Pietra bianca, volumi essenziali e spiritualità: in nessun’altra regione italiana il romanico dialoga così direttamente con il territorio. Le chiese romaniche in Sardegna sono tappe vive di un racconto che intreccia fede, potere, arte e paesaggio. Basiliche isolate tra campi e colline, pievi lungo antichi percorsi e chiese affacciate sul mare aiutano a comprendere le rotte marittime, la presenza degli ordini monastici e il lavoro di maestranze che hanno saputo trasformare pietre locali – trachiti, basalti, calcari – in architetture essenziali e potenti.
Quante chiese romaniche si trovano in Sardegna?
Oggi si contano oltre 150 monumenti romanici in Sardegna, distribuiti in modo disomogeneo. Le zone più ricche si trovano nel nord-ovest e nell’Oristanese, ma testimonianze importanti emergono anche in Gallura, nel Campidano e nelle aree interne.
Nord‑Ovest: Logudoro, Anglona e area di Sassari
Qui si concentrano alcune delle più famose chiese romaniche sarde, nate spesso come abbazie o pievi legate ai giudicati e agli ordini monastici.
- Basilica della Santissima Trinità di Saccargia (Codrongianos): simbolo delle chiese romaniche in Sardegna, colpisce per il bicromatismo marcato, la facciata a ordini sovrapposti di arcate cieche, il campanile slanciato e l’interno a tre navate scandito da colonne e pilastri.
- Basilica di San Gavino (Porto Torres): una delle chiese romaniche più grandi dell’isola, con possente volumetria, cripta e un impianto che tradisce forti influenze pisane. La posizione presso il porto ne sottolinea il legame con le rotte marittime medievali.
- San Pietro di Sorres (Borutta): complesso abbaziale in posizione panoramica, esprime bene la dimensione monastica del romanico sardo con volumi compatti, uso sapiente della trachite, equilibrio tra chiesa e spazi conventuali.
- San Nicola di Trullas (Semestene) e altre pievi rurali: piccole chiese romaniche della Sardegna di campagna, isolate tra i campi, dove è ancora percepibile il rapporto originario tra edificio sacro, viabilità storica e paesaggio agrario.
Il nord-ovest è il territorio dove il romanico sardo ha le sue testimonianze più monumentali.
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Il romanico nell'Oristanese e penisola del Sinis
L’Oristanese e il Sinis hanno sia affascinanti paesaggi costieri, sia siti archeologici e importanti testimonianze del romanico in Sardegna.
- San Giovanni di Sinis (Cabras/Tharros): chiesa a navata unica realizzata con pietra locale, vicinissima agli scavi della città antica di Tharros. Gli interni semplici, l’intonaco essenziale e la posizione tra mare e rovine creano un’atmosfera unica. È tra le chiese più antiche della Sardegna.
- Basilica di Santa Giusta (Santa Giusta, vicino Oristano): cattedrale romanica imponente, con facciata compatta, grande abside e uso raffinato della pietra calcarea. Rappresenta uno dei vertici dell’architettura romanica in Sardegna in ambito urbano.
- Pievi rurali dell’Oristanese: disseminate nella pianura, testimoniano l’organizzazione medievale del territorio agricolo, con le chiese della Sardegna a scandire distanze, proprietà e percorsi di transumanza.
Qui, a Oristano e nel Sinis, il romanico dialoga direttamente con eredità fenicie, puniche e romane.
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Le chiese romaniche sarde in Gallura e nell'area di Olbia
In Gallura le chiese romaniche riflettono l’uso massiccio del granito e una rete insediativa fatta di piccoli centri e campagne sparse.
- Basilica di San Simplicio (Olbia): una delle principali chiese romaniche in Sardegna ancora oggi in ambito urbano. La facciata in granito, la pianta basilicale e i dettagli che richiamano influssi del romanico pugliese e pisano ne fanno una tappa imprescindibile.
- Chiese rurali galluresi: piccoli edifici a navata unica, spesso isolati, nei quali il granito è protagonista assoluto. La semplicità delle forme e la solidità delle murature rivelano un adattamento molto concreto del romanico sardo al contesto locale.
In quest'area dell'isola sarda l’architettura è più sobria, ma non meno significativa.
Il resti nel Campidano, Cagliari e Sud Sardegna
Gli itinerari del romanico in Sardegna nell’area del Campidano e del sud dell’isola sono più frammentati. Molti edifici nati in epoca romanica sono stati profondamente trasformati nei secoli successivi, in particolare durante il periodo aragonese e spagnolo.
Tuttavia, sotto aggiunte e rifacimenti, si colgono ancora impianti, muri perimetrali o elementi decorativi di origine medievale.
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Le origini del romanico sardo e ruolo dei giudicati
L’architettura romanica in Sardegna si afferma tra XI e XIII secolo, nel quadro politico dei quattro giudicati (Cagliari, Arborea, Torres/Logudoro, Gallura). In questo periodo l’isola riorganizza in modo profondo il proprio territorio: nascono nuove diocesi, si consolidano pievi rurali, si definiscono centri di potere laico ed ecclesiastico. Le chiese romaniche in Sardegna diventano così punti nodali di una rete capillare di insediamenti, curtes agricole e percorsi interni.
Molte di queste chiese sorgono su siti già frequentati in epoca nuragica, romana o bizantina, spesso riutilizzando strutture e materiali preesistenti. Ciò spiega la presenza di capitelli romani reimpiegati, di blocchi scolpiti e di elementi decorativi tardo-antichi.
Determinante è il ruolo degli ordini religiosi – benedettini, camaldolesi, vittorini di Marsiglia, cistercensi – che portano in Sardegna modelli architettonici e tecniche costruttive maturate tra Toscana, Provenza e area lombarda.
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