Al 31 dicembre 2025 i pensionati nel nostro Paese erano circa 16,4 milioni di cui 8 milioni di maschi e 8,4 milioni donne. La spesa per le pensioni erogate è stata di circa 371 miliardi di euro, in leggera salita dai 364 mld del 2024. E' quanto rileva il XXV Rapporto annuale dell'INPS relativo al 2025, presentato il 9 luglio presso la Sala della Regina della Camera dei deputati, dal quale si evince anche un aumento dell'età di pensionamento, salita di oltre sette anni dal 1995 al 2005 e una stagnazione delle retribuzioni salariari.
- Crescita sostenuta della spesa pensionistica
- Età pensionamento cresce di oltre 7 anni
- Tasso di occupazione al massimo storico del 63%
- Negli ultimi 50 anni progressivo rallentamento della crescita dei salari
- ll lavoro domestico regolare è in continua flessione
- Stabile la spesa per l'assegno unico
- Nel 2025 sono 2,8 milioni i beneficiari della Naspi
- Ascendono a un milione i nuclei beneficiari dell'ADI
Sebbene rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (51%), le donne hanno percepito il 44% dei redditi pensionistici, pari 63 miliardi di euro contro i 207 miliardi dei maschi. Rispetto al 2024, l'importo medio lordo mensile dei redditi pensionistici è aumentato dell'1,3% ed è risultato pari a 1.885,11 euro. Permane un divario di genere. L'importo dei redditi percepiti dagli uomini è infatti stato superiore a quello delle donne di circa il 34% (2.165,78 euro per gli uomini, 1.619,39 per le donne).
Dei pensionati italiani, il 96% circa percepiva almeno una prestazione dall'Inps e aveva un reddito lordo mensile medio di circa 1.906 euro. Il restante 4% non beneficiava di prestazioni da parte dell'Inps, ma percepiva rendite Inail, pensioni di guerra o pensioni da casse professionali, fondi pensione ed enti minori. Nel triennio 2023-2025 il numero complessivo dei pensionati si è mantenuto sostanzialmente stabile. L'andamento, sottolinea l'istituto, appare significativo se letto alla luce della transizione demografica in corso: l'invecchiamento della popolazione non si è infatti tradotto, nel breve periodo, in un aumento altrettanto marcato del numero di percettori di pensione.
Crescita sostenuta della spesa pensionistica
La spesa pensionistica, invece, ha registrato una crescita più sostenuta, passando da 347 miliardi di euro nel 2023 a 371 miliardi nel 2025. Questa dinamica è in larga misura riconducibile all'evoluzione degli importi medi, agli effetti della rivalutazione e alla composizione delle prestazioni erogate, più che a un aumento rilevante del numero di pensionati. Nel breve periodo la spesa cresce più dei pensionati, trainata da importi medi e composizione delle prestazioni.
Passando alle prestazioni, nel triennio considerato si è registrato un lieve incremento del numero complessivo di trattamenti Inps, da 20,9 milioni nel 2023 a 21,3 milioni nel 2025. L'aumento è dovuto principalmente alle prestazioni assistenziali, cresciute da 4,1 a 4,4 milioni, mentre quelle previdenziali sono rimaste sostanzialmente stabili intorno a 16,8 milioni. Tra le prestazioni vigenti al 31 dicembre 2025, le pensioni anticipate/anzianità presentavano l'importo medio più elevato, pari a 2.162 euro mensili, in ragione della maggiore durata media delle carriere sottostanti.
Seguono le pensioni di invalidità con 1.130 euro, le pensioni di vecchiaia con 1.035 euro e i trattamenti ai superstiti con 868 euro. Le prestazioni assistenziali si collocavano su livelli più contenuti, pari in media a circa 511 euro mensili. Per quanto riguarda la distinzione per genere, il 66% delle pensioni anticipate andava ai maschi, mentre le femmine percepivano il 61% dei trattamenti di vecchiaia (con un importo medio di 880 euro mensili a fronte di 1.272 euro mensili delle pensioni di vecchiaia percepite dai maschi).
Le donne avevano una netta prevalenza anche nelle pensioni ai superstiti (87% delle prestazioni) e nelle pensioni e assegni sociali (62%). Le percentuali delle altre categorie erano pressoché equamente distribuite tra i sessi. Nell'ambito delle prestazioni previdenziali, se si escludono i trattamenti al superstite, a parità di altra tipologia di pensione, il reddito medio percepito dalle femmine è inferiore a quello dei maschi.
Per quanto riguarda la distribuzione tra gestioni, le prestazioni di tipo previdenziale erogate dall'Inps erano per il 46% a carico del fondo pensioni lavoratori dipendenti, con un importo lordo medio mensile pari a 1.431 euro. Il 30% era a carico della gestione lavoratori autonomi e parasubordinati (importo medio pari a 953 euro) e il 19% era a carico della gestione dipendenti pubblici (importo medio 2.248 euro).
Età pensionamento cresce di oltre 7 anni
Dal 1995 al 2025 l'età effettiva di accesso alla pensione è salita di 7 anni e 3 mesi. E' quanto rileva il rapporto annuale dell'Inps, sottolineando che lo scorso anno l'età media era di 64 anni e 10 mesi (64,8 anni nel 2024). Il totale delle pensioni, dunque, conferma la crescita progressiva dell'età media alla decorrenza relativa ai lavoratori dipendenti del settore privato a carico del fondo pensione lavoratori dipendenti (Fpld).
Negli anni più recenti l'istituto osserva un lieve superamento dell'età media femminile rispetto a quella maschile. Questo risultato riflette un effetto di composizione: le donne accedono più frequentemente alla pensione di vecchiaia, a età prossime ai 67 anni, mentre gli uomini sono relativamente più presenti tra le pensioni anticipate, caratterizzate da età medie più basse.
Nel caso delle pensioni di vecchiaia, nel 1995 l'età media alla decorrenza era pari a circa 61 anni per gli uomini e 57 anni per le donne, riflettendo requisiti legali allora differenziati per genere. Negli anni successivi si osserva un progressivo aumento, particolarmente marcato per le donne per effetto del più veloce innalzamento dei requisiti anagrafici e della successiva equiparazione a quelli previsti per gli uomini. Dal 2019 entrambe le serie si collocano in prossimità del requisito ordinario di vecchiaia, pari a 67 anni, Nel 2025 l'età media alla decorrenza si attesta intorno a 67,1 anni per gli uomini e a 67,3 anni per le donne.
Le pensioni anticipate mostrano una dinamica più articolata. Nel 1995 l'età media alla decorrenza era pari a circa 54 anni per gli uomini e 52 anni per le donne, riflettendo una platea selezionata di lavoratori con carriere lunghe e continue. Nel periodo successivo l'età media aumenta, ma con oscillazioni più marcate rispetto alla vecchiaia, per effetto delle modifiche ai requisiti contributivi e dell'introduzione di misure temporanee di flessibilità.
La riforma introdotta nel 2011 rappresenta il principale punto di discontinuità: l'innalzamento dei requisiti contributivi e il superamento della precedente pensione di anzianità determinano, a partire dalle decorrenze 2012 e 2013, un aumento visibile dell'età media. Tra il 2019 e il 2021, l'introduzione di quota 100 produce una discontinuità di segno opposto, consentendo l'uscita con almeno 62 anni di età e 38 anni di contribuzione. Con il superamento di quota 100 e il passaggio a misure con platee più contenute, come quota 102 e quota 103, le serie tornano successivamente a risalire, riavvicinandosi alla dinamica determinata dai requisiti ordinari.
Tasso di occupazione al massimo storico del 63%
l numero degli occupati ha raggiunto i 24,3 milioni (aprile 2026), con un tasso di occupazione al suo massimo storico e pari al 63%. Resta comunque il più basso tra i cinque Paesi dell'Ue con il maggior numero di abitanti (Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia). Il tasso di disoccupazione è invece al minimo storico al 5%. I dipendenti permanenti rappresentano il driver principale della crescita degli occupati negli ultimi anni. Sono infatti 16,5 milioni (68%); quelli a termine sono 2,5 milioni (10%); i lavoratori autonomi sono 5,3 milioni (22%).
Si è ridotto il gender gap del tasso di occupazione, il cui valore attuale è del 17% (tasso di occupazione maschile al 71,6%; quello femminile al 54,4%). Nel 2025 gli assicurati Inps sono 27,2 milioni (+244mila rispetto al 2024, +1,7 milioni rispetto al dato pre-Covid). Ogni 100 assicurati, 95 hanno una posizione previdenziale unica; 5 ne hanno due o più. Il rapporto dell'Inps segnala poi un aumenta o della discontinuità lavorativa dei giovani che entrano nel mercato del lavoro, misurata come minore accumulo di montante contributivo nei tre anni successivi all'esordio.
Nel 2025 le posizioni lavorative attive risultano pari a 29,365 milioni, con un aumento complessivo di circa 176mila unità rispetto al 2024 e un incremento dello 0,6%. La dinamica espansiva risulta tuttavia più contenuta rispetto a quella registrata tra il 2023 e il 2024, quando l'aumento era stato dell'1,5% e le posizioni lavorative in più erano state circa 400mila. La dinamica per tipologia di posizione lavorativa evidenzia nel 2025 gli incrementi più sostenuti per i parasubordinati (+4,6%).
La crescita risulta invece più contenuta per i dipendenti privati extra-agricoli (+1%) e ancora più moderata per i dipendenti pubblici (+0,5%). Per contro, prosegue nel 2025 la contrazione sia dei lavoratori autonomi che dei lavoratori domestici (-2,3% per entrambe le categorie), mentre per gli operai agricoli nel 2025 la variazione è pressoché nulla (-0,1%).
Negli ultimi 50 anni progressivo rallentamento della crescita dei salari
Il rallentamento della crescita dei salari inizia nei primi anni Ottanta. La crescita media dei salari reali si riduce progressivamente, passando da circa il 3% nel periodo 1976-1979 a valori prossimi allo zero tra il 1996 e il 2000. Negli anni successivi la dinamica salariale continua a oscillare attorno allo zero, senza mostrare segnali di recupero strutturale. Il punto di minimo si registra nel quinquennio 2020-2024, con una contrazione media di circa -0,6% in larga misura riconducibile allo choc inflattivo del biennio 2022-2023.
La stagnazione salariale italiana non è dunque un fenomeno recente, ma un processo di lungo periodo. Le stime dell'istituto mostrano che la diminuzione della crescita salariale è spiegata quasi del tutto dalla componente d'impresa. In particolare, il tasso di crescita dell'effetto impresa diminuisce bruscamente, passando da circa il 3% nel periodo 1976-1979 a circa lo 0,2% nel periodo 1989-1994, per poi oscillare modestamente intorno allo zero negli anni successivi. Il contributo dell'effetto fisso dei lavoratori risulta contenuto.
Cresce di circa lo 0,2% nel periodo 1976-1979, raggiunge lo 0,5% tra il 1980 e il 1984, per mostrare un declino persistente che lo porta ad avvicinarsi allo zero nel periodo 1990-1994 e a diventare negativo negli anni successivi. La componente dei lavoratori offre, invece, un modesto contributo negativo a partire dalla metà degli anni Novanta. La crescita dei salari ha storicamente seguito quella della produttività, rimasta sostanzialmente stagnante nel corso del tempo contribuendo poco alla crescita salariale.
Nel 2025 per i 21,045 milioni di dipendenti pubblici e privati (esclusi operai agricoli e domestici; quelli pubblici sono 3,7 milioni) la retribuzione lorda media annua effettiva è stata pari a 27.649 euro, con una crescita del 3,6% rispetto all'anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019.
Il valore mediano della retribuzione annuale netta dei dipendenti full year full time tra il 2019 e il 2025 è aumentato del 19,2% recuperando di fatto l'inflazione.
ll lavoro domestico regolare è in continua flessione
Il lavoro domestico aveva registrato nel 2020 e 2021 una crescita dovuta sia alla regolarizzazione spontanea legata al lockdown che al decreto sull'emersione di rapporti di lavoro irregolari.L'emersione aveva prodotto una crescita significativa, portando gli occupati del settore a circa 977mila unità, con un incremento di circa +111mila lavoratori (+13%).
A partire dal 2022 si assiste invece a una continua flessione del numero di occupati nel settore e nel 2025 il numero dei lavoratori domestici è stato pari a circa 804mila con una riduzione di circa 19mila unità (-2%) rispetto all'anno precedente. Questo andamento ha riguardato sia la componente italiana che quella straniera. In particolare si evidenzia una riduzione della quota di lavoratori stranieri che, dopo i massimi registrati (con punte all'80%) in concomitanza con le sanatorie di inizio secolo, si attesta nel 2025 al valore del 69%.
Stabile la spesa per l'assegno unico
Nel 2025 l'assegno unico universale ha erogato prestazioni per 19,8 miliardi di euro, un livello di spesa sostanzialmente in linea con quello registrato nell'anno precedente. La platea dei beneficiari è in lieve ridimensionamento, con una contrazione sia del numero di nuclei familiari raggiunti dalla misura (6,3 milioni a fronte dei 6,4 milioni del 2024) che del numero di figli destinatari dell'assegno (circa 10 milioni rispetto ai 10,1 milioni dell'anno precedente).
Anche gli importi medi mensili per nucleo risultano stabili, attestandosi in entrambi gli anni su 274 euro, in ragione del contenuto tasso di adeguamento al costo della vita applicato nel 2025 pari a +0,8% per la perequazione degli importi base e delle maggiorazioni, nonché delle fasce Isee. La misura ha registrato un take-up del 95%. Le regioni del Nord presentano un livello di take-up moderatamente inferiore rispetto a quelle del Centro (rispettivamente 92,7% e 93,2%) e sensibilmente più basso rispetto alle regioni del Sud, che raggiungono un valore pari al 98,8%.
L'assegno unico, sottolinea l'istituto, ha prodotto un aumento della fecondità in alcuni gruppi di donne, seppur contenuto, e una riduzione della probabilità di essere occupate per alcuni gruppi di donne (pari a circa il 2%). C'è poi il caso della Sardegna, dove il bonus bebè ha avuto un impatto significativo sulla fecondità. Il lavoro da remoto è associato a una più alta probabilità di diventare madri e di avere un ulteriore figlio.
Nel 2025 sono 2,8 milioni i beneficiari della Naspi
Nel 2025 i beneficiari di almeno una giornata di Naspi risultano pari a 2,845 milioni, in lieve aumento dello 0,4% rispetto all'anno precedente (nel 2024, a fronte di 2,834 milioni di beneficiari, la crescita era stata più sostenuta e pari al +3,7% rispetto al 2023). E' quanto rileva il rapporto annuale dell'Inps.
Nel 2025 l'incremento dei beneficiari si colloca in un contesto di moderata espansione dell'occupazione, con una dinamica più contenuta rispetto all'anno precedente sia per i contratti a termine (+0,3%) che per quelli a tempo indeterminato (+1,2%). Prosegue, inoltre, la riduzione dei trattamenti riferiti ai lavoratori domestici (-5,6%), in linea con il calo già registrato nel 2024 (-5,8%) e coerente con la contrazione osservata nel settore.
Ascendono a un milione i nuclei beneficiari dell'ADI
Al 31 marzo 2026 è pari a 976mila il numero di nuclei con almeno un pagamento di assegno di inclusione (Adi) sull'intero periodo, per un totale di 2,33 milioni di persone coinvolte, fortemente concentrate al Sud. E' quanto rileva il rapporto annuale dell'Inps. Nel primo anno della misura il numero di nuclei con almeno un pagamento nell'anno è stato pari a 76mila e l'importo medio mensile percepito è stato di 616 euro. L'anno successivo il numero di nuclei con almeno un pagamento è salito a 835mila e l'importo medio mensile percepito è stato di 754 euro.
Per quanto riguarda invece il supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), al 31 marzo 2025 il numero di soggetti beneficiari di almeno un pagamento sull'intero periodo è pari a 249mila e anche per questa misura i beneficiari si concentrano nelle regioni del Sud e nelle Isole, dove sfiorano l'80% del totale. Il 15-20% dei soggetti che percepivano l'ex reddito di cittadinanza con caratteristiche compatibili è transitato in Sfl. Circa un terzo dei potenziali beneficiari di questa misura non lavora né ha presentato domanda.








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