Secondo il Rapporto di Genere AlmaLaurea 2026, le donne hanno raggiunto e superato gli uomini nei risultati accademici e nella partecipazione all’istruzione universitaria, ma permangono disuguaglianze strutturali nelle scelte disciplinari, nell’accesso e nella qualità del lavoro e nelle retribuzioni. Tali divari non sono il frutto di singoli fattori isolati, bensì di processi cumulativi che iniziano prima dell’università e si consolidano nel tempo, attraverso l’interazione tra contesto familiare, modelli culturali e dinamiche del mercato del lavoro.
In particolare, il rapporto analizza le differenze tra donne e uomini lungo l’intero percorso che va dalla formazione universitaria all’ingresso e alla permanenza nel mercato del lavoro, collocandosi nel quadro degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 e delle strategie europee per la parità di genere. Dai dati emerge innanzitutto che le donne rappresentano ormai la maggioranza dei laureati, attestandosi intorno al 60%. Tuttavia, la loro presenza diminuisce progressivamente ai livelli più elevati del percorso accademico, fino a scendere sotto la metà tra i dottori di ricerca. Nonostante ciò, le laureate mostrano performance accademiche mediamente migliori rispetto agli uomini: conseguono il titolo più spesso nei tempi previsti e con voti più alti. Questo vantaggio affonda le radici già nel percorso scolastico precedente, dove le donne presentano votazioni medie più elevate e una provenienza più frequente dai licei, fattori che incidono positivamente sugli esiti universitari.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il contesto familiare. Le laureate provengono mediamente da famiglie con un livello di istruzione più basso rispetto ai laureati uomini e risultano quindi protagoniste più spesso di percorsi di mobilità sociale ascendente. Al contrario, l’“eredità” del titolo universitario, ossia la scelta di un percorso di studi analogo a quello dei genitori, è più frequente tra gli uomini, specialmente nei corsi magistrali a ciclo unico che conducono alle professioni liberali. Questo evidenzia come i meccanismi di trasmissione intergenerazionale continuino a incidere in modo differenziato sulle scelte formative.
La segregazione di genere appare particolarmente evidente nell’ambito STEM. Le donne costituiscono poco più del 40% dei laureati in queste discipline e la loro presenza si riduce ulteriormente nei dottorati di ricerca scientifici e tecnologici. Inoltre, per le donne la scelta di un percorso STEM risulta più fortemente influenzata dal livello di istruzione dei genitori, segno che le dinamiche familiari e culturali giocano un ruolo decisivo. Durante gli studi universitari, tuttavia, le laureate arricchiscono il proprio curriculum con maggiore frequenza rispetto agli uomini, partecipando più spesso a tirocini e ad altre esperienze formative qualificanti.
Il passaggio al mercato del lavoro mette in luce la persistenza di divari di genere. A un anno dalla laurea gli uomini presentano tassi di occupazione più elevati, e sebbene il differenziale si riduca nel medio periodo, non si annulla del tutto. La presenza di figli incide in modo particolarmente penalizzante per le donne, ampliando il divario occupazionale. Anche la qualità dell’occupazione mostra differenze significative: gli uomini risultano più frequentemente occupati con contratti a tempo indeterminato o in attività autonome, mentre le donne sono più spesso impiegate con contratti a tempo determinato e nel settore pubblico.
Il divario più evidente rimane quello retributivo. A cinque anni dalla laurea gli uomini percepiscono mediamente circa il 15% in più rispetto alle donne, e questa differenza si mantiene anche tra chi lavora all’estero. Ciò avviene nonostante le donne dichiarino più spesso che la laurea conseguita sia efficace o molto efficace rispetto al lavoro svolto. In altre parole, a una percezione di coerenza e valorizzazione delle competenze non corrisponde una pari ricompensa economica.
Il tema della mobilità territoriale conferma ulteriori differenze. Il Mezzogiorno continua a registrare una perdita di capitale umano a favore del Centro e soprattutto del Nord. Gli uomini risultano più propensi delle donne a spostarsi, sia all’interno del Paese sia verso l’estero. Tra i laureati internazionali, le donne mostrano una maggiore tendenza a rimanere in Italia dopo gli studi, mentre gli uomini si trasferiscono più frequentemente all’estero per lavoro. La mobilità è associata a retribuzioni più elevate, ma anche in questo caso il vantaggio economico resta prevalentemente maschile.
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