Piogge torrenziali che mandano in tilt i quartieri in poche ore, seguite da settimane di siccità che prosciugano parchi e rubinetti. È il nuovo paradosso idrico con cui si confrontano le città europee. E se la soluzione non fosse solo scavare condotte più grandi, ma cambiare prospettiva? L'idea della "città spugna" propone proprio questo: trattenere l'acqua dove cade, per usarla quando serve. Un approccio nato in Cina e ora al centro di piani e sperimentazioni anche nel Vecchio Continente.
Pioggia, da minaccia a risorsa: perché ora si parla di "città spugna"
Il concetto di città spugna prende forma nei primi anni 2000 grazie al paesaggista cinese Kongjian Yu, con un'idea semplice: rallentare il deflusso delle piogge usando natura e suolo vivo prima che l'acqua finisca nelle fognature. Laghetti, zone umide e canali vegetati catturano i temporali, riducendo il picco di piena e ricaricando le falde.
La stessa acqua può tornare utile per irrigare aree verdi durante i periodi secchi, mentre alberi e tetti verdi attenuano le ondate di calore raffrescando le strade. In alcuni contesti, suoli sani e umidi possono persino contribuire a contenere il rischio di incendi.
Come funziona una città spugna
Il principio è invertire una logica di progetto durata un secolo, che ha trattato la pioggia come un rifiuto da smaltire in fretta. Il modello sposta il focus su assorbimento, ritenzione e riuso locale: superfici permeabili al posto dell'asfalto, vegetazione al posto del cemento, spazi pubblici che diventano temporaneamente bacini di accumulo quando piove molto. Così si alleggerisce la pressione su fognature e collettori, si riducono gli allagamenti da "bombe d'acqua" e si mette da parte risorsa idrica per i periodi secchi.
Le soluzioni più usate
Integrati in rete, questi elementi trasformano un quartiere in una "infrastruttura grigia-verde" capace di modulare le piogge estreme. Ecco le misure più diffuse nelle città che stanno sperimentando il modello:
- Tetti verdi e pareti vegetate per trattenere e ritardare il deflusso alla fonte.
- Superfici permeabili (pavimentazioni drenanti, ghiaia, prato) al posto dell'asfalto impermeabile.
- Rain gardens e aiuole drenanti per infiltrare l'acqua nel suolo e filtrare gli inquinanti.
- Zone umide, stagni e canali verdi per accumulo, fitodepurazione e biodiversità urbana.
- Piazze-bacino multifunzione che, in caso di nubifragi, diventano vasche di laminazione temporanee.
- Serbatoi interrati e cisterne per riuso non potabile (irrigazione, lavaggi, servizi).
- Opere per la ricarica controllata delle falde, dove le condizioni idrogeologiche lo consentono.
Le prove sul campo in Europa
L'Europa non parte da zero: già tra il 1998 e il 2002 Malmo ha trasformato Augustenborg, quartiere soggetto ad allagamenti, con tetti verdi, zone umide, laghetti di ritenzione e circa sei chilometri di canali. La prova è arrivata con due grandi temporali, nel 2007 e nel 2014: rispetto ad altre aree della città, qui i danni da alluvione sono risultati sensibilmente inferiori, segnale che la rete verde-blu ha retto l'urto. L'intervento non ha solo mitigato il rischio, ma ha anche riqualificato gli spazi aperti e creato nuove connessioni pedonali.
A Rotterdam, la Benthemplein Water Square è diventata un'icona: inaugurata nel 2013, in condizioni normali è una piazza per giocare a basket e sedersi al sole; quando arrivano piogge intense, tre bacini integrati possono trattenere fino a 1,7 milioni di litri d'acqua, con svuotamento controllato a evento concluso. È una micro-sorpresa urbana che mostra come l'adattamento possa generare luoghi di qualità, non solo opere tecniche nascoste.
Copenaghen ha aperto nel 2014 Tasinge Plads, la prima "piazza clima" danese: raccoglie l'acqua dai tetti vicini, la convoglia in serbatoi sotto la pavimentazione e la distribuisce in rain gardens che favoriscono l'infiltrazione nel terreno. Anche qui lo spazio pubblico cambia funzione secondo il meteo, con un disegno paesaggistico che rende leggibile al cittadino il percorso dell'acqua.
Cosa prevede l'UE: dalla Strategia 2025 al nuovo "Sponge Facility"
La Commissione europea, con la Strategia per la Resilienza Idrica 2025, ha indicato la via: moltiplicare gli interventi tipo "città spugna" e accelerare il ripristino di zone umide. In parallelo, è in preparazione una "Sponge Facility" per supportare lo sviluppo di progetti in tutta l'Unione, anche mettendo a sistema buone pratiche e strumenti finanziari. È un cambio di passo che punta a rendere ordinario ciò che oggi è ancora spesso sperimentale, facilitando la replicabilità a scala metropolitana e di quartiere.
Non mancano però gli ostacoli, soprattutto nei centri storici: beni tutelati, strade strette e sottoservizi fitti rendono complessa la retrofit verde. Eppure, come ricordano i tecnici, la difficoltà non giustifica l'inazione: la chiave è colpire nel segno con interventi mirati e progressivi, integrando soluzioni distribuite dove lo spazio lo consente.
Attenzione ai limiti: quando le città spugna non bastano
Nessun sistema urbano può assorbire piogge estreme senza limiti: quando il suolo è saturo e le vasche sono piene, l'acqua in eccesso deve avere percorsi sicuri. Gli eventi che nel 2024 hanno colpito l'area di Valencia hanno mostrato cosa può accadere quando precipitazioni eccezionali superano le difese disponibili, con impatti drammatici su persone e attività. Per questo le misure basate sulla natura vanno integrate con reti fognarie efficienti, grandi invasi e corridoi di sfioro che indirizzino le acque verso aree di minor rischio.








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