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Proptech in Italia: un osservatorio monitora le migliori start-up

proptech
Nasce l'osservatorio sulle proptech di Sigest / Gtres
Autore: floriana liuni

Sigest è alla ricerca di applicazioni digitali innovative per evolvere i propri servizi. Nasce per questo l’Osservatorio permanente sulle proptech: idealista/news ne ha parlato con Mario Conti, Head of Advisory di Sigest.

Perché “proptech” non resti solo una parola vuota di significato ma sia sinonimo di concrete soluzioni tecnologiche da applicare ai servizi immobiliari, Sigest ha dato vita all’Osservatorio permanente sulle proptech, una nuova divisione del Centro Studi composta da un trasversale team di professionisti, che collaborano con i più importanti centri di ricerca allo scopo di monitorare le start up digitali del settore.

Come nasce l’idea di un osservatorio permanente sul proptech?

Dopo esserci interfacciati con player internazionali ci siamo accorti che quella del proptech è una corrente importante di novità. Derivato dal fintech, ovvero l’applicazione della tecnologia ai servizi finanziari, il fenomeno si è esteso anche al real estate e ai suoi servizi dalle costruzioni alla gestione alla consulenza. Soprattutto sui mercati anglosassoni tutto ciò è già realtà da tempo, mentre in Italia siamo ancora agli albori.

Qual è la situazione che l’osservatorio sul proptech ha rilevato finora?

L’osservatorio sul proptech di Sigest utilizza risorse da vari rami d’azienda e monitora lo stato di sviluppo del settore sia in Italia che all’estero. Quello che abbiamo appurato è che, in particolare a Londra e Parigi, la tecnologia è già molto avanti e la reportistica a disposizione degli investitori per elaborare nuove soluzioni e per migliorare i servizi immobiliari è già molto specifica ed efficiente da diverso tempo.  Inoltre, abbiamo notato una grande disponibilità di capitali, soprattutto americani e britannici, che sarebbero pronti a investire massicciamente in soluzioni di proptech (anche verso l’Italia). Quelle che mancano sono idee realmente innovative e start up veramente promettenti a medio e lungo termine. Si trovano invece piccoli, anche validi, sviluppi di servizi da integrare alla filiera del facility management, ma senza alcun approccio olistico al settore, nulla che possa rappresentare per ora una rivoluzione in questo settore relativamente nuovo.

Di quali idee è in cerca Sigest con il suo osservatorio?

Sigest tiene contatti periodici ed è in collaborazione con il Politecnico di Milano che da tempo sta monitorando le start up sul territorio italiano per studiare i loro business model. Lo facciamo per due motivi: da una parte vorremmo essere tra i primi a concepire un sistema che integri compiutamente le attività automatiche del nostro settore sfruttando la tecnologia. Naturalmente non crediamo di sostituire con la tecnologia la componente umana, che sarà sempre determinante, ma ci aspettiamo che alcune attività, soprattutto per quanto riguarda la raccolta e l’elaborazione di dati, possano essere efficientemente automatizzate in un processo virtuoso e integrato per permettere ai decision maker di fare scelte quanto più possibile informate e consapevoli. D’altro canto cerchiamo start up possibilmente italiane le cui soluzioni possano essere offerte direttamente ai nostri clienti, sia in ottica B2B che B2C.

Qualche esempio di servizi di proptech utili ai clienti?

Ad esempio sensori che possano monitorare la qualità dell’aria per un controllo ambientale o per un controllo anti intrusione, dando valore aggiunto alle abitazioni che commercializziamo. Oppure un servizio di consulenza centrato sull’elaborazione di dati pubblici (messi magari a disposizione del Comune o dall’Agenzia delle Entrate) incrociati per dare un quadro completo ai nostri clienti, offrendo in questo modo un servizio integrato di migliore qualità rispetto a quella dei nostri competitor. Attraverso questo metodo si potrebbe ad esempio dare un rating alle varie zone basandosi sui livelli di servizi offerti (scuole, mezzi pubblici, ristoranti, cinema ecc.) mappando e valutando la presenza di tutte quelle facilities che il cliente desidera quando vuole acquistare la propria casa.

Quali sono le prospettive di sviluppo del proptech?

La tecnologia dell’analisi di dati è basilare per tutto questo e le prospettive sono immense, basta vedere cosa accade oltre oceano. In Usa o in Gran Bretagna è già possibile una reportistica dettagliata con ottime infografiche basate su dati certificati e aggiornati molto spesso. In Italia invece abbiamo un problema di disponibilità di dati buona qualità, poiché non vengono opportunamente raccolti o processati, né a pagamento né gratuitamente. Se anche in Italia sarà disponibile una base di dati completa, il passo per la loro elaborazione ai fini di un migliore servizio di proptech sarà brevissimo, perché algoritmi efficaci sono già disponibili all’estero e non vedo alcun motivo perché non debbano funzionare anche da noi.

Quali sono le fonti da cui reperire i dati utili ai servizi immobiliari?

La disponibilità di dati sia pubblici che privati è molto migliorata negli anni e ho molta fiducia migliorerà ancora. La gran parte di questi dati dovrebbero essere onere e onore del settore pubblico, non necessariamente dello Stato centrale ma anche dei singoli Comuni. Purtroppo però da Comune a Comune possono esserci grosse differenze quanto a capacità di raccolta ed elaborazione dati, dovuta anche alla diversa disponibilità di risorse umane e di budget con cui pagarle, oltre che di approccio mentale e di rapporti con le altre istituzioni. Sulle grandi città non abbiamo grosse difficoltà ma nei piccoli Comuni il processo può essere complicato se non si introducono sistemi di rilevazione ed elaborazione automatica dei dati. Ovviamente i portali immobiliari sono una fonte preziosa di dati ricavati dai desiderata di coloro che cercano casa nelle varie zone d’Italia.

Qual è l’esempio più virtuoso rilevato dall’osservatorio sul proptech?

Tra le realtà migliori che abbiamo studiato finora Londra ci ha colpito sia a livello di esperienza diretta che di comunicazione con gli operatori del settore. Da un lato c’è grande interesse da parte degli anglosassoni per l’Italia e per Milano in particolare e grande aspettativa in termini di capacità di elaborazione e fornitura di dati (che purtroppo non sempre possiamo soddisfare).  D’altra parte siamo stati testimoni del loro modo di operare e ci siamo resi conto che il livello da raggiungere è quello, se si vuole un futuro nel proptech.

Quale può essere un fattore di rischio nell’immobiliare italiano?

Il problema dell’obsolescenza degli immobili e la cultura italiana che non va nella direzione del demolire per ricostruire in chiave moderna potrebbe essere un ostacolo. Il nostro tessuto urbano è ormai datato, a volte nel senso di “antico” e storico (positivo), a volte nel senso di “vecchio” e obsoleto. Il problema è duplice: da un lato le pubbliche amministrazioni sono restie ad un cambio di marcia, per motivi politici o amministrativi; dall’altro la proprietà nel mercato residenziale in Italia è molto frazionata. Se consideriamo ad esempio i condomini residenziali, non è pensabile mettere d’accordo tutti i proprietari per una demolizione del palazzo e una sua ricostruzione. Cosa che un singolo operatore può invece fare più agevolmente.