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"Piazza grande", la prima agenzia di housing sociale rivolta alle persone senza dimora (intervista)

Un supporto all'abitare, ma dentro la comunità. È questo il cuore del progetto “tutti a casa”, nato nel 2013 con l’obiettivo di rivolgersi al mercato immobiliare privato per rispondere al problema dell'emergenza casa e che ha di fatto dato vita alla prima agenzia di housing sociale rivolta alle persone senza dimora della provincia di Bologna, secondo l'approccio "housing first". A idealista news Alessandro Tortelli, presidente di "piazza grande", l'associazione fondata dalle persone senza dimora di Bologna, ha spiegato di cosa si tratta e perché è un progetto vincente.

Come è nata l'idea del progetto "tutti a casa"?

L'idea del progetto nasce fondamentalmente da un’esperienza concreta. Quando ho iniziato a lavorare nell’associazione quest’ultima viveva un momento di profonda crisi. C’è stata, quindi, una fase di generale rinnovamento e abbiamo iniziato a lavorare con le persone senza fissa dimora offrendo un piccolo servizio di strada. Pensavo che il mio compito fosse esclusivamente quello di convincere queste persone a entrare in dormitorio, gli spazi generalmente utilizzati per accogliere i senzatetto, dove un'equipe di operatori le avrebbe aiutate ad uscire dalla loro condizione di estrema marginalità. Ma, dopo i primi mesi di lavoro, ci siamo accorti che entrare nei dormitori era tutt'altro che facile, perché era necessario avere la residenza e la valutazione di un'assistente sociale. Con il tempo ci siamo trovati di fronte a una sorta di sistema a porte girevoli: le persone tornavano indietro, sulla strada. Entrare nei dormitori era molto difficile e quando, dopo un lungo lavoro, le persone riuscivano ad accedervi anziché migliorare gradualmente le loro condizioni di vita, ritornavano in strada. Abbiamo così cominciato a pensare che era tempo di cercare una strategia diversa e di provare a rispondere ai bisogni delle persone. Quel che veniva richiesto era la casa.

Come funzionano i dormitori?

In tutte le grandi città l'offerta maggiore è data dal pubblico. In quasi tutti i dormitori pubblici si accede con il criterio della residenza e attraverso una segnalazione da parte degli assistenti sociali. Esistono dei dormitori di emergenza nei quali si può stare per un periodo di tempo limitato. Accanto a questi, ci sono dormitori sovvenzionati da enti religiosi. In ogni caso, il servizio è in primis pubblico.

In cosa consiste esattamente il progetto “tutti a casa”?

Il progetto rappresenta una strategia di rapido inserimento abitativo all'interno dei paradigmi della psichiatria di comunità, questo significa non rinchiudere le persone che vivono in una condizione di 'anormalità' in spazi speciali, ma aiutarle e sostenerle affinché possano vivere all'interno della comunità. In concreto, si affittano degli appartamenti da privati, perché distribuiti sul territorio, e si sta accanto alla persona nella vita quotidiana. C'è un supporto all'abitare, ma dentro la comunità, non in qualcosa che sta fuori, che appartiene ad altri.

Gli immobili vengono presi in affitto dall’associazione?

Sì. All'inizio abbiamo iniziato con degli appartamenti pubblici, perché avevamo paura di non riuscire a pagare l'affitto e di cosa potesse accadere all'interno degli appartamenti stessi. Abbiamo quindi cominciato gradualmente. Vedendo che il progetto funzionava, abbiamo cominciato a cercare altri immobili. Prima ci siamo appoggiati ad agenzie per l'affitto, poi abbiamo sviluppato un nostro progetto, in cui proponevamo di affittare l’appartamento direttamente noi come associazione, assumendoci l'obbligo a pagare il canone dell'immobile.

Avete riscontrato difficoltà da parte dei proprietari?

In due anni abbiamo affittato 55 appartamenti e ne affittiamo circa una trentina nuovi all'anno. C'è stata difficoltà fino a quando abbiamo cercato di utilizzare i canali tradizionali. Dal momento in cui abbiamo dato vita al progetto 'tutti a casa' e lo abbiamo pubblicizzato, le cose sono cambiate, il proprietario ha notato i vantaggi. Il caso classico che ci troviamo a gestire è quello di un proprietario di casa che ha affittato a privati e ha dovuto sfrattare gli inquilini per morosità, ha dovuto quindi sostenere delle spese e magari si è anche ritrovato con l'appartamento in pessime condizioni. Si tratta di un proprietario che per non rischiare ancora preferisce non affittare più. In questi casi interveniamo noi. Dal momento in cui ci siamo proposti come agenzia sociale per l'affitto, sul modello del social rental housing londinese, non abbiamo più avuto difficoltà.

Si tratta di un progetto esportabile anche in altre realtà italiane?

È assolutamente esportabile, soprattutto per un aspetto: il fattore costo. Siamo riusciti a convincere il comune a sperimentare questo approccio dimostrando la riduzione dei costi. Le strutture, le istituzioni, non lavorano sull'autonomia delle persone, sull'aumento del benessere, hanno quindi dei costi fissi molto elevati: le pulizie, l'erogazione dei pasti, le mense. Una persona senza fissa dimora costa moltissimo alla comunità. Noi abbiamo convinto il comune a guardare quanto costava un posto letto in un dormitorio e a fare il confronto con il costo di un posto letto in uno dei nostri appartamenti, che è inferiore. Il tema dei costi è un volano molto importante per l'implementazione di questa strategia. Un servizio fondato sulla biografia delle persone e sul loro benessere è più complesso e difficile da erogare, ma se si passa dall’erogazione di un servizio standard a un servizio che lavora sul benessere dell'individuo, cercando di incrementarne le capacità di azione, nel tempo è possibile produrre una riduzione dei costi. Se la persona si sente a casa propria, ne avrà cura.

Le persone a cui vi rivolgete sono tendenzialmente persone senza fissa dimora?

Il progetto è nato come tale. ‘Piazza grande’, innanzitutto, è un'associazione che si occupa di persone senza fissa dimora. È stata fondata da persone senza fissa dimora. In questo momento il successo del progetto si sta allargando ad altre sfere: agli anziani, al carcere. Il principio è quello della grande lezione di basaglia, cercare di aiutare le persone che vivono per varie ragioni ai margini delle nostre città a vivere all'interno della comunità, in primis chiedendo loro cosa vogliono.

Il progetto ha due anni di vita effettivi, che tipo di risultati sono stati raggiunti?

Da dicembre 'tutti a casa' è entrato a far parte dei progetti del comune di Bologna, il primo obiettivo era quello di creare un processo di innovazione nei paradigmi istituzionali, nelle politiche delle persone senza fissa dimora. Questo è stato realizzato. Adesso, la nostra sfida è quella degli indicatori. I progetti tradizionali di housing first hanno un indicatore: la permanenza delle persone negli appartamenti. La discussione tra gli addetti ai lavori gira intorno alla domanda ‘funziona o non funziona?’. Noi abbiamo un tasso che è vicino al 99%. Stiamo lavorando per costruire indicatori un po' più articolati - come il miglioramento della condizione reddituale e relazionale - ed è questa la sfida che ci attende. Finalmente abbiamo le risorse per costruire un progetto complessivo.