L’interior designer Raffaella Fossati ci apre le porte della sua casa a Monza: un’abitazione nata ristrutturando il capannone di una storica falegnameria e concepita per essere grande e molto accogliente. Nella sua abitazione regnano spazio e luce e dove una volta c’erano macchinari per la produzione, oggi un grande ambiente elegante accoglie gli amici, ma permette anche di vivere in intimità, alternando contesti diversi e riportando tutto alla bellezza. Entriamo a farle visita.
Mi può descrivere la sua casa?
Nasce tutto da un progetto mio e di mio marito: tredici anni fa abbiamo deciso di spostarci dal centro di Monza per venire in una zona più periferica. Abbiamo trovato questo capannone dove c’era una piccola impresa familiare di falegnameria storica che il proprietario stava dismettendo. Mio marito ha detto "sarebbe bello che diventasse il nostro approdo", ed è stata subito una scelta condivisa. Lui sapeva che essendo io architetta avrei potuto trasformare questa struttura rendendola un luogo dove si potesse vivere. Lo spazio, come vede, è piuttosto grande. Quindi anche gestire l’aspetto di impiantistica non è stato semplice: mio cognato, Oscar Carbonell, che è un bravissimo architetto, mi ha molto aiutato nella distribuzione sia degli spazi che degli aspetti tecnici.
Da quanto tempo vive qui?
Tredici anni e sono molto contenta di questa scelta, devo dirle che non tornerei mai indietro. Anzi, oggi quando mi capita di andare in certi appartamenti mi sembrano un pochino claustrofobici, in realtà. Ma non tutto qui è semplice: bisogna saper gestire gli spazi, trovarsi bene nella propria dimensione. E poi siamo in una zona periferica, con tutti i problemi che questo comporta.
Tuttavia credo che sia anche interessante trovare luoghi di rigenerazione urbana e cercare di recuperarli, apprezzando una dimensione più periferica rispetto al centro cittadino che spesso è molto comodo, ma anche congestionato. Poi viviamo a Monza, per cui le distanze sono tutte molto relative: con la bici o a piedi in un attimo si è ovunque.
La struttura nasce per produrre qualcosa di tangibile e seriale. Cosa ha deciso di preservare del suo passato?
Il primo obiettivo che abbiamo avuto io e mio cognato quando abbiamo studiato la ristrutturazione è stato quello di non stravolgere lo spazio. La struttura infatti è rimasta assolutamente identica, tanto che ho lasciato anche il pilone dove venivano montate e caricate le assi del legno.
Come ha gestito in questo progetto il compromesso tra creatività e necessità pragmatica?
Mi piace pensare che questa casa sia una sorta di laboratorio, un luogo dove ho raccolto tante collezioni ma anche tante passioni che in quarant'anni di vita con mio marito abbiamo vissuto e che qui abbiamo provato a condividere, senza che però diventasse una sorta di museo solo per noi, ma con momenti di condivisione con gli altri. Ci piace infatti ospitare tanti amici.
Qual è lo stile di design più vicino a lei e come lo applica ai suoi lavori?
Ho lavorato nell'ambito dell'autoproduzione e dell'artigianato dei genius loci italiani e mi piace trovare ispirazione da questi materiali. Ho sempre grande rispetto anche per il lavoro dei padri fondatori del nostro design che hanno segnato indelebilmente un percorso straordinario fonte sempre di ispirazione e riflessione.
Come bilancia sostenibilità ed ecocompatibilità nei suoi progetti?
Sono molto interessata alla scelta dei materiali ecocompatibili, quanto mai necessario oggi. Questo è un processo complesso che richiede un cambio di vista culturale e sociale. Esistono corsi alla facoltà del design che si basano su questi principi, le nuove generazioni sono sensibilissime e questo lo trovo molto ispirate per il futuro.
Quali sono le tendenze di design che sta seguendo attualmente e come le incorpora nei suoi progetti?
Sono molto curiosa di tutto quanto sia “contaminazione” dal design tradizionale, alle nuove ricerche, interessante anche il tempo del recupero e riuso. Tutto può rientrare in una visione unitaria del progetto.
Esiste un particolare costruttivo che considera il suo personale "marchio di fabbrica"?
Sono una grande amante degli oggetti, trovo che ci rappresentino. Non parlo solo degli oggetti di design, che pure apprezzo perchè ho fatto per molti anni la gallerista di oggetti di design e mi piace fare l'editore del design. Amo il fatto che qui ci sia anche la compresenza di cose trovate nei mercatini o che mi regalano, oggetti che fanno parte del mio vissuto, come diceva Pamuk. Amo il fatto che siano visibili, in mostra.
Siamo in un grande spazio, ma esiste un cantuccio preferito, che considera il suo più di altri?
Intanto c’è la tavola della cucina, questo quadrato che abbiamo creato, dove io e mio marito la sera ceniamo. A noi piace molto mangiare, bere vini, degustare, questa è la nostra zona speciale, dove stiamo la sera quando lui rientra: è il nostro momento di convivialità. Non abbiamo neanche la televisione in questa parte della casa, è stata una scelta precisa. Ce ne è una in camera da letto ma di fatto non la guardiamo mai. Tuttavia la mia zona preferita è quella del pianoforte perché quando suono mi isolo. Devo dire devo che infatti le amiche, che lo sanno, quando mi chiamano mi chiedono sempre "Scusa, stavi suonando?" e io rispondo "Eh sì, stavo suonando" (ride, ndr) .
In un loft il vuoto è importante quanto il pieno. Come ha creato zone di intimità?
Per esempio con delle librerie. Poi ho creato delle nicchie: da una parte i libri, dall'altra il pianoforte, in quell'altra il divano, la cucina: ho cercato di assegnare delle funzioni.
Lei è anche gallerista: come cambia la disposizione dei mobili quando la priorità è dare respiro a un'opera d'arte?
Questa è una domanda molto importante. Ho sempre dato un grande significato alla disposizione degli oggetti. Sembra tutto casuale, mi piace che sia così, però da gallerista ho sempre fatto i conti con la percezione dell'oggetto, a come lo si vede, a come lo si presenta, per cui cerco di creare zone omogenee. Una serie di ceramiche in un punto, una serie di vetri in un altro, di legni da una parte, come se gli oggetti vivessero in una loro famiglia e dialogassero insieme: ma mi piace anche che ci siano degli elementi che si frappongano, che si mischino.
Da gallerista, inoltre, amo vedere l'oggetto, pulirlo, sistemarlo, mettergli una luce giusta: ognuno ha le sue passioni.
Spesso il design è accusato di privilegiare la forma a discapito della funzione. Dove ha sacrificato il comfort in favore della purezza formale?
Nell’ingresso. Avendo anche il magazzino in quell’area, avevamo la necessità di far entrare i camion. E quindi lì chiaramente ho ceduto, anche se poi ho cercato di abbellirlo, ho raccolto parte dei mobili che erano dei miei genitori, ho messo una cassapanca: però quella zona di ingresso è più una zona ibrida. Su tutto il resto invece no: sulla scelta dei divani, dei mobili, sono stata molto determinata e sa cosa le dico? Quando uno compra oggetti belli e che comunque hanno un senso, questi rimangono per tutta la vita, non passano mai di moda.
Per lei un interno è un insieme di oggetti armonizzati o lo concepisce come un unico organismo architettonico?
Io trovo che certe case tutte uniformi, omologate, siano mortifere. Penso invece che sia importante mischiare. La casa è anche fatta di passioni che devono venire fuori da una persona. C'è chi ama leggere, c'è chi ama giocare, c'è chi ama condividere un film: invece spesso queste cose vengono nascoste.










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