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Coltivare cannabis in casa è legale, ma solo in alcuni casi

Una sentenza della Cassazione stabilisce che coltivare in casa piccole quantità di cannabis per uso personale non è più un reato

Gtres
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Autore: Redazione

Buone notizie per chi ha il pollice verde, dal 2020 infatti si arricchisce la lista delle piante da poter mettere in balcone. La Cassazione ha recentemente stabilito che coltivare cannabis in casa e per uso personale è legale.

Nello specifico, non solo la marijuana, ma più in generale le piante da cui si possono ricavare sostanze stupefacenti sono state depenalizzate se la coltivazione è indirizzata all’uso personale. Si legge nelle motivazioni:

“Le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

E pensare che meno di due anni fa idealista aveva preparato un pesce d'aprile in cui si annunciava che la cannabis non solo sarebbe diventata legale, ma obbligatoria sui nostri balconi perché il Parlamento Europeo la considerava un elemento fondamentale per la lotta all'inquinamento (vai alla notizia e al video).

A destare stupore, però, è la congiuntura temporale. Perché, a maggio 2019, la stessa Corte si era espressa circa l’illegalità della vendita della cosiddetta cannabis light, quella varietà specifica di canapa con un quantitativo di Thc talmente basso da non poter produrre effetti stupefacenti.

Una sentenza che repentinamente aveva spiazzato gli oltre 1.500 esercizi commerciali avviati proprio per vendere la cannabis light, sorti quando la produzione e la commercializzazione delle inflorescenze erano ancora considerate legali. Anche se possa sembrare paradossale, in realtà, il principio utilizzato per le due sentenze non è in contraddizione.

Nella sostanza, infatti, ciò che viene proibito è la vendita, a prescindere dal quantitativo di Thc presente. La distinzione determinante è quella tra coltivazione finalizzata al commercio e una coltivazione per uso personale. Il discrimine fondamentale non è il quantitativo di Thc contenuto ma la “scala” dalla produzione.

E negli ultimi giorni è stato varato anche il decreto che stabilisce i limiti di Thc negli alimenti: 2 milligrammi per chilo per i semi di cannabis sativa, la farina ottenuta da semi e gli integratori contenenti alimenti derivati; 5 milligrammi per chilo, invece, per l'olio ottenuto da semi.

Di fatto, quindi, arriva un’ulteriore apertura per l’utilizzo della cannabis a tavola. Coldiretti ha accolto favorevolmente, commentando: “Sono state date risposte alle centinaia di aziende agricole che hanno investito nella coltivazione di questo tipo di pianta. Basti pensare - prosegue - che i terreni coltivati in Italia in cinque anni sono aumentati di dieci volte, passando dai 400 ettari del 2013 a quasi 4000 nel 2018”.