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Dal primo gennaio 2016 niente più “salvataggi di Stato” per le banche italiane

Autore: Alfredo Ranavolo (collaboratore di idealista news)

Dal primo gennaio 2016 niente più “salvataggi di Stato” per le banche italiane. Venerdì il consiglio dei ministri ha licenziato una bozza di decreto legislativo che illustra il funzionamento dei meccanismi da applicare in caso di fallimento di istituti di credito, operativo dall'inizio dell'anno prossimo.

Figlia di una direttiva europea, l'adozione del cosiddetto “bail in” (ovvero salvataggio interno, in contrapposizione col “bail out”, con l'intervento pubblico, al quale tanto spesso abbiamo assistito soprattutto nei primi anni della crisi) era già stata recepita in parlamento, concludendo l'iter a luglio.

Ma ciò non bastava a cancellare quella “messa in mora” alla quale l'Italia era stata sottoposta a gennaio, scaduto il termine entro il quale la direttiva avrebbe dovuto essere adottata. Venerdì il consiglio dei ministri ha licenziato una bozza di decreto legislativo che dettaglia il funzionamento dei meccanismi da applicare in caso di fallimento di istituti di credito, operativo dall'inizio dell'anno prossimo.

Si tratta di rendere l'intervento statale l'estrema ratio per salvare una banca dal fallimento. E comunque solo per una quota molto limitata rispetto al passivo. In prima istanza interverranno i creditori della stessa, con un ordine ben preciso.

Nulla di diverso da quanto avviene per qualsiasi altro tipo di azienda: una volta esaurite le altre forme di attivo, le difficoltà finanziarie di un istituto dovranno essere coperte innanzitutto dagli azionisti, con il capitale a suo tempo versato in cambio delle quote societarie, il primo che rischia di finire perduto. Esaurito anche questo, tocca agli obbligazionisti e ai detentori di altri strumenti di credito emessi dalla banca.

Solo una volta che anche tutto l'ammontare di tali crediti (debiti per la banca) risulterà terminato, rischiano di essere intaccati i risparmi dei correntisti. Almeno quelli che eccedono i 100mila euro, cifra che dovrebbe essere al sicuro grazie al fondo di garanzia che ne dovrebbe salvaguardare il rimborso integrale.

Il condizionale è d'obbligo, perché una crisi che dovesse coinvolgere un istituto di grandi dimensioni, magari in un contesto nel quale al contempo si verificano anche stati di insolvenza di altri di dimensioni minori, potrebbe non lasciare in cassa i fondi sufficienti per soddisfare tutti i detentori di tali crediti. Va aggiunto che recuperare i soldi dal fondo di garanzia non ha certo gli stessi tempi del prelievo dal proprio conto, per cui bisogna mettere in conto anche un lasso di tempo d'attesa non da poco.

Buona norma è quella di tenere sempre d'occhio la situazione patrimoniale della propria banca, essendo pronti a trasferire per tempo la propria liquidità se si dovesse paventare una crisi. Senza, però, lasciarsi condizionare da qualsiasi tipo di avvisaglia, perché un rumor poco fondato, preso per buono da tutti i correntisti, finirebbe per generare uno stato di crisi anche laddove non dovesse esserci.

Esclusi dal contribuire al salvataggio, oltre ai depositi sotto i 100mila euro, sono le disponibilità detenute dalla banca per conto del cliente, come, ad esempio il contenuto di una cassetta di sicurezza o i titoli depositati in un conto apposito, i crediti da lavoro e dei fornitori. La Banca d'Italia, regista dell'intero procedimento, può decidere ulteriori esenzioni.

Una volta esauriti tutti gli strumenti interni, ci potrà essere comunque un intervento esterno, ovvero statale, ma solo in caso che il bail in venga attuato per recuperare almeno l’8% delle passività della banca e per una quota comunque non superiore al 5% del totale passivo.

È noto che, sul tavolo della commissione europea, c'è un dossier per la creazione di una “bad bank” sulla falsariga di quanto fatto da altri Paesi europei negli scorsi anni, per sgravare gli istituti privati da attività deteriorate che bloccano in parte l'erogazione di credito. Il governo spera che questo passo in avanti sull'applicazione della direttiva 2014/59 sia utile a sbloccare la situazione. Che, a questo punto, si complicherebbe invece ulteriormente se non fosse conclusa entro fine anno, prima dell'entrata in vigore delle nuove norme di salvataggio.