Dietro quei lunghi muretti in pietra a secco di cui è punteggiata la Puglia, apparentemente anonimi, si nasconde un sistema complesso che ha regolato per secoli la vita delle greggi, dei pastori e delle comunità rurali legate alla transumanza. Capire davvero cosa sono gli jazzi significa leggere il paesaggio della Puglia con occhi nuovi: non si tratta solo di “recinti per pecore”, ma di veri e propri dispositivi territoriali, al centro di un’economia fondata sul movimento stagionale degli animali e sulla produzione di latte, formaggi e lana.
Definizione di jazzo (o iazzo) e significato del termine
La Puglia – dalla Murgia al Tavoliere fino al Gargano – è disseminata di questi complessi in pietra, spesso in rovina ma ancora perfettamente leggibili per chi sa riconoscerne le forme, gli allineamenti e i dettagli costruttivi. Dal punto di vista funzionale lo jazzo è un grande recinto in pietra a secco destinato al ricovero delle greggi, soprattutto pecore, durante le soste della transumanza o nei periodi in cui i pascoli circostanti venivano sfruttati in modo intensivo.
Ma fermarsi a questa definizione sarebbe riduttivo. Con il termine jazzo/iazzo si indica infatti un piccolo complesso produttivo rurale, che comprende in genere:
- un ampio recinto per pecore in pietra a secco, spesso di forma irregolare e adattato alla morfologia del terreno;
- eventuali spazi coperti (casoni, lamioni, talvolta semplici tettoie) utilizzati per il ricovero di animali, persone e attrezzature;
- aree e strutture specifiche per la mungitura e la prima trasformazione del latte sul posto, senza necessità di lunghi spostamenti fino alle masserie principali.
Nell’uso locale esistono varianti come jazzo, iazzo e in qualche area anche forme vicine a stazzo. Oggi, il rinnovato interesse per l’architettura rurale storica si riflette anche nel mercato immobiliare: non è raro che queste strutture vengano recuperate, come dimostra l’attenzione crescente verso i trulli e le masserie in vendita in Puglia, spesso situati in contesti paesaggistici di grande valore.
L'origine del nome jazzo
L’interpretazione etimologica più diffusa collega jazzo/iazzo al latino iaceo, che significa “giacere, stare distesi, restare in un luogo”. L’idea è che lo jazzo sia innanzitutto il posto in cui le greggi “giacciono”, cioè sostano e si fermano dopo le lunghe ore di cammino lungo i tratturi.
Questa etimologia, oltre ad avere un fondamento linguistico, restituisce bene il significato simbolico dello jazzo: non solo un’opera muraria, ma un luogo di stasi in una rete fondata sul movimento. Nella logica della transumanza – fatta di viaggi lenti ma continui – lo jazzo rappresenta la pausa, la sicurezza, il riposo.
La funzione degli jazzi nella transumanza e nella vita pastorale
Per capire fino in fondo cosa sono gli jazzi bisogna collocarli nel contesto della transumanza, cioè in quel sistema di spostamenti stagionali che per secoli ha portato greggi, mandrie e pastori a percorrere centinaia di chilometri tra montagne appenniniche e pianure pugliesi. Ogni jazzo funzionava come un nodo logistico all’interno della rete dei tratturi. Qui le greggi trovavano:
- ricovero stagionale durante l’inverno o nei periodi di permanenza prolungata in una determinata area di pascolo;
- protezione notturna dagli attacchi di lupi, volpi, faine e altri predatori, grazie ai muri alti;
- uno spazio organizzato per la mungitura quotidiana e per la separazione degli agnelli dalle madri, a seconda delle esigenze di allevamento;
- un luogo adatto alla prima lavorazione del latte (riscaldamento, cagliata, formaggi freschi e ricotte) senza rischiare deterioramenti dovuti al caldo o alla distanza dalle strutture principali;
- un punto comodo per il conteggio dei capi, il controllo sanitario degli animali e, in alcune epoche, la riscossione di imposte legate all’uso dei pascoli;
- una sorta di “stazione di servizio” rurale per pastori e lavoratori stagionali, dove riposare, cucinare, riparare attrezzi e attrezzature.
Jazzi, tratturi e masserie in Puglia
Nella geografia storica della transumanza pugliese, gli jazzi non sono isolati nel nulla, ma inseriti in reti complesse che collegano tratturi, tratturelli, masserie, poste e riposi. In genere:
- gli jazzi sorgono lungo i tratturi che raccontano la transumanza o lungo i tratturelli secondari, in punti strategici dove l’acqua, il pascolo e la morfologia del terreno consentono una sosta sicura;
- sono spesso collegati a masserie più grandi, che rappresentano il centro amministrativo e produttivo dell’azienda agricolo-pastorale: talvolta lo jazzo è vicino alla masseria, talvolta è un avamposto distaccato ma funzionalmente collegato;
- si affiancano ad altre strutture come poste (più legate alla conta ufficiale dei capi e alla fiscalità) e riposi (ricoveri più rudimentali usati per una o poche notti), creando una vera e propria infrastruttura del movimento pastorale.
Visto dall’alto, il sistema appare come una fitta trama di linee (i tratturi) e punti (jazzi, poste, riposi, masserie) che regola tempi, ritmi e spazi della transumanza. In questo reticolo, lo jazzo è il luogo privilegiato della vita quotidiana del gregge, dove si svolge gran parte del lavoro pratico e della convivenza tra uomo e animale.
Dove si trovano gli jazzi e come riconoscerli nel paesaggio
Dove si possono vedere e come imparare a individuare gli jazzi è importante durante un’escursione o un viaggio in Puglia. La loro presenza è legata a paesaggi interni, spesso pietrosi e apparentemente “vuoti”. Le zone in cui gli jazzi sono più diffusi – e dove la loro impronta è ancora leggibile – sono soprattutto:
- l’altopiano dell’Alta Murgia, con i suoi paesaggi carsici, le doline e i lunghi muretti a secco;
- il Tavoliere delle Puglie e i territori storicamente legati alla Dogana delle pecore di Foggia (Andria, Ruvo, Minervino, Spinazzola e altri centri limitrofi);
- il promontorio del Gargano, con le sue vie pastorali interne e i passaggi verso le zone di pascolo costiere o submontane;
- altre aree calcaree interne in continuità con i grandi tratturi che collegavano Abruzzo, Molise, Campania e Puglia.
Gli elementi che distinguono uno jazzo
Per individuare uno jazzo, conviene prestare attenzione a una serie di elementi ricorrenti. Non sempre sono tutti presenti, soprattutto negli esempi più antichi, ma quando se ne riconoscono diversi è molto probabile di trovarsi davanti a uno jazzo vero e proprio.
- Un ampio recinto in pietra a secco, in genere di dimensioni notevoli rispetto ai piccoli recinti per orti o per pochi animali, spesso disposto in leggera pendenza per favorire il drenaggio.
- Un muro perimetrale più alto e spesso dei comuni muretti divisori, talvolta con un coronamento particolare costituito da lastre sporgenti (paralupi).
- Muretti interni che suddividono lo spazio recintato in scomparti: servivano a separare gruppi diversi di animali o a creare percorsi obbligati durante la mungitura o il conteggio.
- Piccoli locali coperti addossati al recinto (casoni, lamioni), talvolta riconoscibili dai resti di archi, coperture a volta o frammenti di tetto.
- La presenza di un mungituro: una struttura caratteristica, con corpo centrale e due recinti esterni collegati, che costituiva il “filtro” obbligato per la mungitura di tutte le pecore.
Gli jazzi oggi nel paesaggio pugliese
Che ne è stato di queste strutture ora che la transumanza tradizionale è in gran parte scomparsa e l’allevamento si è trasformato? Il loro stato di conservazione è molto variabile e nel paesaggio rurale pugliese è possibile incontrare diverse situazioni.
Ci sono jazzi in rovina, ridotti a basse cortine di pietra o a porzioni di muro frammentarie; strutture restaurate nell’ambito di progetti di valorizzazione dei muretti a secco, della transumanza o dei parchi naturali e infine complessi riadattati ad uso agricolo o agrituristico, dove alcuni elementi originari (muri, casoni, mungituro) sono stati conservati e reinterpretati in chiave contemporanea.
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