Università, quanto costa davvero e quando la laurea ripaga

Tasse e prestiti in aumento. Ma gli stipendi dei laureati restano più alti: ecco i numeri chiave per decidere.
Biblioteca dell'Università di Bologna
Biblioteca dell'Università di Bologna / Doug Davey, CC BY 2.0 Flickr

La domanda è semplice ma decisiva: la laurea ripaga, ma dopo quanto? I numeri più recenti mostrano un vantaggio salariale netto per i laureati e una maggiore probabilità di trovare lavoro. Allo stesso tempo, però, il conto per le famiglie è salito tra affitti, studentati e tasse, con un ricorso ai prestiti in forte crescita. In mezzo, un mercato del lavoro che premia il titolo ma rallenta per i più giovani, e un paese che spende poco in istruzione rispetto alla media europea. 

Quanto rende una laurea oggi

Guardando alla retribuzione annua lorda media nel 2025, il divario resta evidente: 42.400 euro per un laureato contro 31.000 per chi non ha un titolo universitario. Il differenziale si allarga con l'età: tra i 25-34 anni il reddito medio dei laureati è di 34.445 euro (circa il 21% in più rispetto ai non laureati della stessa fascia), mentre oltre i 55 anni chi ha una laurea arriva in media a 56.000 euro, con un vantaggio che sale al 68%.

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Il titolo pesa anche sulle chance occupazionali. Secondo le rilevazioni più recenti, nel 2025 risulta occupato l'83% dei laureati, quota che scende al 67,3% tra i diplomati e al 45,5% tra chi ha un titolo inferiore. È un segnale chiaro: investire in istruzione tende a proteggere di più nei cicli economici incerti.

Giovani, l'ascensore è più lento

Il quadro cambia se si guarda ai più giovani, dove le criticità del mercato del lavoro incidono di più. Tra i nati fra il 1991 e il 2000, la quota di laureati occupati si ferma al 74%, quindi sotto la media generale dei laureati. Nella stessa fascia d'età crescono anche gli occupati senza laurea: il 70% tra chi ha al massimo il diploma e il 56% tra chi si è fermato alla terza media.

La laurea continua a offrire un vantaggio competitivo, ma l'ingresso resta più impegnativo per le nuove generazioni. Ciò impone di valutare con attenzione tempi, percorsi e città dove studiare, così da non allungare eccessivamente il rientro dell'investimento.

Prestiti in crescita: come si sta finanziando l'università

La propensione a investire nell'istruzione c'è, ma sempre più famiglie la sostengono con il credito. Tra gennaio e settembre 2026 i prestiti finalizzati all'istruzione erogati hanno toccato 235 milioni di euro. Il 17% delle richieste riguarda importi tra 7.000 e 10.000 euro, mentre il 13,6% supera i 10.000 euro.

Il dato fotografa un trend: l'istruzione è percepita come investimento, ma la liquidità immediata non sempre basta. Valutare la sostenibilità delle rate e confrontare più offerte diventa quindi parte integrante della scelta del percorso di studi.

Quando l'investimento rientra: gli atenei che accelerano

Il tema decisivo resta il tempo di rientro, che dipende sia dai costi (tasse, alloggio, costo-opportunità degli anni senza stipendio) sia dagli stipendi iniziali. Secondo le stime di JobPricing, alcuni atenei garantiscono retribuzioni sopra la media già nella fascia 25-34 anni. I laureati della Bocconi raggiungono circa 42.000 euro, quelli del Politecnico di Milano 37.900 euro e del Politecnico di Torino 37.650 euro.

Nonostante Milano e Torino siano mercati abitativi costosi, per chi esce da questi atenei il rientro dell'investimento tende ad avvenire più rapidamente. È un promemoria importante: localizzazione e costo della vita contano, ma il differenziale salariale d'ingresso può ribaltare la convenienza complessiva.

Il contesto che frena: bassa spesa pubblica e troppi Neet

Al quadro individuale si sommano due nodi strutturali. Nel 2024 la spesa pubblica per scuola e università si è fermata al 4% del PIL: in Europa la media è al 4,8%, con la Svezia al 7,2%. Un investimento più basso significa meno borse e meno alloggi pubblici, ricadute dirette sui costi per le famiglie e tempi di rientro più lunghi.

L'altro indicatore è la quota di Neet (15-29 anni che non studiano e non lavorano), pari al 12,2%, contro una media UE del 10,1% e il 5% dei Paesi più virtuosi come i Paesi Bassi. Meno partecipazione formativa e occupazionale tra i giovani significa anche un minor capitale umano disponibile nel medio periodo.

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