Prima di investire in obbligazioni occorre sfatare alcuni luoghi comuni, come quello che siano sempre e in ogni condizioni di mercato un investimento “sicuro”. Molto spesso infatti questa errata percezione spinge a fare scelte sbagliate, in grado potenzialmente di causare ingenti perdite, come ci spiega Massimiliano Siviero, consulente finanziario attivo in diverse città di Italia.
Qual è l’errore più frequente che i risparmiatori commettono quando decidono di investire in obbligazioni?
C’è una convinzione molto diffusa tra gli investitori ed è questa: “le obbligazioni, in fondo, vanno sempre bene. Al massimo rendono poco, ma non si perde”. È un’idea comprensibile e nasce dal fatto che un’obbligazione è caratterizzata da una scadenza fissa, un rimborso prefissato e una cedola nota quando è calcolata sulla base di un tasso fisso. Sembra tutto scritto, tutto ben definito. In un certo senso lo è: se acquisto un titolo e lo tengo fino alla scadenza, quel rendimento è effettivamente quello che otterrò, salvo eventi straordinari come nel caso di fallimento dell’emittente.
Il problema è che questa certezza vale solo a una condizione: che io non abbia bisogno, o non decida, di vendere prima della scadenza. E qui entra in gioco un concetto che pochi investitori conoscono davvero, ma che è probabilmente il più importante di tutti quando si parla di obbligazioni: la duration.
Di che cosa stiamo parlando quando utilizziamo il termine duration in ambito finanziario?
Senza entrare nella matematica finanziaria, possiamo pensare alla duration come a quel parametro che ci dice quanto è sensibile il prezzo di un’obbligazione (o di un fondo obbligazionario) alle variazioni dei tassi di interesse.
Più la duration è alta, più il prezzo dell’obbligazione si muove — in un senso o nell’altro — quando i tassi cambiano. Una duration di 7 anni, ad esempio, significa, in modo approssimato, che se i tassi di mercato salgono di un punto percentuale, il valore di quell’obbligazione scende di circa il 7%. E viceversa, se i tassi scendono, il valore sale. Questo non è un difetto del titolo, né un segnale che “qualcosa è andato storto”. Si tratta tuttavia di un meccanismo che può trasformarsi in una sorpresa molto sgradevole.
Qual è il punto più faticoso o tecnicamente più complesso da comprendere dell’investimento obbligazionario?
L’aspetto più critico può essere sintetizzato con una delle domande che mi hanno rivolto più spesso:“Ho comprato un’obbligazione e ora è in perdita: com’è possibile?”Lo spiazzamento di chi pone questo interrogativo è dovuto al fatto che l’obbligazione viene percepita come lo strumento “sicuro” per definizione, quello che si compra per non rischiare. Scoprire che il suo valore può scendere, anche sensibilmente, sembra quasi un controsenso. Eppure non lo è.
È esattamente lo stesso principio che si applica — semplificando — a un immobile: se ho comprato casa a un certo prezzo e ho bisogno di venderla in un momento in cui il mercato immobiliare è debole, probabilmente la venderò a un valore inferiore a quello pagato. Questo non significa che la casa sia un cattivo investimento in assoluto. Significa che il momento della vendita, rispetto al momento dell’acquisto, fa la differenza. Per le obbligazioni vale lo stesso: il prezzo “intermedio” — quello che vedo sull’estratto conto oggi — riflette le condizioni di mercato di oggi, non quelle che esistevano quando ho comprato il titolo, e non necessariamente quelle che esisteranno alla scadenza.
Quindi, in sintesi, come investire correttamente in obbligazioni?
Il principio chiave è che la duration dovrebbe rispecchiare l’orizzonte temporale dell’investitore. Qui arriviamo al punto, a mio avviso, più importante — e più trascurato — di tutta la pianificazione obbligazionaria.
La duration di un investimento obbligazionario dovrebbe essere coerente con l’orizzonte temporale per cui quei soldi sono pensati.
Se ho un obiettivo a 3 anni (ad esempio, una somma che mi servirà per una spesa programmata), e investo in titoli o fondi con una duration di 8-10 anni, mi sto esponendo a un rischio che spesso non ho nemmeno valutato: se tra tre anni i tassi sono saliti rispetto a oggi, il valore di quell’investimento potrebbe essere inferiore a quanto avevo investito — e io mi troverei a dover “incassare” quella perdita, perché ho bisogno di liquidare in quel momento.
Al contrario, se avessi tenuto quei titoli per i 10 anni “giusti” (ossia in modo coerente con la loro duration), l’oscillazione di valore nel mezzo del percorso sarebbe stata, con tutta probabilità, irrilevante — perché sarei arrivato comunque a scadenza, o comunque il prezzo si sarebbe “normalizzato” col tempo.
In altre parole: non è l’obbligazione in sé a generare il rischio di perdita. È il disallineamento tra la durata dello strumento e la durata del bisogno.
Le obbligazioni restano, oggi più che in passato, uno strumento importante per costruire portafogli solidi. Ma “importante” non significa “senza rischi”, e “rischio” non significa necessariamente “azioni sì, obbligazioni no” — significa, più semplicemente, coerenza tra tempo e strumento.
Quali sono quindi le valutazioni più corrette da fare prima di investire in obbligazioni?
Quando costruisco una componente obbligazionaria all’interno di un portafoglio, una delle domande che mi pongo — e che pongo agli investitori che si rivolgono a me — non è solo “quale rendimento offre questo titolo”, ma “se dovessi vendere prima del previsto, in che condizioni mi troverei?”. È una forma di gestione del rischio che va oltre il singolo prodotto, e riguarda la coerenza complessiva tra strumenti e bisogni.
Molti investitori spesso dichiarano di essere sicuri di non voler vendere l’obbligazione acquistata prima della scadenza. Ma l’esperienza — anche personale, di chi lavora ogni giorno con le persone e i loro patrimoni — insegna che gli orizzonti temporali cambiano, anche quando partiamo convinti che non cambieranno.
Cambia un progetto familiare. Si presenta un’opportunità (o una necessità) imprevista. Cambiano le condizioni di lavoro, di salute, di vita. E in quel momento, l’investimento che pensavo di “non toccare mai” diventa, all’improvviso, qualcosa che devo liquidare.
Per le azioni vale lo stesso principio, ma spesso lo dimentichiamo. Vale quindi la pena fare un parallelo, perché lo stesso ragionamento — sorprendentemente — viene applicato molto meglio (quasi istintivamente) agli investimenti azionari.
Perché secondo lei c’è questa differenza nella percezione tra investimento azionario e obbligazionario?
Tutti sanno, almeno in teoria, che le azioni “nel lungo periodo” tendono a generare buoni rendimenti, ma che nel breve possono attraversare fasi anche molto negative. Questo viene generalmente accettato. Il problema è che molti investitori, quando arrivano davvero al momento di aver bisogno di quei soldi, si trovano a dover vendere in una fase di mercato sfavorevole — e a quel punto la “perdita teorica sulla carta” diventa una perdita reale. Il principio è identico a quello delle obbligazioni: non è il tipo di strumento a determinare se subirò o no una perdita. È la relazione tra il momento in cui ho bisogno della liquidità e il momento in cui i mercati (di qualsiasi tipo) si trovano.
La differenza è che, mentre per le azioni questo concetto è — bene o male — già presente nell’immaginario collettivo, per le obbligazioni viene quasi sempre dato per scontato il contrario: che siano “sempre sicure, sempre disponibili, sempre senza perdite”. E questa è la convinzione che, se non corretta, può generare le maggiori delusioni.
Cosa significa tutto questo in pratica per la costruzione di un portafoglio?
Tradurre questo principio in scelte concrete significa, in sintesi definire con chiarezza per quale obiettivo di vita è destinato ogni segmento del portafoglio, e quando probabilmente servirà, costruire la componente obbligazionaria scegliendo duration coerenti con questi orizzonti — non semplicemente in base al rendimento più alto del momento.
Occorre poi gestire questa coerenza in modo dinamico, perché tassi, scadenze e bisogni personali cambiano nel tempo e un allineamento corretto oggi può non esserlo più tra due anni.
È importante inoltre avere sempre chiara la differenza tra valore di mercato (quello che vedo oggi sull’estratto conto, che oscilla) e valore a scadenza (quello che, salvo eventi straordinari, otterrò se non vendo prima).








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