Roma sorprende ancora: sull'Aventino, il colle più raccolto e signorile della città, si nasconde una basilica che con simboli e racconti capaci di ribaltare l'idea di "chiesa museo". Qui si incontrano un arancio secolare legato a San Domenico, una porta in cipresso con la più antica raffigurazione della crocifissione giunta fino a oggi e un sasso annerito che, secondo la tradizione, fu scagliato dal diavolo.
- Santa Sabina: un capolavoro paleocristiano integro
- La porta in cipresso: il più antico ciclo ligneo conservato
- L'arancio di San Domenico: una finestra su un chiostro leggendario
- La tradizione dell'arancio da Santa Sabina alla corte papale
- Il lapis diaboli e le tracce del tempio di Giunone
- Luce, marmi e un mosaico che racconta le origini
Santa Sabina: un capolavoro paleocristiano integro
La basilica di Santa Sabina risale ai primi decenni del V secolo e fu voluta dal presbitero Pietro d'Illiria. Dedicata alla martire romana Sabina, è tra gli esempi meglio conservati dell'architettura paleocristiana in Italia.
L'impianto a tre navate, essenziale nei volumi e solenne negli spazi interni, mantiene l'impostazione originaria: linee pulite fuori, ampiezza e luce dentro. Al posto di una facciata vera e propria si incontra un nartece, erede dell'antico quadriportico destinato ad accogliere fedeli e catecumeni. Ed è proprio qui, in questo atrio, che si concentrano le prime meraviglie.
La porta in cipresso: il più antico ciclo ligneo conservato
Il portale ligneo di Santa Sabina, intagliato nel V secolo in legno di cipresso, è considerato il più antico esempio di scultura su legno giunto fino a oggi. Sulla superficie si riconoscono 18 riquadri con scene dell'Antico e del Nuovo Testamento, realizzate con mano e stili differenti, tra echi classicheggianti e tocchi più popolari tipici del Tardoantico.
Tra queste compare la più antica raffigurazione nota della crocifissione, un unicum che racconta quanto fosse raro, nelle prime comunità cristiane, rappresentare direttamente il supplizio della croce. Accanto a essa colpiscono l'Ascensione dal Monte degli Ulivi, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, il rimprovero a Tommaso e alcuni episodi della vita di Mosè resi con sorprendente plasticità.
L'arancio di San Domenico: una finestra su un chiostro leggendario
Sette secoli dopo la costruzione, nel 1219, papa Onorio III affidò la basilica all'Ordine dei Predicatori. È in questo snodo che compare una storia destinata a lasciare il segno: secondo la tradizione, Domenico di Guzmán portò intorno al 1220 un germoglio di arancio amaro dalla Spagna e lo fece piantare nel chiostro del convento.
Da quel ceppo originario sarebbero nati, nei secoli, esemplari che danno frutti pregiati, al punto da alimentare una devozione popolare. Un dettaglio prezioso: l'albero si può scorgere attraverso un'apertura nel muro del nartece, una "finestra" che aggiunge fascino al percorso di visita senza varcare ancora la soglia della navata.
La tradizione dell'arancio da Santa Sabina alla corte papale
Alla simbologia dell'arancio interpretata nel Medioevo tra rimandi a purezza e salvezza si lega un episodio che intreccia spiritualità e cronaca. La tradizione riporta che nel 1379 Caterina da Siena donò a papa Urbano VI arance candite provenienti dall'albero di Santa Sabina.
Un gesto piccolo, ma capace di fissare nella memoria collettiva il legame fra questo chiostro e la Roma dei papi.
Il lapis diaboli e le tracce del tempio di Giunone
Entrando in basilica, l'occhio incontra un reperto tanto semplice quanto carico di significati: una pietra scura poggiata su una colonna tortile. Secondo la leggenda, fu il diavolo a scagliarla contro San Domenico mentre pregava su una lastra con reliquie di martiri, mandandola in frantumi.
La memoria dell'episodio resiste ancora oggi in quel "lapis diaboli", che alcuni ritengono possa provenire dalle strutture del tempio di Giunone Regina, su cui sorse la chiesa.
Luce, marmi e un mosaico che racconta le origini
La navata centrale, ampia e luminosa, è scandita da colonne scanalate con capitelli corinzi di reimpiego e archi a tutto sesto. Il soffitto a cassettoni e i pavimenti in opus sectile, con serpentino, marmo numidico e porfido rosso, danno misura della qualità decorativa dell'insieme.
In origine le superfici dovevano essere ricoperte di mosaici; oggi resta un capolavoro sulla controfacciata: un'iscrizione in lettere d'oro ricorda la fondazione sotto papa Celestino I, incorniciando due figure femminili simboliche. Sono le due Ecclesiae: ex gentibus (dai pagani convertiti) ed ex circumcisione (dalla comunità ebraica), sintesi visiva dell'incipit del cristianesimo. Una formula che trova conferma storica nelle decisioni maturate nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme, intorno al 48-50 d.C.
Articolo visto su (turistipercaso.it) Nella città delle 1000 chiese ce n’è una che ospita alberi d’arancio e la porta in legno più antica al mondo







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