Un grattacielo residenziale che si solleva da terra su sottili pilastri — come un edificio in punta di piedi — per lasciare che l'acqua, la vegetazione e la vita pubblica possano scorrere liberamente sotto di esso. È il Climate Adaptive Tower, il progetto presentato il 22 luglio 2026 da CRA-Carlo Ratti Associati in collaborazione con la società di costruzioni sudcoreana GS E&C per Seoul: una torre di 140 metri pensata per rispondere alle sfide del cambiamento climatico in una città sempre più esposta al rischio di alluvioni e all'aumento delle temperature.
L'idea: sollevare l'edificio per restituire il suolo alla città
Il principio architettonico alla base del progetto è radicale nella sua semplicità. Anziché sigillare il terreno con una tradizionale impronta a terra, la torre viene sollevata su esili supporti strutturali — i "tacchi alti" del titolo — liberando l'intera superficie sottostante. Il suolo rimane aperto e permeabile: durante le piogge intense, l'acqua piovana viene catturata e rallentata sul sito, scorrendo attraverso il paesaggio prima di raggiungere l'infrastruttura di drenaggio cittadina.
Il progetto abbraccia i principi della cosiddetta "sponge city" — la città spugna — che tratta l'acqua non come un problema da eliminare il più rapidamente possibile, ma come una risorsa da gestire all'interno dell'ecosistema urbano. L'impronta ridotta dell'edificio preserva gli alberi esistenti sul sito e crea nuovo spazio pubblico al livello del suolo. I giardini e gli spazi sociali collegano la torre al contesto urbano circostante, generando una sorta di cortile a cielo aperto alla scala dell'isolato, illuminato dalla luce naturale che penetra liberamente sotto la struttura sopraelevata.
Gli spazi condivisi: farm urbana, salotti, case da tè e giardini rifugio
Il livello del suolo liberato non è uno spazio residuale, ma il cuore sociale dell'intervento. Sotto la torre trovano posto una farm comunitaria, salotti per la ristorazione e case da tè: la produzione alimentare diventa parte della vita quotidiana, innescando interazione sociale e costruendo comunità. La luce naturale che raggiunge questi livelli, resa possibile dall'elevazione della struttura, li rende spazi vivibili e attrattivi durante tutto l'anno.
In quota, il progetto trasforma un obbligo normativo in un'opportunità. La legislazione sudcoreana impone la presenza di un piano rifugio ogni 30 piani negli edifici alti: in questo progetto quei livelli di sicurezza obbligatori diventano giardini condivisi sopraelevati, distribuiti lungo tutta l'altezza della torre. Spazi protetti in caso di emergenza ma, nella vita ordinaria, luoghi di socialità e verde sospeso nel cielo di Seoul.
Le facciate adattive: fotovoltaico a sud, brise-soleil a est e ovest
La torre risponde anche alle condizioni ambientali locali attraverso facciate differenziate per orientamento. Il lato esposto a sud integra pannelli fotovoltaici per la produzione di energia solare. Le facciate est e ovest sono equipaggiate con lamelle verticali per filtrare la luce nelle ore mattutine e pomeridiane, riducendo il surriscaldamento. Anziché affidarsi a un involucro uniforme — la soluzione convenzionale — l'edificio si adatta alle condizioni specifiche di ogni faccia, e i residenti percepono dall'interno il movimento del sole nel corso della giornata come un elemento vivo dell'architettura.
Carlo Ratti: "Lasciamo all'acqua più tempo e più spazio"
Carlo Ratti, founding partner di CRA e professore al MIT e al Politecnico di Milano, ha sintetizzato la filosofia del progetto con una frase che ne cattura l'essenza: le città hanno trascorso buona parte del secolo scorso cercando di far sparire l'acqua il più rapidamente possibile. A Seoul, di fronte a un clima che cambia, la domanda da porsi è come una torre possa dare all'acqua più tempo e più spazio. Sollevando l'edificio sui "tacchi alti", il suolo può conservare i propri alberi, assorbire l'acqua piovana e funzionare come parte del sistema di adattamento climatico della città.








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