I mercati obbligazionari di tutto il mondo stanno vivendo una fase di forte turbolenza. I rendimenti — cioè il "guadagno" che un investitore ottiene acquistando un titolo di Stato o un'obbligazione aziendale — hanno raggiunto livelli che non si vedevano da decenni. Gli analisti convergono su una interpretazione comune: siamo entrati in un nuovo regime di tassi, più alto rispetto all'era post-2008, e probabilmente destinato a durare. La combinazione di domanda strutturale di capitale (legata all'intelligenza artificiale), pressioni energetiche geopolitiche e banche centrali sincronizzate nel restringere la politica monetaria crea un contesto inedito per chi gestisce portafogli obbligazionari. Ecco come investire in questo contesto.
Tassi delle obbligazioni ai massimi, ecco perchè
Il Bund tedesco a dieci anni è ai massimi dal 2011, i Gilt britannici dal 2008, il Treasury americano si avvicina al 4,80%. Perfino il Giappone, paese da trent'anni sinonimo di tassi zero, ha visto il suo titolo decennale superare il 3% per la prima volta dal 1996.
Come spiega Giacomo Calef, co-fondatore di Rheos Partners, non si tratta di un fenomeno isolato o riconducibile a un'unica causa: “Non è un solo fattore a spingere i tassi al rialzo, ma tre che convergono nella stessa settimana”. Capire questi tre fattori è fondamentale per chiunque abbia obbligazioni in portafoglio o stia valutando nuovi investimenti.
Prima causa: la corsa al debito dell'intelligenza artificiale
Il primo motore è meno visibile sui giornali, ma secondo Calef è probabilmente il più strutturale nel lungo periodo. Le grandi aziende tecnologiche americane — Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle — hanno emesso circa 220 miliardi di dollari di obbligazioni dall'inizio dell'anno, più del doppio dell'intero 2025. Il motivo è semplice: costruire data center e infrastrutture per l'intelligenza artificiale richiede capitali enormi, e le aziende li raccolgono in parte emettendo debito sui mercati.
Il problema è che questo avviene mentre i governi di tutto il mondo devono anch'essi collocare quantità crescenti di titoli di Stato, e le banche centrali — che in passato assorbivano gran parte di queste emissioni con i loro programmi di acquisto — hanno smesso di farlo. Il risultato è una competizione crescente per lo stesso capitale disponibile sul mercato: più emittenti di qualità cercano fondi contemporaneamente, e per attrarre investitori devono offrire rendimenti più alti.
Kaspar Hense, Senior Portfolio Manager di RBC BlueBay, concorda e aggiunge una prospettiva di lungo periodo: questo boom degli investimenti in intelligenza artificiale rischia di essere un fenomeno duraturo, non una fiammata passeggera. “Il mercato dovrà adeguarsi a rendimenti più elevati”, avverte Hense, sottolineando come il mondo occidentale stia uscendo da un decennio di eccesso di risparmio e tassi bassissimi per entrare in una fase di domanda di capitale strutturalmente più elevata.
Seconda causa: lo shock energetico torna a mordere
Il secondo fattore è più diretto: le tensioni geopolitiche intorno allo Stretto di Hormuz — la via d'acqua attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale — hanno spinto il prezzo del Brent sopra i 95 dollari al barile, mentre il gas europeo è tornato sui massimi da inizio 2023. L'inflazione nell'area euro è risalita al 3,3% in agosto, quasi interamente per effetto dei rincari energetici.
Anche il senior bond manager Carlo Aloisio sul sito di Bluerating Mercati sottolinea come la crisi mediorientale nelle ultime settimane si sia “ulteriormente deteriorata”, portando i dati sull'inflazione “a un livello più alto delle stime” e rompendo di fatto l'equilibrio sui mercati europei che sembrava essersi consolidato nei mesi precedenti.
La distinzione che fanno gli esperti è cruciale: se i rincari energetici restano temporanei, le banche centrali possono permettersi di non reagire troppo bruscamente. Se invece l'aumento dei prezzi si trasferisce su salari e servizi, diventando inflazione "strutturale", allora la stretta monetaria dovrà essere più lunga e più dura. Al momento, l'inflazione cosiddetta core — che esclude energia e alimentari — è più contenuta, al 2,4% in Europa, ma il rischio di contagio rimane aperto.
Terza causa: le banche centrali stringono tutte insieme
Il terzo fattore è forse il più insolito: per la prima volta da tempo, le principali banche centrali del mondo si stanno muovendo quasi in contemporanea verso una politica monetaria più restrittiva, pur per motivi diversi.
La BCE (Banca Centrale Europea) alzerà quasi certamente i tassi al 2,50% il 10 settembre. La Fed americana arriva al suo meeting di metà settembre con un mercato del lavoro più forte del previsto, che ha riacceso le probabilità di un ulteriore rialzo. La Banca del Giappone, dopo cinque aumenti consecutivi, potrebbe effettuare un sesto rialzo il 17-18 settembre.
Come spiega Calef, "tre banche centrali che si muovono quasi in contemporanea, per motivi diversi, comprimono insieme la liquidità globale": in parole semplici, il denaro diventa più caro e più scarso a livello mondiale. Hense di RBC BlueBay aggiunge però una nota di cautela: le banche centrali, soprattutto in Europa, dovranno fare attenzione a non esagerare nella risposta al rincaro energetico, che sta già pesando sulla crescita economica del continente.
Il debito europeo non tutto è uguale
In questo quadro difficile, Hense offre un elemento di relativo ottimismo per l'Europa: il debito pubblico europeo nel suo complesso è in una posizione più solida rispetto a quello di Regno Unito, Giappone e soprattutto Stati Uniti. Il rapporto tra costo del debito ed entrate fiscali è molto più basso nell'Eurozona — tra l'1% e il 10% — contro il 20% abbondante di americani e britannici. In pratica, i paesi europei spendono una quota molto minore del loro gettito fiscale per pagare gli interessi sul debito.
All'interno dell'Europa, Grecia e Portogallo si distinguono positivamente per i progressi compiuti nel risanamento dei conti. L'Italia, pur con un rapporto debito/PIL ancora elevato, viene guardata con favore per l'approccio prudente alla spesa del governo Meloni. La Francia invece preoccupa: le riforme pensionistiche necessarie non sono passate, e la situazione di bilancio è sotto pressione, come riflette il rendimento dei suoi titoli decennali salito al 4,25%.
Come investire: le strategie degli esperti
Di fronte a questo scenario, quali sono le indicazioni pratiche per gli investitori?
Ridurre la duration
Questo termine tecnico indica la sensibilità di un'obbligazione alle variazioni dei tassi: più è lunga la scadenza di un titolo, più il suo prezzo scende quando i rendimenti salgono. Hense di RBC BlueBay raccomanda esplicitamente di privilegiare titoli con scadenze più brevi, che soffrono meno in un contesto di tassi crescenti.
Puntare sui settori meno sensibili ai tassi.
L'aumento del costo del denaro colpisce in modo particolare certi settori: quello immobiliare è il più esposto, avverte Hense. Chi investe in obbligazioni o azioni di aziende legate al real estate dovrà fare i conti con pressioni crescenti. Meglio orientarsi verso emittenti il cui business non dipende strutturalmente dal credito a basso costo.
Trattare il costo del debito come variabile strategica, non tecnica
Calef di Rheos Partners ricorda che per anni il costo del finanziamento è stato irrilevante, grazie ai tassi a zero. Chi oggi valuta operazioni di M&A, investimenti o ristrutturazioni del debito non può più ignorarlo: “È tornato una variabile strategica, come non lo era dal decennio dei tassi a zero”.
Non aspettarsi un'inversione rapida
Hense è esplicito: per assistere a un calo significativo dei rendimenti servirebbe uno scenario chiaramente recessivo, con disoccupazione in salita. “Al momento, questo non rappresenta il nostro scenario di base”. Chi entra oggi sul mercato obbligazionario con aspettative di guadagno rapido da un ribasso dei tassi rischia di restare deluso.








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