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Chiusure domenicali: pro e contro per negozi e cittadini

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Autore: Redazione

La proposta di limitare le chiusure domenicali degli esercizi commerciali non piace a tutti. Il M5s ha infatti presentato una proposta di legge che mette un tetto a 12 giorni l’anno per le festività lavorate e al 25% (per tipologia di negozio) per il numero di esercizi aperti in ogni Comune nei giorni festivi. Regole valide anche per  i siti e-commerce, che saranno accessibili ma non potranno esercitare l’attività commerciale se non in determinati orari, ma non per le località turistiche, per le quali resta la completa libertà di scegliere i turni di lavoro dei propri dipendenti e le aperture dei negozi, introdotta dal decreto Salva Italia del governo Monti.

Negozi di quartiere, un ritorno?

L’idea con cui nasce questa proposta è quella di tornare a puntare l’attenzione sui piccoli esercizi cittadini, schiacciati dalla grande distribuzione e dalla concorrenza che questi ultimi hanno esercitato anche grazie alla possibilità delle aperture liberalizzate, che ha portato molti negozi alla chiusura, svuotando i piccoli locali dei centri storici e delle città a vocazione turistica. Altro obbiettivo è quello di far rivalutare alle famiglie il gusto di godersi la città al di fuori dei centri commerciali.

Meno lavoro per tutti?

Secondo Federdistribuzione tale manovra potrebbe però costare oltre 16 mila posti di lavoro e portare disagi ad oltre 12 milioni di italiani, che frequentano abitualmente i centri commerciali di domenica, oltre che deprimere i consumi, che, secondo l’ente, sarebbero aumentati negli ultimi tempi dell’1% nell’alimentare e del 2% nel non alimentare.

Contraria anche Confimprese. “Le aziende saranno costrette a licenziare - afferma Mario Resca, presidente Confimprese - l’intero comparto perderà 400mila posti di lavoro e il 10% del fatturato. Significherebbe quindi perdere il 15% della forza lavoro in un Paese che ha un tasso di disoccupazione dell’11%, con un Pil in forte rallentamento nel secondo trimestre e un futuro delle famiglie molto incerto”.

“Quali sono i criteri – chiede poi Resca – per stabilire le città a vocazione turistica? Il nostro Paese è tutto una meta turistica e noi, oltre che i posti di lavoro, vogliamo perdere anche i servizi e i consumi? Gli acquisti non sono di necessità ma di impulso, la gente consuma se ne ha l’opportunità, ma se i negozi sono chiusi rinuncia e non compra”.