Fino a qualche settimana fa sembrava impossibile che le perturbazioni potessero mollare la presa nell'immediato, ma a quanto pare il cambiamento è ormai alle porte. Ci penserà l'alta pressione a spazzar via piogge, nubi e nevicate dall'Italia e non sarà una toccata e fuga come in altre occasioni. La neve in montagna potrebbe non scendere per parecchi giorni di fila.
Alta pressione dominante: neve in montagna rimandata
Gli ultimi sussulti del maltempo stanno abbandonando in gran fretta il Sud Italia in queste ore, sotto la spinta dell'alta pressione delle Azzorre che preme da ovest. Il freddo, presente soprattutto sul medio-basso Adriatico, resisterà ancora per poco sotto la spinta dei venti di maestrale e tramontana, dopodiché l'anticiclone prenderà pieno possesso di tutto lo Stivale.
L'ultima settimana di febbraio sarà indubbiamente caratterizzata da un imponente campo di alta pressione subtropicale (prima di stampo azzorriano e poi nord-africano) che avrà il grosso merito di deviare il treno perturbato di origine atlantica, a lungo protagonista nel Mediterraneo.
Questa deviazione sarà determinante: nubi, piogge e venti forti si dirigeranno verso la Gran Bretagna e il Nord Europa, mentre più a sud si ergerà questo imponente campo di alta pressione al di sotto del quale ci saranno tempo più stabile, tanto sole e temperature più piacevoli.
Temperature in aumento in quota
Quando un anticiclone di questo tipo si impone sul Mediterraneo in pieno Inverno, il suo effetto non si limita alla stabilità atmosferica. In quota si attiva un processo di subsidenza, ovvero una lenta ma costante discesa dell’aria dall’alto verso il basso che comporta un riscaldamento per compressione.
Questo meccanismo favorisce un rapido aumento delle temperature alle medie e alte quote, molto più marcato rispetto a quanto si percepisca al suolo, soprattutto nelle pianure dove può persistere l’inversione termica.
Non sarà una toccata e fuga dell'alta pressione, come avvenuto in varie circostanze nel corso dell'Inverno. In altre parole, non saranno le solite 24-48 ore di sole e tempo più tranquillo. Questa volta l'Italia è alle porte di una parentesi stabile e più gradevole, con poco vento, che resisterà addirittura fino al termine di febbraio. Una notizia clamorosa, considerando che l'ultima capatina dell'anticiclone in pianta stabile da queste parti – per almeno una settimana – risale ad inizio dicembre.
Zero termico oltre i 3000 metri: un problema per i monti
Dunque il maltempo e l'Inverno sono rimandati a data da destinarsi. Presumibilmente ritorneranno durante la prima settimana di marzo, ma gli scenari sono in continua evoluzione.
La neve in montagna sarà senza dubbio il grande assente di questo finale di febbraio. Il ritorno del Sole e l'arrivo di una massa d'aria più tiepida, in quota, dal Nord Africa comporteranno una risalita repentina dello zero termico. Tra il 24 e il 26 febbraio si ipotizza uno zero termico superiore ai 3000 metri di altitudine, il che significa che per registrare una temperatura dell'aria di zero gradi occorrerà spingersi davvero molto in alto sulle Alpi.
Lo zero termico rappresenta la quota alla quale la temperatura dell’aria raggiunge gli 0°C in atmosfera libera. È un parametro fondamentale in montagna perché determina il limite tra precipitazioni nevose e piovose e incide direttamente sull’evoluzione del manto nevoso.
Quando lo zero termico si porta oltre i 3000 metri in pieno inverno, significa che l’intera colonna d’aria sopra i rilievi è insolitamente mite. Questo comporta un rapido riscaldamento degli strati superficiali della neve già presente, soprattutto nelle ore diurne e sui versanti più esposti al sole.
I possibili effetti in montagna
Questa anomalia comporterà dei rischi sulle Alpi e in Appennino. Uno zero termico così alto può destabilizzare il manto nevoso e acutizzare il rischio di valanghe.
Il rischio valanghe aumenta in particolare quando si verifica un brusco rialzo termico dopo abbondanti nevicate. Il manto nevoso è costituito da strati sovrapposti che si sono depositati in momenti diversi, con caratteristiche differenti di densità e coesione.
Un improvviso riscaldamento può indebolire gli strati più superficiali oppure creare scivolamenti tra strati con diversa consistenza.
Inoltre, durante il giorno la fusione superficiale e il successivo rigelo notturno possono generare croste che alterano l’equilibrio del manto. In presenza di pendii ripidi, questo processo può favorire distacchi spontanei, soprattutto nelle ore più calde.
Non va sottovalutato neppure l’effetto dell’irraggiamento solare di fine febbraio. Le giornate sono ormai sensibilmente più lunghe rispetto a dicembre e gennaio, e l’energia solare incidente è maggiore. Questo significa che, anche in presenza di temperature non eccezionalmente alte al suolo, la neve in quota può subire trasformazioni rapide durante il giorno, con cicli di fusione e rigelo sempre più marcati. In sintesi, questa fase stabile comporterà:
- Assenza di nuove nevicate su Alpi e Appennino
- Rialzo marcato dello zero termico oltre i 3000 metri
- Trasformazione rapida del manto nevoso
- Maggiore instabilità e rischio valanghe nelle ore più calde
Quando potrebbe tornare la neve in montagna?
Non nevicherà sui monti, da Nord a Sud, almeno fino al 28 febbraio. Da valutare un ipotetico ritorno della neve quantomeno a quote di montagna tra 1 e 7 marzo; del resto l'inverno non è ancora terminato completamente ed anche il mese di marzo è in grado di ospitare residue ondate di freddo e maltempo.
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