Un vulcano ormai silenzioso nasconde due laghi quasi perfetti, blu e circolari, incastonati tra boschi fitti. Sulle sue pendici, grotte di tufo diventate cantine custodiscono un rosso vigoroso che profuma di cenere e frutti rossi. Nei vicoli dei borghi, si parla ancora un dialetto di origine albanese e si celebrano riti che sembrano usciti da un film. Siamo nel Vulture Melfese: un viaggio breve basta per coglierne l'essenza tra storia di briganti, vino potente, laghi vulcanici e un'abbazia affacciata sull'acqua.
Dove si trova il Vulture Melfese e come arrivarci
L'area del Vulture Melfese occupa l'estremo nord della Basilicata, nella provincia di Potenza, e prende nome dall'antico vulcano spento che domina il paesaggio. Il territorio alterna colline scure di origine lavica a filari di viti, con paesi distesi sulle pendici. Per chi arriva da lontano, gli scali di riferimento sono Napoli, Bari o Brindisi; da qui si prosegue in treno o con un'auto a noleggio verso la Basilicata.
I collegamenti ferroviari interessano in particolare Potenza e Melfi, da cui si continua su linee locali o autobus regionali verso Rionero in Vulture, Barile e gli altri borghi. In auto, si entra in regione dalle grandi arterie tirreniche o adriatiche e poi si risale tra boschi e campi lungo strade provinciali.
Rionero in Vulture: dal brigantaggio alle cantine sotterranee
Alle pendici del vulcano, Rionero in Vulture mostra una fisionomia resiliente: case in salita, vicoli, memorie di una Basilicata contadina. Qui trova spazio il Museo del Brigantaggio, ospitato in un edificio quattrocentesco già granaio conventuale e poi carcere borbonico. Gli ambienti in pietra, con volte basse, conservano l'eco di biografie ruvide: abiti, fucili a doppia canna, cappelli, monili femminili aiutano a entrare nella vita quotidiana di chi fu coinvolto nel fenomeno.
Spicca la figura di Carmine Crocco, lucano che nell'Ottocento guidò un esercito di contadini armati, mentre una documentazione multimediale con articoli del Corriere Lucano del 1861 restituisce il clima dell'epoca prima che il racconto diventasse mito.
Rionero è anche sinonimo di vino. L'Aglianico del Vulture ha qui alcune delle sue interpretazioni più note, raccontate da cantine che hanno ridisegnato l'immagine del vitigno. La visita scende spesso nel sottosuolo, dove il tufo assicura temperatura e umidità stabili: corridoi lunghi, luce calda, botti e bottiglie allineate.
Barile: grotte-cantina, dialetto arbereshe e set di Pasolini
La strada verso Barile attraversa colline coltivate e tratti di bosco, poi si apre su una collina traforata: sono le antiche cantine scavate nel tufo, oggi raccolte nel Parco Urbano. Oltre cento cavità testimoniano un uso secolare del sottosuolo per conservare l'Aglianico DOC al fresco naturale della roccia.
Barile custodisce anche una particolarità linguistica: accanto all'italiano, si parla ancora un dialetto albanese arbereshe, retaggio di una comunità di origine albanese insediatasi nel Seicento. Le insegne, i cognomi e qualche conversazione tra anziani ricordano quotidianamente questa doppia radice. Nel 1964 Pier Paolo Pasolini scelse proprio Barile e i suoi abitanti per alcune scene centrali de "Il Vangelo secondo Matteo" - dalla natività alla strage degli innocenti - affidando ai volti dei contadini lucani un realismo che ancora oggi si percepisce percorrendo gli stessi vicoli.
Il Venerdì Santo, la Processione dei Misteri porta in strada oltre cento figuranti. Tra i personaggi emerge la "zingara", una donna ricoperta d'oro - collane, bracciali, monete - in un gesto collettivo che, secondo la tradizione, allontana i malefici e invoca protezione.
Laghi di Monticchio e abbazia di San Michele
Pochi chilometri separano i borghi dalla riserva naturale dei Laghi di Monticchio: due specchi d'acqua di origine vulcanica, quasi circolari, chiamati lago grande e lago piccolo. In alto, su uno sperone che si specchia nel lago piccolo, si staglia l'Abbazia di San Michele Arcangelo, riferimento visivo e narrativo dell'intera valle.
L'abbazia, fondata dai Benedettini intorno all'XI secolo attorno a una grotta di tufo già scelta dagli eremiti di tradizione basiliana, si articola su più livelli: una chiesa settecentesca, una cappella dedicata a San Michele e ambienti che guardano direttamente sull'acqua. Oggi ospita il Museo di Storia Naturale del Vulture, che racconta la biodiversità locale con un "pezzo" sorprendente: la Bramèa (o Bramea), una rarissima falena notturna considerata un fossile vivente.
Diffusa normalmente in una fascia che va dall'Etiopia al Giappone, è stata individuata anche sulle pendici del Vulture, un caso eccezionale documentato dall'entomologo Fred Hartig nel 1963.








per commentare devi effettuare il login con il tuo account