"Il mio lavoro è creare benessere attraverso i luoghi"

Per Micaela Mazzoni, interior designer di Bologna, quella che fa non è soltanto una professione, ma una vera e propria missione: creare benessere attraverso i luoghi, accompagnando i clienti nel percorso di progettazione della propria casa. idealista/news l’ha intervistata nella sua villetta a Rivabella di Zola Predosa, circondata dal verde, dove ha trasferito da poco anche il suo studio.

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Come le piace definirsi?

Sono una progettista di habitat evolutivi. La mia missione, la mia professione, è creare benessere attraverso i luoghi: fare in modo che le persone risuonino con il loro luogo, sia con i percorsi per i clienti, ma soprattutto con il modo di progettare, cioè con quell’attenzione, quella cura, quell’ascolto. Una mia caratteristica è l’empatia, e non solo sulle persone, ma anche sui luoghi.

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Qual è il suo approccio a un nuovo progetto?

Prima di tutto lavoro sull’ascolto: devo capire i bisogni, come dicevo, delle persone e del luogo. Faccio una marea di domande e poi tantissimi progetti, perché mi piace proprio coprogettare con i miei clienti.

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Qual è il progetto a cui è più legato?
 

La prima casa che per me ha dato un po’ il senso di quello che facevo era di due ragazzi giovani che avevano bisogno di ristrutturare un appartamento, la loro casa, per poi sposarsi. È stato bellissimo, perché mi hanno chiamato quando mi hanno mandato la data del matrimonio: avevo realizzato proprio il loro sogno. E fai conto che dopo 25 anni li ho incontrati e mi hanno ancora abbracciata. Mi hanno detto che non hanno cambiato casa: non era grandissima, ma loro ci stavano ancora bene.

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E quali i progetti più significativi per la sua carriera?

Ci sono due progetti significativi. Uno è un negozio che non c’è più, ma per me era stato molto interessante perché era uno spazio sensoriale, nel Palazzo della Mercanzia, uno dei palazzi storici più importanti di Bologna, ed era un negozio dove si esprimevano i cinque sensi. L’altro progetto l’ho fatto l’anno scorso: è stata la mostra del Contaquaderni a Campeggio, in un santuario mariano che era stato sede del giubileo.

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Ci parli della sua casa, come mai ha deciso di costruirla qui?

Quando sono arrivata in questo posto mi sono innamorata del paesaggio, quindi ho scelto di fare tutte e due le cose, casa e studio. È stato anche un investimento importante, perché fare casa e studio insieme è più impegnativo. Siamo vicino a Calderino; la zona si chiama Rivabella, è di Zola Predosa, ma siamo al confine con Calderino, nelle colline di Bologna.

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Quali materiali ha usato?

 La casa è strutturata su tre livelli. C’è un interrato con il garage, dove ho fatto una vasca bianca per evitare infiltrazioni, perché l’acqua nel legno non fa bene. Al piano terra c’è lo studio, con due stanze: una operativa e una dove riceviamo i clienti. Al piano di sopra c’è il nostro appartamento, tutto su un unico piano, con un terrazzo che dà sul verde. Qui vicino c’è un bacino d’acqua, il percorso vita e un fiume, e siamo immersi nella natura. È bellissimo, perché la mattina vediamo gli uccelli che volano e vengono a mangiare, abbiamo i cerbiatti, vedo l’alba e il tramonto: sembra proprio di essere in vacanza tutto l’anno. La casa è stata fatta in legno, in XLAM e canapa, che è un materiale meraviglioso perché non rilascia sostanze, è biodegradabile e soprattutto ha quella capacità igroscopica che riequilibra l’umidità.

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Qual è il suo angolo preferito della casa?

Il mio angolo preferito della casa è il salotto, perché la mattina, anche quando mi sveglio presto, vedo l’alba incorniciata da questa finestra. Oppure il terrazzo, che ha due ampie aperture: lì mi godo la natura, mi metto proprio in osservazione.

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A quale progetto sta lavorando attualmente?

Sto lavorando a un progetto per creare, cioè un luogo dove ci sia confronto e un’evoluzione del settore. Vorrei creare questo spazio, che stiamo già facendo in modo itinerante, per creare connessioni tra i vari stakeholder del mondo dei lavori, i progettisti, ma non solo. Cerco di renderlo alla portata di tutti: creare spazi, fare una materioteca per i bambini, creare vicinanza anche con i cittadini. Secondo me è molto importante avere la consapevolezza che fare una casa in bioarchitettura non è così strano: è una cosa possibile.

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