Nel cuore dei boschi umbri si nasconde un complesso architettonico molto particolare, un antico convento francescano che è anche una sorprendente “città ideale” disegnata dall’architetto Tomaso Buzzi: la Scarzuola. L’accesso non è libero, si entra solo su prenotazione e si segue una visita guidata che diventa un viaggio tra simboli, teatro e architettura. Si tratta di un’esperienza in cui sacro e profano dialogano scena dopo scena, tra scale monumentali, teatri all’aperto e templi allegorici.
Dove si trova la Scarzuola e come organizzare l’arrivo
La Scarzuola si trova in Umbria, nel territorio del comune di Montegabbione, frazione di Montegiove, in provincia di Terni. Siamo in una zona di confine: da un lato la Toscana con la Val d’Orcia, dall’altro l’Umbria tra il lago Trasimeno e il lago di Bolsena. Per raggiungerla è necessario disporre di un’auto propria o a noleggio, perché non esistono collegamenti con mezzi pubblici fino all’ingresso.
Da Montegabbione si sale verso Montegiove e si imbocca Vocabolo Caporlese: dopo circa un chilometro compare il bivio per la Scarzuola e si prosegue su una strada sterrata per un paio di chilometri.
Come funziona la visita alla Scarzuola
La Scarzuola è visitabile esclusivamente con visita guidata ed esclusivamente su prenotazione, da effettuare tramite il sito ufficiale.
- L’accoglienza è curata da Marco Solari, nipote di Tomaso Buzzi, e proprietario della Scarzuola, che conduce i gruppi soprattutto in tarda mattinata nei fine settimana e in alcuni periodi festivi.
- La durata indicativa è di circa un’ora e mezza e l’esperienza si svolge quasi interamente all’aperto.
- Il pagamento del biglietto, che costa 15 euro, se non già effettuato online, avviene all’ingresso.
- Gli interni degli edifici non si visitano; la narrazione si concentra sugli spazi esterni e sul percorso simbolico ideato da Buzzi.
Un luogo tra legenda e progetto: da San Francesco a Buzzi
La storia della Scarzuola inizia nel 1218 con la fondazione di un convento francescano nel punto in cui, secondo la tradizione, San Francesco avrebbe soggiornato costruendo una capanna con rami e paglia di “scarza”, pianta palustre che dà il nome al luogo. A fianco sgorga una sorgente ancora oggetto di devozione popolare.
Il convento, dedicato alla Santissima Annunziata, rimase ai Minori Osservanti Riformati per secoli, fino al 1957: allora Tomaso Buzzi, figura di primo piano dell’architettura e del design del Novecento, acquistò il complesso e lo trasformò nel laboratorio della propria “città ideale”. Tra la fine degli anni ’50 e il 1981 costruì intorno al nucleo sacro una macchina teatrale dichiaratamente non finita: teatri, scale, templi, torri e giardini pensati come un’unica grande scena da attraversare soprattutto con la mente.
Dentro la città di Buzzi: tappe e simboli da non perdere
La visita parte dal cortile antistante la chiesa, con il porticato e la grande piazza racchiusa dal muro in pietra. Lungo la via Crucis compaiono edicole in terracotta, mentre nell’abside, non accessibile, è conservato un affresco con San Francesco in levitazione, tra le raffigurazioni più antiche del santo.
Da qui si entra nella “città buzziana”, guidati dalla voce diretta e teatrale di Marco Solari: il suo racconto intreccia simboli, biografia e osservazioni sul presente, invitando a cercare il filo che unisce sacro e profano.
Theatrum Mundi e platea-labirinto
Il fulcro scenico è il Theatrum Mundi: una cavea semiellittica con due palchi cilindrici fronteggia una grande scena dominata da un occhio inserito in un volume cilindrico. Dentro l’occhio c’è uno specchio dietro cui Buzzi aveva il proprio studio, disposto per osservare la platea senza essere visto.
Di fronte appare un volto dalla bocca spalancata, sormontato da Sole e Luna, a evocare lo spettatore. La platea, disegnata come un labirinto con colonna centrale, suggerisce un cammino mentale più che fisico, dichiarando l’idea della vita come rappresentazione.
L'Acropoli in miniatura e Teatro delle Api
Accanto alla scena, da un lato si incontra il Teatro delle Api, unico spazio coperto tra i sette teatri della Scarzuola, decorato all’esterno con api, stelle e celle esagonali a ricordare l’alveare. All’interno si notano doppi ordini di balconate in legno sorrette da colonne in cemento.
Dall’altro lato si apre la Porta del Cielo, accesso all’Acropoli: in salita, su più livelli, si riconoscono versioni ridotte di architetture celebri del mondo antico — Partenone, Colosseo, Pantheon, Tempio di Vesta, archi di trionfo e torri — compresse in una città classica che cambia prospettiva a ogni passo.
Figure, templi e passaggi simbolici
Nel percorso emergono elementi che funzionano come segnali.
- La Torre dell’Angelo Custode e del Tempo, con porta rossa, un grande orologio a spirale e la sagoma dell’angelo in alto, richiama protezione e scorrere delle ore.
- Tra gli spazi più sorprendenti c’è il Tempio della Gigantessa e della Madre Terra: una massa che ricorda un corpo femminile privo di testa e gambe, con seni monumentali e fili metallici che salgono come magma; all’interno, su più piani, compaiono stanze simboliche come una “camera del cuore” e un ambiente che richiama l’organo genitale femminile.
- Due accessi affiancati — Porta della Scienza e della Tecnica, Porta dell’Arte e della Fantasia — mettono in scena i diversi modi con cui si prova a interpretare il mondo.
Dalla Balena di Giona alla Scala della Vita
Separata tra gli alberi, la Casa Cubo, essenziale e quasi spoglia, richiama l’athanor alchemico, con una sola finestra quadrata e una minuscola torretta che emerge oltre le chiome.
Andando avanti nella visita, sul versante opposto del Theatrum Mundi si attraversa la Balena di Giona, incastonata tra massi in tufo che sembrano onde: il passaggio conduce alla Torre della Solitudine e della Meditazione, tronca e aperta al cielo, punteggiata di finestre come quadri.
Da qui la Scala della Vita sale verso la Porta dell’Amore, con il cartiglio “Amor vincit omnia”. In alto si apre il Teatro Verde, una grande conca erbosa tra colonnati, ninfei e specchi d’acqua: il ninfeo di Diana e Atteone, detto anche “delle Ore” per le 24 colonne, e un tempietto ottagonale dedicato a Flora e Pomona rafforzano il tema della natura feconda.
La chiusura è affidata al Tempio di Apollo, circolare e senza copertura, con pareti ornate di stelle dorate e al centro un cipresso colpito da un fulmine, pianta cara a Buzzi. Da un passaggio si scorgono la Torre di Babele e la Scala delle Sette Ottave, in cima alla quale spicca una piramide di vetro sormontata da una stella metallica con croce.
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