Si studia nello stesso Paese, si ottiene lo stesso titolo, ma la busta paga cambia appena si varcano i confini. È quanto emerge dall'ultimo rapporto AlmaLaurea su laurea e occupazione: per i laureati italiani che lavorano all'estero, la differenza retributiva raggiunge il 60% rispetto a chi resta. Il dato colpisce perché non riguarda carriere diverse, ma la stessa qualifica in mercati del lavoro differenti. Il report, basato su oltre 335mila laureati per i percorsi e quasi 700mila per gli esiti occupazionali, fotografa un mercato che assume, ma fatica a trattenere competenze.
- Quanto vale l'estero: retribuzioni fino al +60% a parità di titolo
- Chi parte davvero: percentuali e corsi di laurea più mobili
- Le mete preferite (e cosa significano per le buste paga)
- Occupazione in rialzo, stipendi italiani più lenti
- Perché si parte: opportunità, offerte e ricerca
- Il rischio per il Paese: competenze che valgono (altrove)
- Un ritardo strutturale che pesa sugli stipendi
Quanto vale l'estero: retribuzioni fino al +60% a parità di titolo
La forbice salariale è netta per i laureati di secondo livello (magistrali biennali e a ciclo unico) con cittadinanza italiana e diploma conseguito in Italia. A cinque anni dalla laurea, chi lavora all'estero dichiara in media 2.941 euro netti al mese, contro 1.840 euro di chi opera in Italia: +59,9%.
Il divario è già evidente a un anno dal titolo: 2.290 euro all'estero contro 1.452 euro in Italia, pari a +57,6%. Si tratta di differenze che, pur tenendo conto del diverso costo della vita e della diffusione del part-time nei vari Paesi, indicano una maggiore capacità di alcuni mercati di valorizzare competenze qualificate.
Chi parte davvero: percentuali e corsi di laurea più mobili
Quanti sono i laureati che trovano lavoro oltre confine? Tra gli occupati con diploma conseguito in Italia, si registra il 3,7% a un anno dalla laurea e il 4,5% a cinque anni. La quota è stabile rispetto all'ultimo anno e rimane sotto i livelli pre-pandemia. Ma dietro la media emergono differenze marcate tra i percorsi: a cinque anni, informatica e tecnologie Ict raggiungono il 13% di occupati all'estero; il gruppo scientifico il 10,3%; l'ingegneria industriale e dell'informazione il 9%. È proprio da queste filiere che spesso parte la cosiddetta "fuga dei cervelli", con figure tecniche e scientifiche che intercettano più opportunità fuori dall'Italia.
Le mete preferite (e cosa significano per le buste paga)
La mobilità è soprattutto europea: a cinque anni dalla laurea, il 91,2% degli occupati all'estero lavora in Europa. Le principali destinazioni sono Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito. Sono mercati profondi per offerta e retribuzioni, in particolare per profili Stem e funzioni specialistiche. AlmaLaurea invita a leggere i confronti salariali con prudenza, perché incide il costo della vita locale e la diversa diffusione del part-time; tuttavia, anche depurando questi fattori, il gap retributivo resta un segnale di sistemi occupazionali più premianti.
Occupazione in rialzo, stipendi italiani più lenti
Il quadro non è tutto in ombra per chi resta. L'occupazione dei laureati è in crescita: a un anno dal titolo lavora l'81,2% dei laureati di primo livello che non proseguono e l'80,8% dei laureati di secondo livello. A cinque anni, il tasso sale al 91,7% per i primi e al 94,4% per i secondi, con un valore per i magistrali ai massimi degli ultimi quindici anni. La tenuta della domanda è evidente, ma resta il nodo retributivo: molti laureati giudicano lo stipendio non adeguato al ruolo.
Perché si parte: opportunità, offerte e ricerca
Le motivazioni dichiarate confermano una scelta razionale. Tra i laureati italiani occupati all'estero a cinque anni dal titolo, il 29,8% indica la mancanza di opportunità adeguate in Italia, il 29,1% segnala un'offerta interessante ricevuta da un'azienda estera e l'11,5% richiama l'assenza di fondi per la ricerca. Pesano anche le esperienze internazionali durante gli studi: chi ha trascorso periodi formativi fuori dall'Italia risulta più propenso a lavorare oltre confine.
Il rischio per il Paese: competenze che valgono (altrove)
L'impatto non è solo numerico. AlmaLaurea segnala che chi lavora all'estero presenta spesso performance universitarie più brillanti e inserimenti professionali più rapidi. A cinque anni, si registra anche una maggiore soddisfazione per lavoro e prospettive: guadagni, carriera, autonomia, flessibilità e contatti internazionali sono gli ambiti con i punteggi più alti. Il rientro non è scontato: tra gli italiani occupati all'estero, il 37% ritiene molto improbabile tornare nei successivi cinque anni e un altro 31,5% lo considera poco probabile. Solo il 15,4% giudica il rientro molto probabile, segno che il gap di attrattività non si colma da un anno all'altro.
Un ritardo strutturale che pesa sugli stipendi
Il fenomeno si inserisce in un ritardo più ampio: l'Italia resta tra i Paesi europei con meno giovani laureati. Nella fascia 25-34 anni, la quota si ferma al 31,1%, lontana dall'obiettivo europeo del 45% al 2030. Una base ristretta di capitale umano avanzato riduce il potenziale di innovazione e, alla lunga, anche la capacità delle imprese di crescere su produzioni ad alto valore aggiunto.
Articolo visto su (today.it) Per i neolaureati il lavoro c'è. Ma all'estero si guadagna il 60% in più: ecco i profili al top








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