La casa-studio dell'architetto Martiniello, a Napoli, è un po' un viaggio nel tempo con rapidissime risalite alla contemporaneità: la casa vive all’interno di un palazzo nobiliare del tardo Settecento nel cuore della città, dove i grandi spazi ed una luce esuberante cedono il passo al vero padrone di casa, che è il tempo. Ristrutturata nell'Ottocento, ripensata, riorganizzata: qui convivono in un equilibrio costante i segni del nobile passato con lampi di contemporaneità. Ne parliamo con l’architetto Antonio Giuseppe Martiniello
Architetto siamo a Palazzo Ruffo di Castelcicala, pieno ‘700 napoletano, un palazzo nobile non lontano dai rioni de “L’oro di Napoli”: come l’ha scelto? Come è finito qui?
Ho scelto questo spazio circa 20 anni fa. Tornavo dall'Austria, dove mi sono formato e dove ho lavorato e, dopo un anno trascorso in Israele, ho deciso di venire a Napoli. Avevo già vissuto qui da studente, poiché vengo da Cimitile, un piccolo paese del terzo secolo dopo Cristo della provincia. Ero alla ricerca di una fabbrica, uno spazio contemporaneo con grossi volumi: la base del mio fare architettura è infatti legata a concetti quali lo spazio e la luce.
Mi è venuto in mente che qualche anno prima avevo conosciuto la figlia di un artista - Nino Longobardi - che mi aveva raccontato che il padre aveva il suo studio in questo vecchio Palazzo al centro storico dove c’erano tante camere. Sono venuto qui ed ho incontrato il Principe Ettore De Gregorio di Sannicandro di Ruffo di Castelcicala, che è stato gentilissimo e mi ha mostrato questa casa. Pensi: era chiusa da 80 anni ed era una porzione di un'abitazione molto più grande che occupava cinque palazzi. Aveva tutte le caratteristiche che cercavo: dalla grande spazialità ad una certa contemporaneità, nonostante ci fossero anche degli affreschi sulle pareti. Così mi dissi: ok, ho trovato quel che cercavo.
Ma avrà dovuto fare molti lavori, immagino
Sì. Iniziai subito la mia opera di conservazione di restauro, che è stata lunga e complessa. L’appartamento era stato ristrutturato e reso moderno nella seconda metà dell'Ottocento: in quel periodo per arricchire la casa erano arrivati decoratori da mezza Europa. In quegli anni a Pompei ci furono i primi ritrovamenti ed infatti qui c’è la sala rossa, la sala pompeiana. Poi fu realizzata la sala orientale, quella di ispirazione inglese. Ma quando sono arrivato io la casa era in condizioni critiche: non c’erano gli impianti, erano stati rimossi i pavimenti, dove c'erano ancora le tele, queste erano parzialmente venute giù, non c'era il riscaldamento. Non c'era niente.
Però mi è appassionai ed in meno di un anno ristrutturali tutto l'appartamento, facendo un intervento molto conservativo: dove c'era la carta che era stata apposta nella seconda metà dell'Ottocento -ma era stata strappata per gli interventi degli anni 80 - ho ripristinato la parte mancante andandoci con il tono su tono della carta sottostante, dove c'erano gli affreschi ho restaurato inserendo solo il colore delle linee guida, dove mancavano i pavimenti sono intervenuto con legni industriali multistrato fenolico, dove mancavano le porte col plexi e con pareti mobili che rispecchiassero la mia contemporaneità.
Di lì in poi la casa in questi 20 anni si è continuamente trasformata: sono arrivate altre opere, altri oggetti, l’ho svuotata e l'ho cambiata. Ma è stata molto importante per me: qui abbiamo fatto grandi feste, discussioni con i colleghi, c’è sempre stato un pretesto per invitare conoscenti di passaggio a Napoli per stare insieme. È una casa viva. E questa cosa mi piace molto.
È bellissima in effetti…
La camera dove ci troviamo al momento, che chiamo la biblioteca perché era la vecchia biblioteca dell'appartamento, è grande circa 80 metri quadri ed alta più di 5 metri. Diciamo che qui le stanze sono piccoli capannoni industriali: a mio avviso la modernità di questa casa sta proprio in questa spazialità. Poi c’è una luce incredibile che accompagna gli ambienti durante la giornata.
Mi racconta come la vive? Nello stesso piano c’è anche il suo studio, Keller Architettura.
Devo dire una cosa: quando ho iniziato ad abitare qui ero giovanissimo, quindi non ponevo confine tra il lavoro e la vita privata. Oggi non è più così. E quindi, adesso, la casa è organizzata con la sala d'ingresso intorno alla quale ci sono quattro ambienti ad uso dello studio. Poi però c'è un filtro, una porta sempre chiusa che dà accesso alla sala rossa: da qui si arriva alla biblioteca, alla cucina ed alla mia camera: quindi non c’è commistione tra il lavoro e la vita di ogni giorno.
Questa casa è stata recentemente anche il set di un film tratto da un libro molto importante: di quale film si tratta?
Il film è “M. Il figlio del secolo”, tratto dal libro di Scurati. Ma fu inserita da Karl Lagerfeld su Ad France come esempio di casa mediterranea. La casa è poi stata anche il set de “L’amica geniale”. Ma anche la rivista americana GQ l’ha usata come set per alcuni brand napoletani, ed in quel caso posai anche io. Le racconto un aneddoto sul regista di “M”, Joe Wright: quando venne qui, nel luglio precedente alle riprese, insieme alla moglie, era una giornata caldissima con una luce particolarmente intensa.
Lui disse: "Voglio assolutamente girare qui". Quando poi effettivamente venne per le riprese, ci siamo scambiati gli indirizzi ed abbiamo deciso di fare uno scambio: lui verrà qui con la sua famiglia ed io andrò nel suo cottage con il mio compagno in Scozia. Non sappiamo ancora quando riusciremo a farlo, a causa dei rispettivi impegni, ma lo faremo.
Quanto è stato difficile inserire un tocco contemporaneo tra queste mura settecentesche?
Dialogare con questa casa è praticamente semplice perché qualsiasi cosa venga inserita in questo contesto sembra meraviglioso.
È lei ad impreziosire gli elementi che io inserisco: per me è una sorta di sperimentazione mettere insieme l'opera di un giovane artista contemporaneo con l'oggetto di design o i vetri disegnati da Andrea Anastasio che erano dei prototipi, o il piccolo vassoio Giustiniano. Tutte cose che poi si mixano insieme, ed è la casa che fa tutto, io veramente faccio poco.
Il costante fermento culturale di Napoli ha un riverbero continuo sull’arte, la musica, la letteratura. Succede anche con la sua architettura?
Io penso sempre che Napoli sia una città che contamina: questa è la sua bellezza. Mentre in città come Milano o come Londra si confezionano tendenze e mode, a Napoli, siccome non c’è un mercato, non c’è un'economia: quello che viene prodotto è unico e ed è spesso totalmente innovativo.
Questo accade anche perché mentre in altri luoghi il ricambio di persone che arrivano, abitano la città, vanno via e poi magari tornano è continuo, a Napoli tutto questo non succede. Qui è tutto immobile. Anzi direi che probabilmente regredisce. Penso per esempio al meraviglioso centro storico, popolato da famiglie che l'hanno sempre abitato.
In questi ultimi anni sta avvenendo una trasformazione dettata da un turismo aggressivo che sta costringendo le persone che hanno sempre abitato ad andar via: in questo modo l'umanità del centro storico di Napoli viene a mancare.
Ed io direi che tutto questo dovrebbe essere rivisto. Ci sono poi anche molte gallerie di arte contemporanea che rappresentano una sorta di anomalia in una città così antica, con grandi collezionisti con una visione internazionale.
Ci sono inoltre fondazioni importanti come Morra Greco, qui nel centro storico: si tratta di un tessuto importante che ha portato qui artisti del calibro di Jimmie Durham o Maria Thereza Alves. Durham, in particolare, è uno di quegli artisti che poi si è stabilito a Napoli ed ha dato tanto alla città.
Leggo sul sito del suo studio che “la scelta del luogo si è fermata sulla città di Napoli, scenario di grande fermento di vita culturale, ancora parzialmente intatto dalla standardizzazione del gusto”. Come ci si salva dall’omologazione?
Quando a Napoli si crea, si pensa o si elabora, tutto è fatto per una vera e propria voglia di ricerca, di indagine, quindi non per confezionare un prodotto da vendere: questo lo rende unico, non standard, rispetto alle tendenze. Ciò che nasce a Napoli potrebbe funzionare o non funzionare sul mercato rispetto invece a ciò che avviene a Milano o a Berlino: ma parliamo di una idea totalmente anarchica. Questa è la bellezza del pensare o fare cose a Napoli. Ed è la cosa che mi piace di più piace: io non ho bisogno di molto, ma posso fare tutto quello che voglio, seguendo l’ispirazione e la mia etica.
Le nostre città cambiano e mutano anche le nostre esigenze. Esistono delle linee guida per un abitare etico del futuro?
Tra le mie passioni c'è la rigenerazione urbana, che porto avanti da circa vent'anni ed è in qualche modo influenzata dalle città del sud del mondo. A mio avviso i territori si rigenerano attraverso la riconversione sociale che può avvenire solo se si dà dignità all'uomo con il lavoro. Ho uno studio di progettazione che si chiama Keller Architettura e da una sua costola è nata Officina Keller, un’azienda che si occupa di rigenerazione urbana e riconversione sociale e sono convinto che i processi di riqualificazione avvengano solo nel momento in cui si progettano i contenuti e poi si vanno a ristrutturare i contenitori, cioè gli edifici: il contrario non può funzionare.
Per rendere libere le persone bisogna passare attraverso una formazione lavorativa e questo per me è importante: lo faccio attraverso diversi progetti sostenuti da artisti, musei, gallerie, fondazioni ed aziende.
Oggi non possiamo più pensare di recuperare l'area di Bagnoli, a Napoli, e farne magari un grosso giardino senza pensare prima chi lo gestirà, quali saranno i fondi, chi li gestirà e quale sarà l'introito economico. Questa idea di fare dei mega progetti senza tener conto del contesto, oggi non è più etico. Non serve più fare Bilbao, quindi realizzare il grande museo attrattore che ha funzionato negli anni 90 ed all'inizio 2000: oggi non si può più pensare di fare un tipo di architettura in questo modo, ma bisogna porsi la domanda di cosa serve al territorio, cosa possiamo prendere dalle tradizioni e cosa possiamo sviluppare. Oggi non c’è una idea collettiva, non si pensa ai servizi e questo porta ad un impoverimento. A questo va posto rimedio.



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