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I murales di Tor Marancia, un museo condominiale nella periferia di Roma

22 murales che creano un vero e proprio percorso espositivo che, dal 2015 a oggi, continua a raccogliere consensi

Autori: Flavio Di Stefano, luis manzano

Nella zona sud di Roma, tra la Garbatella e l'Eur, c’è Tor Marancia. Proprio in questa borgata, nel 2015, alcuni street artist di fama internazionale si sono radunati per dare forma a un vero e proprio museo condominiale, colorando con 22 murales le facciate dei palazzi del comprensorio. idealista/news ha intervistato Stefano Antonelli, curatore d’arte e responsabile del progetto.

Big City Life, questo il nome del progetto, ha partecipato anche alla 15ª edizione della Biennale di Venezia come progetto per la riqualificazione urbana, sociale e culturale. È proprio questo l’intento con cui è nato il museo condominiale di Tor Marancia. Come sottolinea lo stesso Stefano Antonelli, fondatore e direttore di 999Contemporary, è un tentativo di rispondere alla fatidica domanda: “L’arte può cambiare la vita reale delle persone?”.

Alle radici del progetto

Per fare di Tor Marancia un punto di riferimento, Antonelli è partito anche da esperienze precedenti: “Il progetto nasce dopo una riflessione fondamentalmente riguardo un'attività fatta su via Ostiense, dove ho curato la realizzazione di una serie di opere nel quadrante da Ostiense a San Paolo. Queste opere - continua il fondatore di 999Contemponary - dovevano in qualche modo cambiare qualcosa nel tessuto urbano, ci aspettavamo che nascessero delle associazioni o un comitato di residenti che si occupasse delle opere che provasse a mettere insieme il tutto per creare una sorta di museo diffuso”.

E invece, dopo l’entusiasmo iniziale generato dalle opere, si è verificata una sorta di dispersione, senza che si generasse una comunità, per questo Antonelli ha iniziato a cercare una configurazione diversa: “Mi sono accorto che nell'attività svolta su Ostiense le opere erano collocate fondamentalmente dagli artisti. Non tutti le superfici erano disponibili, bisognava negoziare con le proprietà del Comune e quindi alcune cose erano oggetto di negoziazione e non di scelta diretta. Questo genera formati diversi, dimensioni diverse e soprattutto argomenti diversi”. Da questa riflessione, infatti, è nata di inserire le opere sui muri di un comprensorio.

Il museo condominiale

Da qui l’idea di portare la street art a Tor Marancia che, per la sua conformazione, si prestava perfettamente alle esigenze del progetto Big City Life. “I comprensori sono un modello di architettura nato in Italia all'inizio del Novecento e sviluppato nel dopoguerra e, in particolare, a seguito della legge sulle periferie di De Gasperi per risistemare le periferie. Qui c'era un insediamento e poco più, con case tirate su rapidamente da Mussolini quando fu spostata parte della popolazione Borgo per costruire via della Conciliazione”.

Il comprensorio di Tor Marancia che ospita i murales è una struttura che risale al 1947, pensata anche per ospitare persone che abbandonavano i paesi per arrivare a Roma. “Per questo – spiega Antonelli - c'è una piazzetta e una sorta di corte, sembra di essere un piccolo paesino o in un piccolo villaggio. Ci troviamo nella condizione di avere un dentro che però è anche un fuori e questo creava una sorta di perimetro immaginario entro il quale comprendere le opere”.

Ed è vero, perché quando si entra dal numero 63 di viale Tor Marancia, si ha veramente la sensazione di entrare in un museo. Fuori, come a fare da richiamo, ci sono tre opere dal forte impatto. Una volta entrati, però, si ha la sensazione di passeggiare tra i corridoi di un allestimento, tanto che “osservando i visitatori che vengono qui, ci siamo accorti che guardano le opere fermi e con le mani dietro la schiena, come accade nei musei”. Ma non è l’unico risultato ottenuto grazie a questo “allestimento”.

"L'idea di avere un dentro e un fuori è stata sviluppata perché abbiamo scoperto che le immagini che sono fuori, che danno direttamente su strada, sono di tutti ma anche di nessuno. Qui, dopo quasi quattro anni, qualche scaglia di vernice è venuta via, i residenti mi hanno subito chiamato e si sono preoccupati dello stato della condizione delle opere”.

L’obiettivo di creare una “comunità” a difesa delle opere è stato raggiunto. Stefano Antonelli, infatti, non è percepito solamente come il curatore del progetto. Tutti gli abitanti del comprensorio che lo vedono si fermano per salutarlo, tanto che spesso lo interrompono mentre stiamo registrando, “Ste’, dopo fermate un attimo che te devo parla’ de una cosa”, gli dice una signora con le buse della spesa in mano.

A tutti gli effetti fa parte della comunità, “sono venuto a controllare”, dice ridendo mentre saluta un gruppetto di residenti fermi a parlottare seduti su un muretto. E un attimo dopo raccoglie un paio di bottiglie vuote e le butta nell’immondizia. Non solo è riuscito a creare una comunità attorno ai murales, ma è stato accolto all’interno della stessa.

I murales di Tor Marancia

“Qui ci sono esposte opere di artisti che erano già famosi all’epoca in cui sono stati dipinti i murales, ma che in questi anni esplosi come si suol dire. Penso a Villas, un artista portoghese, ma anche a Jerico che all’epoca aveva 19 anni ed era totalmente sconosciuto al grande pubblico”.

E così dopo aver scelto e contattato gli artisti è partita la macchina organizzativa, ma come? “Ho chiesto loro di preparare tre bozzetti per ogni facciata da sottoporre ai residenti che abitavano nel palazzo che avrebbe ospitato l’opera – spiega Antonelli - le quattro famiglie di ogni palazzo ne avrebbero scelta una, dopo aver visionato il bozzetto orientativo, l'artista sarebbe fisicamente venuto qui per ambientarsi un po’ e conoscere i residenti. E, comportandosi da comunità vera e propria, avrebbero rinegoziato i contenuti con chi abitava quegli stessi palazzi”.

Alcuni artisti hanno totalmente cambiato il bozzetto, altri lo hanno integrato, altri invece hanno proseguito sulla strada che avevano immaginato. Per realizzare queste opere il tempo medio è di tre o quattro giorni, “quindi avevamo anche vari cantieri aperti tre quattro artisti allo stesso tempo, in un posto così è stata una festa durata circa cinquanta giorni in un comprensorio che era immobile dal ‘47”.

Alcuni dei murales di Tor Marancia parlano davvero dei residenti del comprensorio. Il caso più esplicito è quello di Elisabetta, la cui mano ha fatto da modello per il murales di Philippe Baudelocque. In quella mano c’è tutta la storia della vita di Elisabetta, traslata su un muro dopo averla raccontata all’artista. Un vero e proprio omaggio, fatto senza sapere che di lì a pochi anni di distanza quella sarebbe stata l’unica memoria su cui avrebbe potuto contare Elisabetta, che oggi è affetta da Alzheimer.

Oppure c’è il caso dell’opera di Lek & Sowat, che hanno dipinto su una facciata la scritta “Veni, vidi, Vinci”. Originariamente doveva essere un omaggio dichiarato a Leonardo da Vinci, fatto da due artisti stranieri in Italia. Poi però è diventato un incitamento per Andrea, un ragazzo disabile che viveva, senza ascensore, in quello stesso edificio. Oggi, in quel palazzo, è stato montato un ascensore esterno.