La situazione in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz sta portando a un aumento dei prezzi dell’energia, rendendo più difficili da parte delle banche centrali ulteriori tagli dei tassi d’interesse. Sui mercati azionari globali la volatilità rimane elevata. Ma come stanno reagendo gli asset manager, ossia i professionisti che amministrano i beni finanziari (azioni, obbligazioni, liquidità) o reali (immobili) di privati, aziende e istituzioni? E come gli investitori privati possono prendere spunto dalle loro scelte? In questo momento di grande incertezza lo abbiamo chiesto a Stefano Zoffoli, responsabile strategia d’investimento e gestione mandati bilanciati di Zkb, gestore delegato dei fondi Swisscanto.
Con lo scoppio del conflitto come è cambiato il livello di rischio sui mercati finanziari?
Sebbene la situazione in Iran abbia il potenziale di modificare gli equilibri di potere nella regione, riteniamo che i rischi per i mercati finanziari globali restino contenuti. I legami economici globali con l’Iran sono infatti limitati. Nel medio termine non si può escludere nemmeno un progressivo allentamento delle tensioni. L’attacco, peraltro, non è giunto del tutto inaspettato. La principale area di vulnerabilità riguarda la produzione e la distribuzione di petrolio greggio e gas naturale destinati al Far East (ad esempio Corea e India). Tuttavia, ci attendiamo che eventuali interruzioni dell’offerta possano essere almeno parzialmente compensate da altri produttori.
In questo senso, ipotizziamo che si possa ripetere il consueto schema osservato nelle precedenti crisi geopolitiche: una reazione iniziale dei prezzi dell’energia seguita da una graduale normalizzazione.
Riteniamo quindi probabile che l’attuale rialzo del petrolio abbia natura temporanea.
Quali sono gli strumenti che possono difendere meglio il portafoglio in questa situazione?
A livello macroeconomico, la dipendenza dell’economia globale dal petrolio si è progressivamente ridotta, mentre è aumentata la diversificazione regionale delle fonti di approvvigionamento. In una prima fase, è probabile che ne beneficino i tradizionali beni rifugio, come oro, franco svizzero e dollaro USA, così come i settori azionari difensivi, ad esempio beni di consumo di base e farmaceutico.
Nel complesso, i mercati finanziari globali continuano a essere sostenuti dal calo dei tassi di interesse e da utili societari solidi e in crescita, fattori che rendono l’economia più resiliente a uno shock di entità contenuta.
Come avete modificato la vostra strategia di investimento a seguito dello scoppio del conflitto?
Il portafoglio è stato compensato con esposizioni a materie prime, dollari USA e titoli del settore dei materiali di base, oltre alle già esistenti posizioni di sovrappeso in oro e investimenti alternativi. Nel breve termine, risentirà dell’attuale fase cosiddetta di “risk-off”: quando i mercati finanziari sono caratterizzati da pessimismo e incertezza gli investitori vendono asset rischiosi (azioni, valute emergenti) per rifugiarsi in beni sicuri.
In particolare, le small cap e i mercati emergenti potrebbero mostrare una maggiore vulnerabilità, avendo registrato performance solide di recente ed essendo quindi più esposti a prese di profitto. Inoltre, entrambi i segmenti risultano sensibili a un aumento dei prezzi del petrolio.
Sul fronte obbligazionario, i titoli di Stato evidenziano al momento movimenti contenuti, per cui l’impatto sulla componente bond dovrebbe rimanere limitato.
Anche voi quindi punterete a vendere gli asset più rischiosi?
Riteniamo che i rischi geopolitici siano spesso sopravvalutati e raramente producano effetti duraturi sui mercati finanziari.
L’economia globale si presenta solida e non ci attendiamo un impatto negativo significativo sugli utili societari. Manteniamo pertanto un orientamento costruttivo sull’azionario. Tuttavia, qualora il prezzo del petrolio dovesse superare i 100 dollari al barile, contrariamente alle nostre attese, dovremmo rivalutare l’opportunità di ridurre il rischio.
Come state investendo nell’azionario?
Stiamo aumentando la nostra allocazione verso settori ciclici come le small cap e i materiali di base, riducendo al contempo la nostra esposizione al mercato azionario statunitense nel suo complesso. Stiamo comunque mantenendo la nostra posizione sul Nasdaq poiché le azioni tecnologiche continuano a registrare utili impressionanti e, dopo la recente sottoperformance, sono ora scambiate a valutazioni significativamente più interessanti.
Grazie ai dati economici positivi, ai solidi utili aziendali, riteniamo che il contesto per le azioni rimanga generalmente favorevole. Poiché l'inflazione negli Stati Uniti si sta ora avvicinando al 2%, ci aspettiamo ancora ulteriori tagli dei tassi di interesse. Rimaniamo quindi sovrappesati in azioni, in particolare nei mercati emergenti. Nel breve termine i rischi geopolitici in Iran potrebbero causare una certa volatilità. I nostri portafogli rimangono sovrappesati in oro e obbligazioni governative come copertura in tali scenari. Tuttavia, ci aspettiamo che l'impatto a medio termine sui mercati finanziari sia limitato.
E per l’obbligazionario?
A febbraio, i rendimenti obbligazionari sono diminuiti su tutta la linea. Il rendimento dei Treasury USA a 10 anni è ora appena sopra il 4%, Continuiamo a vedere opportunità nelle obbligazioni dei mercati emergenti in valuta locale e nelle obbligazioni governative australiane, in particolare nella loro valuta, che consideriamo molto attraente dato il rendimento del 4%.
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