Il rischio climatico minaccia fino al 6% del Pil italiano entro il 2050

Secondo Deloitte solo una piccola parte delle infrastrutture in Italia è pronto ad affrontare l'emergenza
Maltempo
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Il cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale: è una variabile economica destinata a ridisegnare la competitività dell'Italia. Secondo il report di Deloitte "Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento", realizzato con il contributo del Politecnico di Milano, dell'Università Ca' Foscari, della Florence School of Regulation e di Ipsos-Doxa, i danni diretti alle infrastrutture italiane potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro l'anno entro il 2050. Un impatto che, sommato agli effetti indiretti come l'interruzione dei servizi e le ricadute sulle catene di fornitura, potrebbe arrivare a costare tra 11,5 e 18 miliardi annui. Sul Pil, la proiezione è ancora più preoccupante: una contrazione compresa tra l'1,6% e il 6% entro la metà del secolo, con un'accelerazione non lineare destinata ad aggravarsi nel tempo.

Infrastrutture e turismo nel mirino

I settori più esposti sono le infrastrutture e il turismo. Per le prime, i danni diretti potrebbero già toccare i 2 miliardi di euro annui entro il 2030, per poi più che raddoppiare nel ventennio successivo. Per il turismo, invece, gli scenari variano sensibilmente in base all'intensità del riscaldamento globale: con un aumento medio delle temperature di 2°C le perdite dirette sono stimate attorno ai 17 miliardi di euro, mentre in uno scenario a +4°C la contrazione della domanda potrebbe sfiorare il 9%, con perdite che arriverebbero a circa 52 miliardi. Il rischio, inoltre, non resta confinato all'economia reale ma si trasmette a quella finanziaria attraverso l'aumento del costo di rifinanziamento, la crescita del debito pubblico e la compressione dello spazio fiscale.

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Le Pmi italiane: consapevolezza bassa, azioni insufficienti

A fronte di scenari così severi, il livello di preparazione delle piccole e medie imprese italiane appare ancora largamente inadeguato. Solo il 34% delle Pmi intervistate attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo o centrale nei propri modelli di gestione, e appena il 39% si dichiara molto o abbastanza esposta ai rischi fisici su un orizzonte decennale. Sul piano operativo, le lacune sono ancora più marcate: solo il 14% ha adottato misure per garantire la continuità del business in caso di eventi estremi, e appena il 10% ha introdotto interventi di adattamento su infrastrutture e asset fisici.

Investimenti di corto respiro

Anche quando le imprese decidono di agire, lo fanno con una visione di breve periodo. L'83% delle Pmi orienta la propria strategia di investimento su un orizzonte massimo di cinque anni, con importi che nel 77% dei casi non superano i 100.000 euro nell'arco di tre anni. La voce prevalente resta quella delle coperture assicurative, scelta dal 54% delle imprese, mentre gli interventi di adattamento infrastrutturale riguardano solo il 23% del campione e i sistemi di monitoraggio del rischio appena il 20%. A confermare il ritardo sul fronte dell'innovazione, non più del 18% delle Pmi si avvale di strumenti digitali o piattaforme dedicate alla gestione del rischio climatico, inclusa l'intelligenza artificiale.

La sfida della transizione per le imprese italiane

Il quadro che emerge dal report di Deloitte descrive un sistema imprenditoriale che fatica a tradurre la consapevolezza del rischio in strategie strutturate e di lungo periodo. Solo il 18% delle Pmi si dichiara pienamente pronto a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico, a testimonianza di un gap che rischia di penalizzare le imprese anche nell'accesso al credito e alle coperture. Secondo Paolo D'Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean, investire in mitigazione e adattamento non significa solo adeguarsi a vincoli normativi, ma cogliere un'opportunità concreta per rafforzare crescita e innovazione. In questo percorso, l'intelligenza artificiale è indicata come una delle leve principali per aumentare la resilienza delle infrastrutture e ottimizzare il ritorno degli investimenti, sia per le imprese che per le istituzioni pubbliche.

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