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Il piano industriale di Unicredit o il più grande aumento di capitale della storia italiana

Autore: Alfredo Ranavolo (collaboratore di idealista news)

C'erano una volta le reazioni negative dei mercati agli aumenti di capitale, che gli operatori leggevano come cartina al tornasole di una difficoltà e gli azionisti difficilmente apprezzavano, dovendo tirar fuori soldi o accettare di veder diluita la propria quota all'interno della compagine. Ma era il mondo pre-crisi e ben lo dimostra il risultato di martedì in Borsa di Unicredit, i cui titoli sono saliti del 15,92% (inevitabile qualche realizzo in avvio di seduta mercoledì) dopo l'annuncio del piano che comporta un incremento del patrimonio monstre da 13 miliardi, da lanciare nel primo trimestre del 2017.

Ricapitalizzazione Unicredit

La ricapitalizzazione, che dovrà essere approvata da un’assemblea straordinaria il prossimo 12 gennaio a Roma, è garantita da un consorzio formato da una serie di banche con le quali è stata siglata una pre-garanzia per la sottoscrizione dell’eventuale inoptato.

Più coerente con la “tradizione” che la reazione dei mercati sia stata anche alla parte del piano che prevede 6.500 nuovi esuberi (che portano a oltre 14.000 il totale, con quelli già annunciati nei precedenti piani), 3.900 dei quali riguarderanno posti di lavoro in Italia. Ciò che, inevitabilmente, desta le maggiori preoccupazioni dei sindacati. “Abbiamo assistito in un recente passato ad altre ristrutturazioni – si legge in una nota del segretario generale di Unisin, Emilio Contrasto – e condiviso soluzioni per la salvaguardia dei livelli occupazionali e per una banca vicina alle esigenze delle famiglie e delle imprese ed i risultati evidentemente non sono stati soddisfacenti nonostante i sacrifici dei lavoratori e la disponibilità al confronto del sindacato, pertanto, seguiremo con attenzione le fasi di questo ennesimo piano industriale affinché i lavoratori, ancora una volta, non siano ulteriormente penalizzati”.

L'amministratore delegato Jean Pierre Mustier, che ha tagliato anche il suo stipendio (del 40% a 1,2 milioni di euro la parte fissa, inoltre non percepirà bonus fino al 2019, né buonuscite se dovesse lasciare prima la guida dell'istituto di piazza Gae Aulenti), procede spedito: dopo le cessioni di Pekao e Pioneer Mustier, ha presentato a Londra il piano denominato Transform, definendolo “pragmatico basato su presupposti prudenti, con obiettivi concreti e raggiungibili”. La campagna trasferimenti è da considerare chiusa: Fineco resta “in organico”, mentre non sono previste fusioni o acquisizioni. Mustier Ha definito il piano “ragionevole per una grande banca paneuropea”.

Il “dimagrimento” prevede per Unicredit risparmi annui ricorrenti netti per 1,7 miliardi di euro dal 2019 e un rapporto costi/ricavi del gruppo inferiore al 52% dal 2019. E di migliorare la redditività con Rote (return on tangible equity) superiore al 9% dal 2019. Per il 2016 nessuna cedola agli azionisti, per gli anni successivi è prevista una politica di distribuzione dei dividendi cash tra il 20 e il 50 per cento dell'utile, il cui valore obiettivo è fissato a 4,7 miliardi di euro.

Nell'ottica dell'ottimizzazione delle disponibilità, il piano prevede anche, nel trimestre in corso, una svalutazione di asset e crediti per 12,2 miliardi (incluse rettifiche sui crediti per 8,1 miliardi e costi di ristrutturazione per 1,7 miliardi). Contestualmente verrà avviata una cartolarizzazione di 17,7 miliardi di sofferenze che verranno cedute nel corso del piano. Non è escluso il ricorso a garanzie dello Stato.