 2 a 1 e un ratio di soddisfazione di quasi 5 soddisfatti per ogni insoddisfatto. Eppure la cicatrice del 2022 non è del tutto rimarginata: il 43% teme ancora la perdita in caso di vendita anticipata e il 40% non si sente protetto dall'inflazione.
Le azioni mostrano il divario più ampio tra conoscenza e partecipazione: le conosce il 45% degli intervistati, ma solo il 7,8% le ha detenute negli ultimi cinque anni. Per chi vi investe l'esperienza è eccellente — il ratio di soddisfazione è 8,5, quasi il doppio delle obbligazioni — ma le barriere all'ingresso restano altissime: il 78,5% teme la perdita del capitale e il 60,9% lamenta la mancanza di esperienza.
Il primato della soddisfazione appartiene al risparmio gestito, che registra il ratio più alto in assoluto, pari a 12,5, con quasi cinque sottoscrizioni per ogni riscatto. Un dato che convive però con un ritardo strutturale dell'Italia rispetto al resto d'Europa: nei principali paesi europei i fondi assorbono il 40-50% della ricchezza finanziaria, mentre in Italia la quota rimane ben al di sotto.
Un elemento trasversale che preoccupa è la scarsa diversificazione dei portafogli: quasi il 72% di chi investe detiene portafogli scarsamente o per nulla diversificati. A questo si aggiunge un'alfabetizzazione finanziaria fragile: solo il 36% degli intervistati sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.
La casa vale ancora due terzi del patrimonio familiare
Il mattone resta il pilastro della ricchezza degli italiani. Il patrimonio immobiliare pesa per due terzi del patrimonio medio complessivo, stimato in circa 320.000 euro, e il 79% degli intervistati vive in un'abitazione di proprietà. Nel 2025 le compravendite hanno raggiunto circa 767.000 unità, il 97,5% dei livelli pre-2008. Eppure qualcosa sta cambiando, lentamente ma in modo misurabile: il 66% del campione considera ancora l'immobile un investimento sicuro, ma la percentuale è in calo per il secondo anno consecutivo, dal 72,6% del 2024 al 67,5% del 2025 fino al dato attuale.
Si afferma una visione duale della casa: non solo patrimonio da trasferire ai figli — funzione che prosegue un graduale ridimensionamento avviato nel 2021 — ma anche strumento di protezione lungo il ciclo della vita. Il 23,5% del campione apprezza la possibilità di usare l'immobile per integrare il reddito in età anziana. Convertito in rendita vitalizia, il patrimonio immobiliare medio garantirebbe a 65 anni circa 12.140 euro l'anno, con un tasso di sostituzione vicino al 29% del reddito da lavoro mediano.
Previdenza complementare: solo uno su cinque aderisce
La previdenza integrativa stenta a decollare: vi aderisce il 22% degli intervistati, con oltre due terzi degli aderenti che conferiscono il solo TFR — di fatto un risparmio già obbligato — e il 68,7% che ignora i vantaggi fiscali della contribuzione volontaria. Il vincolo di liquidità resta l'ostacolo principale: quasi il 30% di chi non aderisce motiva la scelta con la mancanza di risorse disponibili. Sul fronte assicurativo, le polizze vita coprono il 26,7% del campione, le sanitarie il 16,9% e le long-term care appena il 13,9%: la domanda potenziale esiste, ma l'assicurazione non è ancora percepita come strumento essenziale di protezione patrimoniale.
La tecnologia finanziaria: benvenuta se aiuta, rifiutata se decide
Il focus tematico dell'edizione 2026 è dedicato al rapporto tra risparmiatori e tecnologia, e il quadro che emerge è quello di un Paese profondamente polarizzato. Il 28,2% degli intervistati non utilizza internet, mentre il 27,9% lo impiega in modo pienamente integrato in tutte le attività: a separare i due gruppi sono soprattutto età, istruzione e reddito. Eppure quando si passa alla gestione concreta del denaro, la filiale bancaria conserva un primato netto: il 58,1% opera prevalentemente allo sportello, il 26,5% in un modello misto e solo il 12,8% gestisce il proprio denaro via app mobile.
La fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto e uno solo dichiara di fidarsi molto. La preoccupazione dominante è la sicurezza: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono citati dal 76,5% del campione, e un quarto degli intervistati ha già avuto esperienze dirette o indirette di truffe online.
Le funzionalità più apprezzate sono quelle che rafforzano il controllo: in testa le notifiche di spesa in tempo reale — gradite da circa il 52% — e l'analisi predittiva basata sull'intelligenza artificiale al 36%. Ma la resistenza cresce in modo deciso quando la tecnologia riduce il ruolo attivo dell'utente: gli assistenti vocali sono giudicati troppo rischiosi da oltre il 60% degli intervistati, mentre i sistemi completamente automatizzati basati sull'IA incontrano l'opposizione dell'87%. L'innovazione è benvenuta quando rafforza controllo, trasparenza e semplicità; viene respinta quando implica delega decisionale.
Gli strumenti più innovativi restano ai margini: le criptovalute sono usate come investimento da meno del 2% del campione e l'88% non le conosce o non vi è interessato. Il trading online è una nicchia per meno del 4%. La scoperta di nuovi strumenti finanziari passa ancora dal consulente in filiale per il 69% degli intervistati, mentre social media e influencer esercitano un'influenza marginale. Il futuro della finanza digitale italiana, conclude la ricerca, dipenderà non solo dall'avanzamento tecnologico ma dalla capacità delle istituzioni di costruire fiducia, semplificare l'esperienza e accompagnare i cittadini: sicurezza, chiarezza e inclusione sono le condizioni perché l'innovazione venga percepita come un reale miglioramento e non come un rischio aggiuntivo.







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