A Roma ci sono luoghi che si scoprono per caso, e che sembrano parlare solo a chi sa ascoltare. Non stupisce che tra i palazzi ministeriali e le linee dei tram si stagli una facciata chiara: si tratta dell’ingresso di una delle chiese più emozionanti della città. Appena oltrepassata la soglia, il rumore della strada svanisce. Restano soltanto la luce, il marmo e un palpito d’estasi, oltre all’incontro con un capolavoro che unisce fede e arte, misticismo e teatralità. Questa è la meraviglia senza tempo di Santa Maria della Vittoria a Roma. Cosa sapere e cosa vedere nella chiesa?
Origini e storia della chiesa di Santa Maria della Vittoria
La storia di questo luogo ha inizio nel 1607, quando i Carmelitani Scalzi acquistano un terreno lungo la via Pia, l’attuale via XX Settembre, dove sorge una piccola cappella dedicata a san Paolo. In un’epoca di fervore religioso e di rinnovamento artistico, l’ordine decide di costruire un nuovo luogo di culto. Il progetto viene affidato a Carlo Maderno, architetto di fiducia del papato e autore della facciata della Basilica di San Pietro.
I lavori hanno inizio nel 1608 ma la storia della chiesa è destinata a cambiare volto pochi anni dopo. Nel 1620 infatti, la vittoria delle truppe cattoliche nella Battaglia della Montagna Bianca, nei pressi di Praga, viene interpretata come un segno divino. Per celebrare quell’evento e per ricordare la protezione della Vergine, la chiesa viene dedicata proprio a Maria della Vittoria. Un nome che racchiude un doppio significato: trionfo spirituale e trionfo della fede.
Poco dopo, grazie al cardinale Scipione Borghese, Giovanni Battista Soria completa la facciata elegante, compatta e di ispirazione classica, e nel 1626 l’edificio è finalmente consacrato. Da quel momento Santa Maria della Vittoria diventa un luogo di culto e d’arte, ma anche di memoria. Nel XIX secolo un incendio ha distrutto parte del presbiterio e l’icona miracolosa proveniente dalla Boemia. La ricostruzione ha però restituito al tempio nuova vita e ad oggi il suo interno brilla come un miracolo barocco sopravvissuto al tempo.
Dove si trova la chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma?
Per chi desidera visitare la chiesa di Santa Maria della Vittoria è necessario recarsi in via XX Settembre, al numero 17, nel rione Sallustiano. Si tratta di un quartiere apparentemente severo, fatto di uffici e palazzi ministeriali, che nasconde tesori inattesi. Basta però girare l’angolo di Largo Santa Susanna per scorgere la sua facciata, sobria e luminosa, incastonata tra due edifici più alti.
A pochi passi si trovano la Fontana dell’Acqua Felice, nota anche come Fontana del Mosè da vedere a Roma vicino Termini, e la chiesa di Santa Susanna, con cui Santa Maria della Vittoria instaura una sorta di dialogo architettonico. Il tutto è situato in una delle zone più centrali e accessibili della capitale, vicino a Piazza della Repubblica, alla Stazione Termini e al Teatro dell’Opera.
Come arrivare e visitare la chiesa
Raggiungere Santa Maria della Vittoria a Roma è semplice, ma vale la pena farlo con calma.
- Dalla stazione Termini si può arrivare a piedi in dieci minuti, percorrendo via XX Settembre.
- Chi preferisce i mezzi pubblici può scendere alla fermata Repubblica, sulla linea A della metropolitana, e proseguire per un breve tratto a piedi.
- Per quanto riguarda gli autobus, le linee 60, 61, 62, 84, 492 e 910 fermano tutte nelle vicinanze.
Prima di muoversi è però consigliabile consultare sempre gli orari delle celebrazioni religiose, perché la chiesa è spesso sede di messe e matrimoni. L’ingresso è gratuito e la visita non richiede prenotazione, ma l’atmosfera raccolta invita a sostare in silenzio, ad alzare lo sguardo e a lasciarsi sorprendere dalla bellezza che si svela un passo alla volta.
Cosa vedere nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma
Entrare a Santa Maria della Vittoria significa immergersi in un mondo di marmi, stucchi e luce. La navata unica con le cappelle laterali si apre in un trionfo di decorazioni che sembrano respirare. Tutto, qui, è movimento e armonia.
L’oro scintilla, le figure si animano e lo sguardo corre subito verso la cappella che ha reso la chiesa celebre in tutto il mondo: quella dei Cornaro, dove il genio di Bernini ha realizzato un gruppo scultoreo di grandissimo pregio e pathos.
Cappella Cornaro e l’Estasi di Santa Teresa
È impossibile entrare in questa chiesa senza restare senza fiato davanti alla Cappella Cornaro. Qui, tra il 1647 e il 1653 Gian Lorenzo Bernini crea una delle opere più emozionanti di tutta la storia dell’arte: l’Estasi di Santa Teresa d’Avila.
Commissionata dal cardinale veneziano Federico Cornaro, la cappella è concepita come un piccolo teatro sacro. Al centro, Teresa è colpita al cuore da una freccia d’amore angelico e il suo volto esprime insieme dolore e beatitudine. Ai lati, i membri della famiglia Cornaro osservano la scena come spettatori di un dramma divino.
La luce entra da una finestra nascosta e cade sul gruppo marmoreo, rendendolo vivo, come se la materia respirasse. È l’essenza stessa del barocco: spiritualità e teatralità fuse in un solo gesto. Bernini stesso disse di considerarla una delle sue opere più perfette e chi la guarda non può che dargli ragione.
La volta e la navata: un cielo dipinto
Alzando gli occhi si scopre un altro spettacolo: la volta è decorata dagli affreschi di Giovanni Domenico Cerrini che rappresentano il Trionfo della Vergine sulle eresie. I colori, accesi e profondi, si fondono con la luce naturale, mentre stucchi e dorature amplificano la sensazione di movimento.
Lungo le pareti le cappelle laterali custodiscono pale d’altare, statue e reliquie. Ed anche ogni dettaglio, dal pavimento in marmo ai capitelli, è pensato per guidare lo sguardo verso l’alto, come in una preghiera visiva.
Il presbiterio e le opere perdute
Il presbiterio, leggermente rialzato, è oggi dominato da una pala ottocentesca di Luigi Serra che raffigura la Madonna della Vittoria che entra a Praga. L’altare attuale sostituisce quello originale, distrutto nell’incendio del 1833 insieme all’icona miracolosa proveniente dalla Boemia.
Eppure, anche nelle sue ferite la chiesa conserva memoria e poesia. Le colonne, i marmi, le tele di artisti come Guercino e Guido Reni nelle cappelle laterali raccontano una Roma che sapeva intrecciare arte e devozione con naturalezza.
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