La giovane interior designer Silvia Orlandi divide la sua vita tra Milano, dove ha portato a termine gran parte dei suoi anni di formazione e continua a collaborare, e la Puglia, dove risiede con la sua famiglia e dove realizza molti dei suoi lavori. idealista/news l'ha incontrata nel suo studio di Turi, in provincia di Bari, dove ha raccontato anche cosa significa essere una "food designer" e mettersi in ascolto non solo del cliente, ma anche del mercato.
Quando ha pensato di diventare un interior designer?
Ho iniziato a pensare di diventare un interior designer già in tenera età, quando giocavo con le matite e ipotizzavo degli spazi. Forse volevo emulare il lavoro dei miei che non erano progettisti, ma vendevano piastrelle.
Da cosa nasce un progetto di interni?
Ogni progetto di interni nasce dall'ascolto. E questo ascolto diventa la chiave per progettare mettendosi veramente al posto del cliente. È come se io dessi a te la mia matita e attraverso la mia conoscenza, la mia esperienza, ti facessi davvero disegnare uno spazio che ti apparterrà tutta la vita se parliamo di una casa.
E nel caso di un progetto di "food designer"?
Quando progetto un ristorante o una struttura ricettiva in generale oltre a mettermi in ascolto del cliente, ascolto il mercato. Analizzo il mercato, le ultime tendenze e tutto ciò che può rientrare nel target di appartenenza del business del mio cliente.
Un progetto molto sfidante di food designer, quindi progettazione di interni legata anche alla cura dell'esperienza, è quello di una pizzeria a Lecce, dove ho unito la degustazione delle pizze gourmet con i cocktail.
Una food designer è colei che immagina l'esperienza negli spazi dove si consuma cibo
In cosa consiste il metodo IBE da lei ideato?
Il metodo IBE, ideato da me nel 2017, è l'acronimo di Interior, Brand ed Experience, nato dalla triangolazione di questi tre campi del designer e dalla loro unione.
È come un triangolo, tra interior e brand c'è una connessione diretta di immagine coordinata, tutto si deve riflettere all'interno del locale, tra brand ed experience c'è la comunicazione, quindi tutto quello che va fuori rispetto all'interior e permette di farti conoscere. Mentre tra interior ed experience ci sono gli arredi disegnati per permettere di viviere un'esperienza all'interno del locale.
Ci parli del suo studio...
Questo studio lo sento particolarmente mio, soprattutto per la presenza della pietra, che mi ha subito trasmesso l'idea di casa e di Puglia. Poi c'è molta luce naturale e io mi faccio catturare spessissimo dalla luce, perché mi rilassa, mi fa concentrare ed è un elemento fondamentale per me nel designer di interni.
Qual è il suo angolo preferito?
L'angolo preferito del mio studio è sicuramente questa scrivania nelle prime ore della giornata, dove si trovano anche i materiali con cui lavoro e con cui posso giocare, proprio come facevo da piccola. Nel corso della giornata, mi sposto nella stanza che si trova all'ingresso perché la luce cambia e l'illuminazione diventa migliore.
Quali sono i materiali che preferisce per i suoi progetti?
I materiali che preferisco per i miei progetti sono quelli naturali, ma anche i materiali simulati. Sono particolarmente attratta dagli effetti smaltati, dagli effetti metallici, da tutto ciò che mi permette di raccontare qualcosa attraverso un materiale che in alternativa sarebbe troppo costoso o troppo debole per certi progetti.
A quali lavori state lavorando attualmente?
In questo momento stiamo curando diverse attività di ristorazione. Per esempio, ci stiamo occupando di una creperia non convenzionale con cucina a vista. Allo stesso tempo sto curando l'interior design di una catena di hotel di Matera e di tre belle residenze molto ampie a Casa Massima.






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