Una finestra sul Canal Grande che diventa lente urbana e memoria condivisa. La Fondazione di Venezia espone un nucleo raro di scatti di Gianni Berengo Gardin.
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 Gianni Berengo Gardin a Venezia
Getty images

Una città osservata da un’unica apertura può trasformarsi in un atlante di gesti, correnti, bagliori. È l’idea che attraversa il progetto dedicato a Gianni Berengo Gardin a Venezia: una finestra affacciata sul Canal Grande governa il tempo del racconto. L’esposizione invita a rallentare lo sguardo e a leggere la città come un organismo vivo, in cui l’architettura dialoga con la quotidianità. Dal piano alto di un antico palazzo, la luce incide figure e superfici, disegnando traiettorie che mettono a fuoco ciò che di solito non si nota.

Trentasei stampe fino al 30 giugno a Palazzo Flangini

Una selezione di trentasei immagini, donate dall’autore Gianni Berengo Gardin nel 2021, è oggi custodita dalla Fondazione di Venezia. Il nucleo, raro per coesione e punto di vista, compone il cuore della mostra allestita a Palazzo Flangini, lungo la fondamenta di Cannaregio.

L’itinerario mette il visitatore nella condizione di percepire il ritmo della laguna senza mediazioni didascaliche, seguendo un racconto per sequenze visive.

Venezia dalle sale di Palazzo Flangini

La scelta del luogo è coerente: un edificio storico che dialoga con l’acqua, amplificando la materia dei fotogrammi. Le sale accolgono stampe originali dal contrasto calibrato, in cui la luce di Venezia diventa materia narrativa. L’allestimento, asciutto, lascia spazio a ciò che conta: la relazione tra sponda e canale, tra finestre e passi, tra lavoro e pausa.

La mostra resta aperta fino al 30 giugno, offrendo un approdo culturale in una delle aree più vivaci di Cannaregio.

Un affaccio privilegiato sul Canal Grande come laboratorio visivo

Da quelle stanze storiche, a poca distanza da Rialto, lo sguardo attraversa secoli e restituisce una città che vive di continuità più che di rotture. L’angolo visivo fisso genera una varietà inaspettata: gondole che sfiorano i moli, vaporetti che disegnano scie, barche da lavoro che scandiscono i turni dell’alba. Sempre lo stesso punto, ma ogni volta un’inedita partitura di toni e movimenti.

Il palazzo Flangini, celebre per aver ospitato figure illustri del passato, funziona qui come cassa di risonanza culturale. L’autore trasforma il perimetro domestico in piattaforma d’osservazione, dimostrando come un semplice affaccio possa diventare chiave per leggere i comportamenti collettivi. 

La mano e lo sguardo di Berengo Gardin per una Venezia reale

Nelle immagini riaffiora un metodo costruito sull’attesa e sul rispetto della scena. L’autore coltiva una fotografia documentaria che mette al centro le persone e i loro gesti, evitando messinscene e forzature.

Il rifiuto dell’alterazione digitale, affermato con coerenza lungo tutta la carriera, si traduce in una grammatica di precisione: inquadratura misurata, luce naturale, tempi calibrati. Ogni scatto è un atto di responsabilità verso la città e verso la sua memoria. L’etica e l’estetica camminano insieme, come due rive dello stesso canale.

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