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Quali sono le città più gay friendly in Italia?

Le città più gay friendly d'Italia / Gtres
Le città più gay friendly d'Italia / Gtres
Autore: floriana liuni

In occasione del Gay Pride, idealista/news si è chiesta quali siano le città più "gay friendly" d'Italia e come si sia sviluppata negli ultimi anni la loro offerta abitativa. Abbiamo intervistato il professor Fabio Corbisiero, docente di sociologia dell'ambiente e del territorio all'Università di Napoli e autore del libro "Città arcobaleno. Una mappa della vita omosessuale nell'Italia di oggi".

Come nasce la ricerca sulle città arcobaleno?

Il lavoro è frutto di una ricerca basata sui dati di Ilga, un’associazione LGBT europea che si occupa di ricerca sociale sulle nazioni e sulle aree più o meno inclusive riguardo alle tematiche omosessuali. Noi abbiamo mutuato l’idea applicandola ai contesti urbani italiani, ricavando così una nostra classifica di città definite “città arcobaleno”.

Cosa si intende esattamente per “città arcobaleno”?

Le città arcobaleno non sono semplicemente città gay friendly, ma sono città che aggiungono un valore in più, quello del sistema di welfare e in genere di accoglienza offerto dal governo locale alle persone LGBT. La top ten comprende alcune grandi città del centro sud italia e del nord (vedi quali). Si tratta spesso di città a forte vocazione turistica in cui eventi, festival e manifestazioni LGBT trovano il loro spazio. Troviamo anche servizi o sportelli appositi, ad esempio “di genere”, di cittadinanza attiva, o contro l’omofobia.

Quali criteri fanno di una città una “città arcobaleno”?

Tra i criteri di determinazione della definizione, gli indicatori che abbiamo individuato sono molteplici: in primis la presenza dell’associazionismo, di circoli LGBT attivi in città. Poi l’esistenza di dispositivi sociali come il registro delle unioni civili o la possibilità di trascrivere i figli di coppie omosessuali. Abbiamo poi conteggiato l’esistenza di appositi progetti svolti ad esempio nelle scuole; di centri di ricerca universitari (ad esempio l’osservatorio LGBT dell’università Federico II di Napoli o l’osservatorio di genere dell’università Milano Bicocca); di eventi culturali, manifestazioni o festival a tema; la presenza di turismo LGBT, con zone espressamente dedicate alla socialità LGBT.

Come si concretizza l’identità gay friendly delle città?

L’esistenza di “quartieri gay” ha una doppia lettura sotto il profilo della sociologia urbana: da un lato le persone omosessuali da decenni hanno sentito l’esigenza di sottolineare la propria identità staccandosi dal resto della città acquartierandosi in specifiche aree della città in cui si riscontra un certo grado di omofilia. Troviamo così strade o quartieri specificamente dedicate agli LGBT, in cui queste persone condividono serenamente la stessa identità sentendosi a casa. L’altra lettura che si può dare del fenomeno è quella per cui le città dovrebbero però essere eterofile, combinando le diverse identità nella loro interezza. Ma c’è una fetta di LGBT talmente radicata che non vuole uscire dalla propria zona. Questo tuttavia in Italia non accade: non troviamo infatti veri e propri quartieri gay, ma solo delle zone in cui gli omosessuali si aggregano temporaneamente, come strade, quartieri particolari o spiagge. Ciò avviene anche per un più semplice riconoscimento sociale: non è semplice infatti individuare a colpo d’occhio chi condivide la stessa identità sessuale all’interno di una città, e ancora più nei piccoli centri in cui la reazione del contesto sociale è imprevedibile.

Quali sono, quindi, le città più gay friendly d’Italia?

Sul podio delle prime tre città più gay friendly vediamo, nell’ordine, Roma, Milano e Lecce. Seguono Grosseto, Bologna, Napoli, Genova, Torino, L’Aquila e Siena.

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Come potrebbe evolvere l’offerta abitativa (lato proprietari ma anche lato inquilini/acquirenti) perché ci sia maggiore apertura alla comunità LGBT?

La semplice esistenza dell’etichetta “gay friendly” nell’offerta ricettiva o abitativa per me rappresenterebbe un passo indietro.  E’ invece una questione di cultura e di formazione: alcune città, come Copenhagen, raccolgono talenti, diversità e multiculturalismo, e vi convivono persone che svolgono professioni diverse e provengono da zone del globo completamente diverse. Si tratta di qualcosa che deve esistere nel Dna delle città, che dovrebbero essere già predisposte alla diversità in tutte le sue forme. Alcune aree delle città si dovrebbero invece adattare al senso dell’identità LGBT (come i semafori arcobaleno a Napoli o le strisce pedonali rainbow in Canada) ma nel contesto di un’offerta sociale e culturale più ampia che coinvolga l’intera città e non solo la comunità LGBT.

Italia vs estero: a che punto siamo dal punto di vista del rispetto dell’identità LGBT?

Dal punto di vista legislativo siamo arrivati tardi anche rispetto ai Paesi dell’ex blocco sovietico:  la legge sulle unioni civili (legge Cirinnà) è stata approvata solo nel 2016, mentre ad esempio negli Usa è stata approvata già dagli anni ’90 e in altri Paesi europei nei primi 2000. Dal punto di vista sociale, invece, l’accettazione dell’identità Lgbt è molto migliorata. Fino ad una ventina di anni fa si parlava di “squallidi ambienti omosessuali”, adesso non è più così. Ora il dibattito si sposta su altri diritti civili per i quali il cammino è ancora molto lungo.