"Noi architetti non ci dedichiamo solo all'estetica, ma anche a rendere più redditizi gli investimenti"

L'architetto Teresa Sapey, nata a Torino, ma da oltre trent'anni in Spagna, un"italiana di Madrid" come lei stessa ama definirsi, accoglie idealista/news con la spontaneità e il calore che trasmette anche nei suoi lavori, in un appartamento in una zona centrale della capitale spagnola, con una vista privilegiata sul parco del Retiro. Nella sua casa a farla da padrone è il colore bianco che le permette di staccare completamente dalle tensioni del lavoro e di "disintossicarsi", ma che allo stesso tempo è rotto dalle note di colore acceso di tanti oggetti e opere d'arte. In questa intervista racconta della sua poliedrica carriera e dei tanti progetti in giro per il mondo, svelando, allo stesso tempo, anche un suo lato più personale e intimo.

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Già da piccola voleva essere un architetto?
 

Sono nata con questa vocazione che ho poi formato e sviluppato nel corso degli anni. Ero attratta dal colore, dall'estetica, dalla bellezza, da tutto quello che è creazione. Non sono capace di fare altro.

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Architetto, interior designer, artista, come si sente Teresa Sapey?
 

Mi sento più che altro una creativa. Io sono architetto, io trasformo lo spazio, modello questo volume, lo rendo adattabile e fruibile per le necessità di chi me lo chiede, e dopo, se vuole, lo accompagno anche nel viaggio della "piccola architettura" e quindi di riempirlo con i mobili e gli arredi. C'è la macro architettura che è lo spazio e la micro architettura che sono le finiture. Io mi occupo di architettura di interni, più che di interior designer.

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Qual è stato il suo primo progetto?

Dico sempre che il nostro primo progetto siamo noi stessi, il nostro progetto di vita. Il nostro corpo è un progetto che dobbiamo ricoprire, vivere, riempire ed amare.

Per quanto riguarda il mio primo lavoro come architetto, è stato il progetto per un negozio di intimo, una lingerie di alto lusso a Parigi, vicino al negozio di Chanel. Erano anni che non ne parlavo e lo racconto con piacere perché è stato molto divertente. È stato bellissimo progettare per queste donne che volevano essere belle dentro, ma anche fuori. Compravano da Chanel e poi finivano a comprarsi la lingerie nel negozio vicino.

In ogni progetto quanto c'è di Teresa Sapey e quanto del cliente?
 

Noi come architetti dobbiamo saper interpretare ciò che vuole il cliente. È molto importante saper ascoltare e dialogare. Non massacriamo lo spazio, non massacriamo i progetti, ma "umilmente" rispondiamo alle esigenze. Questo renderà il progetto piacevole e consentirà che duri nel tempo e non sia come quei progetti che nascono già morti perché il progettista ha avuto troppo ego.

Non è la nostra casa, né il nostro ristorante, né il nostro albergo, ma è l'albergo, la casa e il ristorante del cliente, visto attraverso la nostra creatività e i nostri occhi. 

 

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Parliamo di questa casa, cosa rappresenta per lei?
 

Questa casa rappresenta un po' la mia personalità o forse direi il mio nido. Infatti non la chiamo casa, la chiamo "mondo". 

È il mio mondo: il mondo dei miei ricordi, della mia famiglia, dei miei regali e del mio passato. 

Ci sono cose che amo, ci sono cose che odio, ci sono resti di cantieri o restituzioni di clienti, oggetti che sono arrivati difettosi o che ho ereditato e di cui non voglio disfarmene.

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Qual è il suo angolo preferito?
 

Io non ho un angolo preferito della casa. Amo tutta la mia casa e la cambio continuamente. Non è un cimitero, non è un museo. È un luogo dove secondo le mie esigenze sposto i mobili, li cambio continuamente e mi creo un angolo nuovo. È una casa che non ha quasi porte perché non voglio che sia un ambiente chiuso dove si passi da una stanza all'altra, ma una casa che non è grande perché è un nido.

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Lei è conosciuta anche come l'architetta del "colore", eppure in questa casa domina il bianco...

È una scelta voluta. La mia casa mi ricorda un po' la cella di un convento, dove ogni volta che entro mi libero di tutta la tensione accumulata nel lavoro e sono completamente avvolta da un bianco. 

C'è il colore in questa casa, ma è rappresentato dalla natura che mi circonda, dalle tante opere d'arte, dai tappeti, dalle parti più scure della casa che ho dipinto con un verde inglese molto scuro.

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Nel futuro si vede ancora in questa casa?
 

Io sono in questa casa ormai da 10 anni e ne sono felicissima, ma credo che nei prossimi anni cambierò casa per una ragione personale. Mia figlia Francesca, infatti, che è anche la mia socia, aspetta un bambino ed io che voglio essere nonna e godere di mio nipote, vorrò una casa più adatta a un bambino.

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Come valuta l'esperienza di lavorare con sua figlia?
 

Lo studio ha avuto veramente un giro di 360º gradi con Francesca perché abbiamo cambiato completamente il tipo di clientela e anche la maniera di progettare i nostri lavori. Ho scoperto che mia figlia è bravissima, è molto creativa, ma allo stesso tempo ha quel lato anglosassone che la rende molto organizzata, mentre io lo sono meno. Siamo due donne forti, italiane, e a volte discutiamo come è normale, ma posso dire che è stata una joint venture positivissima.

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A che progetti state lavorando in questo momento?
 

In questo momento stiamo lavorando a vari progetti alberghieri, a molte ville e case di lusso e meno lussuose. Ci stiamo occupando anche di un coliving. Stiamo costruendo un parcheggio per un collezionista d'auto a Ginevra, meraviglioso. Stiamo lavorando anche con dei fondi di investimento che comprano degli edifici interi per poi ristrutturali. Devo dire che siamo bravissime a risolvere problemi legati alla distribuzione e all'ottimizzazione degli spazi. Anche ad usare tutta questa nuova categoria di nuovi materiali che sembrano di lusso, ma costano meno. Perché quando un fondo fa un investimento, compra un edificio, ha delle spese molto mirate.

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Secondo lei l'architettura non si occupa solo di estetica...
 

Noi, come architetti, non ci dedichiamo solo all'estetica, ma anche a rendere più redditizi gli investimenti, a dare un valore aggiunto agli immobili. L'estetica attrae, aumenta il fatturato, è un valore aggiunto. Il valore aggiunto, ad esempio, è quello che abbiamo dato al progetto di Palazzo dei Fiori a Venezia, ristrutturando l'antica dimora di un Doge e trasformandola in appartamenti ad uso alberghiero.

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Il valore aggiunto è quello che abbiamo dato a una villa di Saint-Tropez che era da sei anni e mezzo sul mercato. Era nel portafoglio immobiliare di tutte le agenzie di Saint-Tropez e non riuscivano a venderla. Abbiamo fatto un progetto, ottenuto i permessi dal Comune, e in quindici giorni è stata venduta.

Le piace lavorare in Italia?
 

È sempre un piacere lavorare in Italia perché amo l'eccellenza italiana, la manodopera italiana.  È un piacere lavorare in Italia perché tutti pensano e danno il loro contributo: dal fabbro all'imbianchino, dal falegname all'elettricista. Quindi hai un dialogo con tutte le manovalanze che intervengono nel progetto. Questo in Spagna non avviene, lo spagnolo aiuta meno il progettista, in Italia c'è questa osmosi, fantastica e unica al mondo.

Al momento ho vari cantieri in Italia: in Sicilia, a Roma, a Venezia. Mi sto occupando del cantiere di una casa prefabbricata a Orbetello, in Toscana, per un gruppo di Bolzano ed è una struttura fantastica che si affaccia sull'acqua.

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Se le chiedessi qual è il suo progetto preferito?

Se mi chiedi qual è il progetto che preferisco, direi che è il progetto che farò domani, perché voglio crescere anch'io. Io cresco in ogni nuovo progetto. Amo garaggiare e il progetto di domani mi obbligherà a crescere, a imparare e a mettermi in discussione.

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