Bere l'acqua del rubinetto fa male? Cosa sapere (e i falsi miti)

In Italia l'acqua del rubinetto è sicura al 99%, non causa calcoli renali e vale quanto quella in bottiglia. Ecco cosa sapere.
Un bambino raccoglie acqua dal rubinetto
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Gabriella Dabbene (Collaboratore di idealista news)

Intorno all'acqua che scorre dai rubinetti di casa esistono molti luoghi comuni difficili da sfatare: c’è chi teme il calcare, chi non sopporta l'odore di cloro, chi preferisce spendere di più per l'acqua in bottiglia, convinto che sia più pura. Ma è proprio vero che bere l’acqua del rubinetto fa male? La risposta, secondo le principali istituzioni scientifiche italiane - dall'Istituto Superiore di Sanità alla Fondazione Veronesi, dall'AIRC al Ministero della Salute - è no, anzi: berne a sufficienza è uno dei gesti più semplici per proteggere i reni e la salute in generale.

L'acqua del rubinetto è sicura da bere?

L'Italia è tra i paesi europei con i controlli più capillari sulla qualità dell'acqua potabile. Il Centro Nazionale per la Sicurezza delle Acque dell'ISS ha pubblicato nel 2024 i risultati di oltre 2,5 milioni di analisi condotte tra il 2020 e il 2022: la quasi totalità dei campioni prelevati dalla rete idrica nazionale ha superato i test chimici, chimico-fisici e microbiologici previsti dalla normativa; le eccezioni sono rare, geograficamente circoscritte e comunicate prontamente alle autorità locali.

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Una quota molto elevata dell'acqua potabile italiana proviene da falde sotterranee che, per la loro natura geologica, risultano naturalmente isolate da molte fonti di contaminazione esterna; le loro acque richiedono trattamenti limitati prima di essere immesse nella rete idrica.

Un bicchiere pieno d'acqua
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Come capire se si può bere acqua dal rubinetto: quando è buona

Valutare la qualità dell'acqua di casa non richiede strumenti specializzati: ogni gestore idrico è tenuto a pubblicare online i dati delle analisi periodiche, e consultarli è il modo più diretto per sapere cosa contiene l'acqua che arriva in cucina; è utile inoltre tenersi aggiornati su eventuali comunicazioni del proprio Comune sulle condizioni della rete idrica locale. 

Va tenuta presente una distinzione importante: le caratteristiche organolettiche (cioè sapore e odore) non coincidono necessariamente con la sicurezza. Un'acqua può avere un gusto diverso da quello a cui si è abituati senza rappresentare un rischio; le variazioni dipendono spesso dalla fonte di prelievo, dai trattamenti applicati o dallo stato delle tubature condominiali, non dalla presenza di sostanze dannose.

Quali sono gli svantaggi dell'acqua del rubinetto

L'aspetto che genera più resistenza verso l’acqua di rubinetto è il sapore, spesso percepito come "chimico" perché l'acqua sa di cloro: in realtà il cloro viene aggiunto come disinfettante per neutralizzare batteri e agenti patogeni durante tutto il tragitto dall'impianto al rubinetto. L'OMS sottolinea che i rischi legati a una disinfezione insufficiente sono molto più alti di quelli derivanti dai disinfettanti stessi.

La normativa italiana fissa il residuo minimo di cloro a 0,2 mg/l, largamente inferiore a qualsiasi soglia di rischio. Per attenuarne il sapore, è sufficiente versare l'acqua in una caraffa aperta: trattandosi di una sostanza volatile, il cloro si separa dall'acqua in pochi minuti.

Un tema ancora aperto riguarda le microplastiche, rilevate tanto nell'acqua di rete quanto in quella confezionata: i dati disponibili non consentono ancora conclusioni definitive, ma è certo che il consumo massiccio di bottiglie in plastica contribuisce direttamente alla diffusione di questo inquinante nell’ambiente.

Acqua del rubinetto in una caraffa e in un bicchiere
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Bere acqua dal rubinetto fa venire i calcoli?

L’idea che l’acqua del rubinetto possa causare calcoli renali è probabilmente la preoccupazione più radicata, e anche quella meno supportata dalla scienza. ISS, Fondazione Veronesi e AIRC concordano: non esistono evidenze che colleghino il consumo di acqua di rubinetto - nemmeno quella ricca di calcio e magnesio - alla formazione di calcoli renali.

Il malinteso nasce dalla confusione tra il calcare che si deposita nelle tubature e quello presente nell'acqua. Nel corpo umano questo processo semplicemente non avviene: i minerali disciolti vengono metabolizzati come qualsiasi altro nutriente.

I calcoli renali hanno cause ben diverse, e i più comuni sono composti da ossalato di calcio, fosfato di calcio, acido urico o struvite. I principali fattori che ne favoriscono la comparsa sono:

  • scarsa assunzione giornaliera di liquidi, soprattutto in estate;
  • dieta ricca di sale e proteine animali;
  • alimenti ad alto contenuto di ossalati (come spinaci e cioccolato);
  • predisposizione genetica o storia familiare di calcolosi;
  • alcune condizioni mediche specifiche.

Il vero nemico dei reni non è dunque bere l'acqua del rubinetto: è berne poca.

Un uomo versa acqua del rubinetto in un bicchiere
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Quale acqua bere per non affaticare i reni

Per chi gode di buona salute non esiste una tipologia di acqua da preferire in assoluto, poiché ciò che conta è la quantità: un'idratazione costante riduce la concentrazione delle urine e abbassa il rischio di calcolosi.

Chi convive con patologie renali croniche dovrebbe invece consultare il medico per essere indirizzato verso una composizione più precisa da prediligere; generalmente in questi casi sarebbero più indicate le acque con ridotto contenuto di sodio.

Acqua del rubinetto o acqua minerale in bottiglia?

Il Ministero della Salute è esplicito: sul piano nutrizionale e igienico-sanitario l’acqua del rubinetto e l’acqua minerale imbottigliata si equivalgono; la scelta dipende da gusti personali e senso di responsabilità ambientale.

Il quadro cambia se si considera l'impatto complessivo: il 90-95% dell'acqua acquistata in Italia è confezionata in plastica, con costi ambientali legati a produzione, trasporto e smaltimento che l'acqua di rete non genera. Con circa 250 litri pro capite all'anno, l'Italia è tra i maggiori consumatori europei di acqua in bottiglia - quasi tre volte la media UE - a fronte di un vantaggio sanitario che, stando alle evidenze disponibili, non esiste.

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