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Bail in o bailout: salvare il sistema bancario con risorse interne o dello Stato?

Autore: Alfredo Ranavolo (collaboratore di idealista news)

Pochi giorni prima dell'entrata in vigore delle nuove norme da applicare ai casi in cui un istituto di credito si trovi in difficoltà, il cosiddetto "bail in" diviene di strettissima attualità politica, prima ancora che finanziaria. La ratio della normativa con la quale l'Italia ha recepito la direttiva europea 59 del 2014 è semplice: evitare che si ripetano mai più i salvataggi pubblici (bail-out) delle banche, che a causa della crisi partita dai subprime americani erano diventati un'abitudine prima negli Stati Uniti, poi mutuata anche in Europa allo svilupparsi del contagio.

Bail out significato

Tra il 2008 e il 2011 ben 4.500 miliardi di aiuti di Stato fluirono nelle casse di istituti vicini al fallimento. E in testa alla classifica dei salvataggi si ponevano due solidi Paesi come Gran Bretagna e Germania. Tutte operazioni di "bail out", vale a dire quelle nelle quali è proprio il denaro pubblico a mettere una pezza alle perdite private, per evitare le conseguenze sociali del fallimento di una banca.

Bail in banche

Le istituzioni europee, però, hanno stabilito che il momento di dare un taglio a questo cordone tra Tesoro e casse privato fosse arrivato. Da qui la direttiva secondo la quale le banche non si salvano più, se non coi mezzi propri. A cominciare dal capitale. Esaurito quello accumulato in riserve di vario genere, si passa a quello sociale, vale a dire quello versato dagli azionisti. Piccoli o grandi che siano.

Il decreto salva banche

Il passo successivo, dopo aver prosciugato le quote dei soci, è rivolgersi ai creditori, cominciando dai possessori di obbligazioni subordinate. Fin qui è esattamente quello che è successo per tenere in vita, con il decreto definito un po' impropriamente "salva banche" quel che si poteva di Banca delle Marche, Banca Etruria, Cassa di risparmio di Chieti e quella di Ferrara.

Se il primo gennaio fosse già arrivato, e con esso fosse scattata l'obbligatorietà di ricorrere alle norme del bail in, sarebbe arrivato il turno anche di obbligazioni non garantite e, a seguire, le eccedenze dei conti correnti rispetto a quota 100mila euro, salvaguardata dall'apposito fondo di garanzia, che avrebbe comunque comportato lunghi tempi di recupero delle cifre e nemmeno la sicurezza di vedersele arrivare per intero.

Solo a valle di tutto ciò sarebbe potuto intervenire lo Stato. Essendo ancora a dicembre, invece, il governo ha pensato di salvaguardare interamente i conti correnti e gli altri creditori che con basso profilo di rischio, concentrando le perdite su azionsti e titolari di obbligazioni subordinate. Per i quali si ipotizza anche un parziale risarcimento come misura di "solidarietà". Sempre che non dovessero arrivare per via giudiziaria (non dovrebbero essere cumulabili, secondo le indiscrezioni sulla misura allo studio). Il resto (3,6 miliardi di euro) lo metterà il sistema bancario, che finirà per assorbire i quattro neo-istituti, liberati dalle sofferenze, nell'ottica di una razionalizzazione del quadro italiano, che potrebbe veder sparire anche qualche altra "piccola".