Quasi metà degli under 45 rinuncia a opportunità nella grande Milano per i costi abitativi

L’Osservatorio di Assolombarda e Patrigest | Gabetti Group rivela che a Milano 5.458 euro al metro quadro. E il 41% sarebbe disposto ad accettare alloggi offerti dal datore di lavoro.
Affitti a Milano
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Accedere a una casa può diventare determinante anche per il futuro professionale. È questa la conclusione più rilevante dell’Osservatorio sull’abitare per la competitività delle imprese, realizzato da Assolombarda e Patrigest | Gabetti Group con la collaborazione di Sigma Consulting. L’indagine ha coinvolto 1.200 persone tra i 18 e i 45 anni residenti nel Comune di Milano, nella Città metropolitana e nelle Province di Monza e Brianza, Lodi e Pavia.

La casa condiziona le scelte di vita: quasi uno su due lo dichiara

Il dato più significativo dell’intera ricerca è anche il più immediato: il 47% degli intervistati dichiara che la questione abitativa ha influenzato le proprie scelte di studio o di lavoro. L’11% parla di un’influenza forte, il 36% di un’influenza abbastanza rilevante. Non si tratta di una percezione vaga o residuale: costi, disponibilità e localizzazione dell’abitazione entrano concretamente nella valutazione delle opportunità professionali e formative di quasi la metà degli adulti in età attiva nell’area metropolitana milanese. Le spese per la casa assorbono in media il 38% del reddito mensile, e il 42% degli intervistati dichiara di aver avuto difficoltà a sostenere queste spese nell’ultimo anno. Il disagio è particolarmente concentrato tra i giovani, chi vive in affitto e chi risiede a Milano. Tra gli affittuari, due persone su tre hanno incontrato almeno una volta nell’ultimo anno difficoltà nel far fronte ai costi dell’abitazione.

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Milano a 5.458 euro al metro quadro: l’equazione è insostenibile per gran parte dei nuclei

I numeri del mercato immobiliare milanese aiutano a capire perché. Nel 2025 il valore medio delle abitazioni nel Comune di Milano ha raggiunto i 5.458 euro al metro quadro, contro i 1.810 euro del resto della Città metropolitana: un rapporto di tre a uno. Dal 2019 i prezzi sono cresciuti del 32% a Milano e dell’11% nell’hinterland. Sul fronte delle locazioni, la crescita è stata ancora più marcata fuori dal capoluogo, dove i canoni sono aumentati del 50% dal 2019, trascinati in alto anche dalla domanda in uscita da Milano. Il risultato è che la pressione abitativa si è estesa: non riguarda più solo il centro città, ma ha raggiunto i territori che fino a qualche anno fa offrivano ancora prezzi accessibili.

L’analisi di Patrigest stima che per sostenere le spese abitative della fascia più economica dell’offerta locativa milanese un nucleo familiare debba disporre di un reddito netto annuo di almeno 48mila euro; nelle aree centrali la soglia sale a 64mila euro. L’88,6% dei nuclei residenti a Milano risulta al di sopra di questa soglia di sostenibilità — un dato che fotografa non tanto una generalizzata impossibilità di accedere al mercato, ma la vastità della fascia di famiglie che si trovano in una condizione di tensione economica legata all’abitazione.

Il mercato non è uno solo: Milano affittasi, l’hinterland si compra

L’Osservatorio mette in evidenza come non esista un unico mercato residenziale nell’area di riferimento, ma una pluralità di mercati con caratteristiche profondamente diverse. Milano e Pavia esprimono una domanda prevalentemente locativa e orientata a metrature più contenute, mentre nelle aree esterne ai capoluoghi la domanda si sposta verso la proprietà e le abitazioni di dimensioni maggiori. L’affitto riguarda soprattutto le fasce più giovani, mentre la proprietà tende a prevalere con l’avanzare dell’età e la stabilizzazione professionale e familiare.

Questa differenziazione si riflette anche nei volumi di compravendita: nel 2025 le transazioni nel resto della Città metropolitana risultano in aumento del 46,5% rispetto a dieci anni prima, contro il più modesto +14,8% registrato dal Comune di Milano. La pandemia ha accelerato una redistribuzione della domanda verso i territori esterni, senza però modificare la centralità di Milano come polo di lavoro, studio e servizi. Il risultato pratico è che molte persone vivono lontano da dove lavorano, e la casa più accessibile economicamente comporta spesso uno spostamento più costoso in termini di tempo e fatica.

Casa e mobilità si influenzano reciprocamente: il 39% ha rinunciato a un lavoro

Il nesso tra abitazione e mobilità è forse il tema più originale e rilevante dell’Osservatorio. Il 54% degli intervistati si sposta al di fuori del proprio Comune di residenza per lavoro o studio, e il 37% percepisce gli spostamenti quotidiani come un peso significativo sulla propria qualità della vita. Ma la conseguenza più concreta di questa tensione è un dato di rinuncia: il 39% degli intervistati dichiara di aver rinunciato negli ultimi due o tre anni ad almeno un’opportunità lavorativa a causa della distanza, della difficoltà degli spostamenti o della complessità di un eventuale trasferimento. La quota sale al 52% tra coloro che hanno avuto difficoltà a sostenere le spese abitative, disegnando così una correlazione diretta tra pressione economica sulla casa e riduzione delle opportunità professionali.

Si tratta di un meccanismo che si autoalimenta: allontanarsi dai principali poli occupazionali può rendere l’abitazione più accessibile sul piano economico, ma aumenta il costo in termini di tempo e spostamenti, e può finire per ridurre la capacità di cogliere opportunità di lavoro e formazione che richiedono flessibilità e prossimità.

Il welfare abitativo aziendale: il 41% lo accetterebbe, a Milano il 56%

Di fronte a questo scenario emerge una domanda di nuove forme di intervento. Il 41% degli intervistati si dichiara disposto a valutare una soluzione abitativa temporanea proposta o facilitata dal datore di lavoro; la quota sale al 56% tra i residenti nel Comune di Milano, dove la pressione abitativa è più intensa. La preferenza degli intervistati va a soluzioni che garantiscano autonomia e privacy piuttosto che forme di intervento diretto dell’azienda nella ricerca dell’alloggio: il 67% di chi si dichiara disponibile indica l’appartamento a uso esclusivo come soluzione preferita, seguito da residence e strutture convenzionate, scelti dal 35%.

È un segnale che le imprese non possono ignorare. “I risultati mostrano con chiarezza come la questione abitativa rappresenti un vero fattore di competitività per i territori e per le imprese”, commenta Luca Dondi dall’Orologio, Amministratore Delegato di Patrigest | Gabetti Group. “L’aumento dei costi della casa, insieme alle difficoltà legate agli spostamenti, incide sulle scelte di studio e di lavoro e può limitare l’accesso alle opportunità.” La ricerca indica in particolare un interesse verso strumenti di welfare che intervengano non solo sul reddito, ma anche sulle condizioni concrete di accesso alla casa e alla mobilità — un campo in cui le imprese possono giocare un ruolo attivo nell’attrarre e trattenere persone e competenze in un territorio sempre più costoso da abitare.

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