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Conflitto di interessi amministratore di condominio, la Cassazione: “Deve essere provato”

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Autore: Redazione

Il conflitto di interessi dell’amministratore di condominio deve essere provato. Ad affermarlo la Cassazione con la sentenza n. 1662.

Nel dettaglio, l’amministratore di condominio può esercitare i poteri del delegato, esprimendo la volontà di condòmini assenti che gli hanno conferito formale delega, in occasione dell’assemblea. Non sussiste conflitto di interessi, salvo che ciò venga debitamente provato, nella fattispecie concreta, da parte dei condòmini che abbiano subito l’eventuale violazione dei propri diritti dominicali.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 1662, rigettando il ricorso che era stato proposto da due condòmini avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano. E’ tuttavia necessario ricordare che, a seguito della riforma della disciplina del condominio, datata 2012, l’articolo 67, comma 5, delle disposizioni di attuazione del Codice civile prevede che all’amministratore non possono essere conferite deleghe per la partecipazione a qualunque assemblea.

Ecco i fatti. Impugnando le delibere assunte dall’assemblea del condominio, due coniugi assenti hanno depositato ricorso al tribunale di Milano. Il giudice di primo grado ha rilevato la tardiva impugnazione poiché i provvedimenti impugnati, eventualmente, erano affetti da rilevanti vizi di annullabilità e, non già, da violazioni di legge che avrebbero potuto sfociare nelle ipotesi di nullità.

I coniugi non si sono arresi, ma il giudice di secondo grado ha rigettato l’appello, confermando che le delibere impugnate erano, eventualmente, affette da vizi di annullabilità, in quanto era stata denunciata, in particolare, l’irregolare costituzione dell’assemblea e l’illegittimo computo dei voti. La Corte distrettuale ha anche evidenziato che avrebbe dovuto essere onere degli appellanti dare prova dell’effettiva tardiva conoscenza della comunicazione delle determinazioni assunte dall’assemblea, a seguito della consegna del plico postale al portiere e non agli stessi.

Secondo i coniugi è stato violata la norma prevista dall’art. 1137 del Codice civile poiché, a loro dire, erroneamente la Corte distrettuale ha ritenuto che i vizi dedotti con il ricorso originario configurassero annullabilità delle delibere e, non già, nullità. Per i ricorrenti, i vizi denunciati in ricorso originario rappresentavano ipotesi di nullità poiché atterrebbero a violazioni sostanziali e, non già, meramente formali e pertanto incidenti sui loro diritti dominicali.

Secondo i giudici di piazza Cavour, i ricorrenti lamentano violazioni afferenti la costituzione dell’assemblea e la regolarità della votazione delle delibere in quanto contestano la circostanza concreta che l’amministratore abbia votato anche per condòmini assenti, con deleghe non valide. In particolare, i ricorrenti hanno evidenziato una situazione di conflitto d’interessi in capo all’amministratore in relazione alla sua posizione anche di delegato dei condòmini assenti. Gli ermellini sottolineano, però, che tale situazione si configura propriamente “quando il soggetto, in posizione particolare quale rappresentante, curi interesse proprio invece di quello del suo mandante”.

Nel caso in esame, la sentenza evidenzia che l’amministratore aveva espresso il voto per i condòmini assenti sicché non palesava la sua volontà personale, bensì era portatore della volontà altrui. Partendo da tale assunto, la motivazione della sentenza riflette che “il conflitto d’interesse appare configurarsi soltanto se l’amministratore non ebbe a esprimere esattamente la volontà lui demandata dal mandante”, il quale potrà, eventualmente, lamentare elementi estranei al rapporto di mandato.

Per la Cassazione, nella specie non appare profilarsi situazione omologa a quella in tema di società di capitali laddove l’amministratore ne esprime la volontà, poiché viene unicamente dedotto che l’amministratore condominiale non poteva utilizzare la delega ricevuta dai condòmini assenti concorrendo conflitto d’interesse, senza nemmeno una chiara identificazione circa l’essenza in concreto del denunciato conflitto.

Il Supremo collegio sancisce che “o viene dedotto e comprovato dal denunziante che l’amministratore ha espletato in assemblea, quale delegato, attività di convincimento di altri condòmini presenti ovvero espresso voto in difformità rispetto alla volontà lui affidata dal delegante, oppure il conflitto d’interesse con l’ente condominiale deve essere individuato in capo al condòmino rappresentato”. Ma in entrambe le situazioni concrete si realizza mero vizio procedimentale nella formazione della volontà assembleare, vizio che, quindi, può dare origine a mera annullabilità, non intaccando i diritti dominicali del singolo condòmino.

Secondo quanto ricordato dalla Cassazione, inoltre, a seguito del giudicato formatosi in omologa lite di impugnazione delle delibere adottate dall’assemblea condominiale con le medesime modalità di votazione, rimane fissata la regola valida per detto condominio circa le modalità da osservarsi per la votazione anche per il futuro. E l’inosservanza di detta regola importa violazione di legge o regolamento, quindi vizio di annullabilità.