L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti potrebbe far aumentare i prezzi alimentari mentre tassi Bce più alti farebbero lievitare i mutui casa
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La crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno innescato forti tensioni sui mercati energetici globali. Gli economisti segnalano il pericolo di stagflazione, ovvero crescita economica più debole accompagnata da prezzi più alti. In questo contesto la Bce dovrà decidere come agire sui tassi. Al contempo per le famiglie gli effetti potrebbero tradursi in carburanti e bollette più cari, rincari sui prodotti alimentari e possibili aumenti delle rate dei mutui se l’inflazione dovesse spingere verso politiche monetarie più restrittive. Diversi esperti cercano di leggere la situazione: ecco il quadro che ne emerge.

Lo shock geopolitico che minaccia l’economia globale

La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi più delicati per l’economia mondiale degli ultimi anni. Secondo l’analisi di Cribis, l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran – culminata con attacchi incrociati e raid su Teheran – ha trasformato uno scenario di rischio teorico in un evento concreto: il 28 febbraio 2026 il corridoio marittimo è stato ufficialmente chiuso, aprendo una fase di forte volatilità energetica, logistica e finanziaria.

Il peso strategico di questo passaggio è enorme. Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio, pari a circa 20 milioni di barili al giorno, e circa il 20% delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. Le alternative terrestri, come gli oleodotti che aggirano il Golfo, possono sostenere meno di un ottavo dei volumi necessari: una capacità del tutto insufficiente per compensare l’eventuale blocco.

Secondo l’analisi di Rick de los Reyes di T. Rowe Price, proprio questo snodo rappresenta “l’arteria principale per i flussi globali di petrolio e GNL”. La sospensione dei volumi di trasporto nelle fasi iniziali del conflitto ha immediatamente spinto i mercati a incorporare un premio di rischio energetico, anche se resta da capire se l’interruzione sarà breve o prolungata. Nel secondo caso si configurerebbe un vero shock dell’offerta energetica globale, con implicazioni dirette su inflazione, crescita e tassi di interesse.

Energia più cara: il primo motore dell’inflazione

Il primo effetto tangibile della crisi riguarda i prezzi energetici. Secondo Cribis, il Brent – uno dei principali benchmark mondiali del petrolio – è passato da 72 dollari al barile a circa 80 dollari immediatamente dopo gli attacchi, segnando il rialzo più forte degli ultimi mesi. In caso di blocco prolungato dello Stretto, il prezzo potrebbe arrivare tra 100 e 130 dollari, livelli paragonabili ai picchi registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Parallelamente, le quotazioni del gas naturale sono aumentate rapidamente. Sempre secondo Cribis, i prezzi sono saliti di oltre il 25% nei principali hub europei, mentre l’analisi di Henry Cook, economista europeo di MUFG Bank, indica un incremento anche più marcato per alcuni contratti con consegna nel breve termine, con aumenti intorno al 35% legati anche al basso livello degli stoccaggi europei.

Questi movimenti hanno implicazioni dirette sull’inflazione. Cook ricorda che uno scenario ipotizzato dalla Banca centrale europea – con petrolio in aumento del 14,2% e gas del 20% – porterebbe a un incremento dell’inflazione dell’area euro di circa 0,5 punti percentuali. Si tratta di un ordine di grandezza utile per comprendere l’impatto potenziale della crisi.

L’effetto economico è particolarmente delicato perché i prezzi energetici agiscono come una “tassa implicita” su imprese e consumatori. Come sottolinea de los Reyes, quando petrolio e gas raggiungono livelli elevati finiscono per inasprire le condizioni finanziarie e ridurre la domanda, rallentando la crescita.

Dal petrolio ai fertilizzanti: il rischio di inflazione alimentare

L’impatto della crisi non si limita al comparto energetico. Secondo Cribis, lo Stretto di Hormuz rappresenta anche uno snodo fondamentale per il commercio mondiale di fertilizzanti: tra il 25% e il 35% dei flussi globali transita da quest’area.

Un aumento dei costi dei fertilizzanti tende a trasferirsi nel giro di pochi mesi sull’intera filiera agricola, facendo crescere i prezzi delle produzioni agricole e quindi dei prodotti alimentari. Il risultato è un aumento dell’inflazione nel cosiddetto “carrello della spesa”, con un impatto diretto sul potere d’acquisto delle famiglie.

Secondo Cribis, l’effetto combinato di energia e alimentari potrebbe quindi riaccendere una nuova ondata inflattiva, comprimendo il reddito disponibile e riducendo i consumi. In altre parole, si rischia di tornare a una dinamica simile a quella già osservata durante la crisi energetica del 2022.

Lo spettro della stagflazione nell’Eurozona

Il vero timore degli economisti è che l’Europa possa entrare in una fase di stagflazione, cioè una combinazione di crescita debole e inflazione elevata.

Secondo Henry Cook di MUFG Bank, l’area euro aveva iniziato il 2026 con segnali di ripresa ciclica e un’inflazione prevista leggermente sotto l’obiettivo del 2%, attorno a una media dell’1,7%. Tuttavia, l’impennata dei prezzi energetici potrebbe cambiare rapidamente il quadro, portando l’inflazione a superare moderatamente l’obiettivo della BCE.

Allo stesso tempo lo shock energetico rischia di frenare la crescita. Secondo Kaspar Hense, Senior Portfolio Manager di RBC BlueBay, l’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea.

Lo scenario complessivo è dunque complesso: prezzi più alti e crescita più debole. Cook sottolinea che i rischi di stagflazione sono aumentati e che questo rappresenta una delle situazioni più difficili da gestire per una banca centrale.

Il dilemma della BCE: inflazione più alta ma crescita fragile

In questo contesto la Banca centrale europea si trova davanti a una scelta delicata.

Secondo Kaspar Hense di RBC BlueBay, anche se petrolio e gas dovessero rimanere elevati e spingere l’inflazione al rialzo, è improbabile che la BCE aumenti i tassi nel corso dell’anno. La ragione è che lo shock energetico avrà probabilmente un effetto negativo sulla crescita.

Un’analisi simile emerge anche dal commento di Henry Cook, secondo cui le pressioni sui prezzi rafforzano l’idea che i policymaker mantengano invariata la politica monetaria. In altre parole, la BCE potrebbe decidere di tollerare temporaneamente un’inflazione leggermente superiore all’obiettivo piuttosto che irrigidire ulteriormente le condizioni finanziarie.

Il motivo è che le banche centrali tendono a “guardare oltre” gli shock inflazionistici temporanei dal lato dell’offerta, soprattutto quando derivano da fattori geopolitici e non da un eccesso di domanda interna.

Mutui, bollette e prezzi: l’impatto sulle famiglie

Sul fronte dei consumatori, gli effetti della crisi potrebbero essere molto concreti. Secondo l’analisi del Codacons, i primi segnali riguardano i carburanti. L’aumento dei prezzi del petrolio si traduce rapidamente in rincari alla pompa, con effetti a catena sui costi di trasporto delle merci e quindi sui prezzi dei prodotti nei supermercati.

Anche il settore dei trasporti e del turismo potrebbe risentirne. Il Codacons osserva che il comparto aereo, colpito dalle limitazioni al traffico in questi giorni, potrebbe reagire con aumenti generalizzati delle tariffe, con ripercussioni sull’intero settore dei viaggi.

Le bollette rappresentano un altro fronte sensibile. Chi ha un contratto energetico a prezzo variabile potrebbe vedere presto salire le tariffe di luce e gas, mentre le imprese potrebbero trasferire parte dei costi energetici sui prezzi finali dei prodotti.

L’effetto sui mutui e sul bilancio delle famiglie

La dinamica dei mutui dipenderà soprattutto dall’andamento dell’inflazione e dalle decisioni della BCE. Secondo il Codacons, se la crisi in Medio Oriente dovesse spingere l’inflazione di un punto percentuale, la spesa annua di una famiglia con due figli aumenterebbe di circa 457 euro, che si sommerebbero all’inflazione già acquisita nel 2026 (+1,1% secondo l’Istat), portando il conto totale a circa 959 euro annui.

In uno scenario di inflazione più elevata, la BCE potrebbe decidere di aumentare i tassi, con un effetto diretto sulle rate dei mutui a tasso variabile e sui costi dei finanziamenti. Per attenuare l’impatto sui prezzi dei carburanti, il Codacons ricorda che il governo dispone già di strumenti normativi come il meccanismo delle “accise mobili”, previsto dal decreto n. 5/2023, che consente di utilizzare l’extra-gettito IVA derivante dal caro carburanti per ridurre temporaneamente le accise su benzina e gasolio.

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