Prosegue il confronto tra governo e sindacati sulle pensioni. Si parla adesso di un nuovo meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita, a cui agganciare l’età di pensione, a partire dal 2021, che consideri la media biennale, confrontata con il biennio precedente, da cui ricavare lo scostamento. Un meccanismo che considererebbe anche gli eventuali cali della speranza di vita.
Si tratta della proposta del governo ai sindacati. All’orizzonte, dunque, non si prefigura alcun rinvio della decisione amministrativa per rendere operativo l’adeguamento a 67 anni, a partire dal 1° gennaio 2019, dei requisiti di pensionamento all’aspettativa di vita certificata dall’Istat, al di là delle 15 categorie di lavori gravosi.
L’idea del governo è quella di calcolare, a partire dal 2021, l’aspettativa di vita considerando la media del biennio 2018-2019 confrontata con la media del biennio precedente; l’eventuale aumento sarebbe portato sul biennio 2021-2022.
Nel caso, invece, in cui il risultato fosse negativo, questo sarebbe scalato nella verifica per il biennio successivo (2023-2024). Questo significa che, anche in caso di riduzione dell’aspettativa di vita, non ci sarebbe mai un calo dell’età pensionabile ma solo uno stop e l’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita continuerebbe a scattare ogni due anni.
Per i sindacati si tratta di una proposta che segna un’apertura da parte del governo, ma hanno ribadito il loro no alla proposta sulle categorie da escludere dall’incremento dell’età pensionabile nel 2019. Per quanto riguarda le categorie da escludere dall’aumento a 67 anni dell’età di pensione a partire dal 2019, la proposta del governo riguarda 15 categorie di lavori gravosi: le 11 già fissate dall’Ape social e altre 4 (agricoli, siderurgici, marittimi e pescatori). Si tratta di una platea di 15-20mila persone, per circa il 10% dei pensionamenti stimati per il 2019.



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