Crema solare vietata in spiaggia? Dove succede e cosa usare in alternativa

Diverse mete turistiche limitano i solari tradizionali per proteggere i coralli. Ecco dove, perché e quali alternative considerare prima di partire.
crema solare spiaggia
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Si pensa alla crema solare come a un alleato imprescindibile in valigia, ma in alcune spiagge non è più così scontato poterla usare. In diverse destinazioni molto frequentate la crema solare è stata vietata in spiaggia, soprattutto quando contiene filtri chimici ritenuti dannosi per gli ecosistemi marini. Il fenomeno è in crescita e sta cambiando le abitudini dei viaggiatori, perché in alcune aree si dovrebbe optare per prodotti specifici per entrare in acqua. Alla base dei divieti c’è un tema ambientale sempre più studiato: alcune sostanze dei filtri UV possono accumularsi nei mari e interferire con la salute della barriera corallina. 

Dove i solari tradizionali sono limitati

In diverse destinazioni note al turismo balneare sono stati introdotti divieti totali o parziali per alcuni solari, oppure raccomandazioni stringenti. Rientrano tra gli esempi citati spesso le Hawaii e Palau, insieme alle Isole Vergini americane, Aruba e Bonaire nei Caraibi. Anche in Thailandia e in Costa Rica si segnalano misure su ingredienti specifici. Nei parchi marini del Messico, in particolare, l’accesso all’acqua è consentito solo con prodotti dichiarati “reef safe”, cioè formulati per ridurre l’impatto sulla barriera corallina. 

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Perché alcuni ingredienti sono sotto accusa

Ogni anno finisce in mare una quantità significativa di crema solare, trasportata dai bagnanti e dal risciacquo in acqua. Secondo diverse ricerche, alcuni filtri UV di uso comune possono accumularsi nell’acqua e sui fondali, alterando processi delicati degli ecosistemi marini. Tra le sostanze più contestate compaiono ossibenzone, octinoxato e octocrilene, presenti in migliaia di cosmetici. 

Gli studi hanno evidenziato possibili effetti negativi su coralli e loro larve, ma anche su altre forme di vita acquatica, con ripercussioni che possono propagarsi lungo la catena ecologica. A preoccupare è soprattutto il possibile contributo a fenomeni come lo sbiancamento delle barriere, già messa a dura prova da fattori più ampi come il riscaldamento degli oceani.

Regole diverse a seconda della destinazione

Non ovunque le restrizioni si applicano allo stesso modo. In alcune mete viene proibita la vendita di prodotti che contengono determinati ingredienti; altrove si vieta l’uso dei solari convenzionali dentro le aree protette o nei parchi marini. In molti siti naturali si preferisce puntare su campagne informative che consigliano l’uso di alternative meno impattanti, invitando a scelte più consapevoli senza imporre sanzioni. 

Le alternative consigliate: non solo creme

Le alternative ci sono e sono sempre più diffuse. La soluzione indicata più spesso è l’uso di creme minerali a base di ossido di zinco o biossido di titanio, formulate per restare in superficie e risultare meno impattanti sugli organismi marini. In molti parchi e spiagge vengono inoltre suggeriti prodotti certificati biodegradabili o etichettati come “reef safe”, laddove riconosciuti dalle autorità locali. 

A queste scelte si affiancano soluzioni non cosmetiche: indumenti protettivi anti-UV, cappelli a tesa larga e barriere fisiche aiutano a ridurre l’esposizione diretta, soprattutto nelle ore centrali della giornata. 

Cosa cambia per chi viaggia verso il mare

Le restrizioni non significano dover rinunciare alla protezione solare, ma adattarla al contesto. In molte destinazioni l’accesso all’acqua è consentito solo con prodotti conformi alle regole locali, come accade nei parchi marini del Messico con i solari certificati “reef safe”. 

In altre, la limitazione si applica soltanto a ingredienti specifici o a perimetri ben definiti (per esempio, barriere coralline e calette protette). Pianificare in anticipo permette di evitare acquisti d’emergenza in loco e di ridurre il rischio di non poter utilizzare il proprio prodotto in spiaggia.

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