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Student housing e covid: cosa succederà alle residenze universitarie?

Intervista al responsabile di Camplus Apartments, Federico Rossi

Camplus
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Autore: floriana liuni

Dopo l’estate il tema della ripresa delle lezioni porterà con sé quello della ripartenza del mercato immobiliare dedicato agli studenti fuori sede. Federico Rossi, responsabile di Camplus Apartments, ha delineato con idealista/news quale sarà lo scenario dei prossimi mesi.

Federico Rossi / Camplus
Federico Rossi / Camplus

Quale sarà l’impatto del covid sul mercato delle residenze universitarie?

L’impatto nei mesi di lockdown per noi, che gestiamo oltre 9 mila studenti, è stato quello di vedere un 70% dell’utenza rientrare nei propri luoghi di origine, mentre il 30% ha continuato ad alloggiare nelle nostre strutture. Tuttavia secondo una survey che abbiamo condotto chiedendo se, in caso di nuovo lockdown, sarebbe stata confermata tale scelta, il 50% dei rispondenti ha risposto negativamente. Questo aspetto è interessante anche per il futuro: da un lato, tra le motivazioni di conferma della scelta, emerge un senso di responsabilità nei confronti della famiglia e dell’aiuto da fornire ai genitori durante un eventuale nuovo lockdown, d’altro canto i ragazzi desiderano comunque vivere in comunità. In altre parole, da parte degli studenti c’è il desiderio di tornare alla vita universitaria nella sua pienezza, fatta non solo della lezione ma anche del contesto di esperienza che vi si muove attorno e che caratterizza fortemente la vita da studente. Il che è emerso forte proprio quando non se ne è potuto godere a causa del lockdown.

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Come i gestori di residenze possono venire incontro a questa esigenza?

Essere in grado di offrire servizi di un certo livello in questo contesto assume una importanza ancor più rilevante di quanto già non lo fosse per fare in modo che si possa tornare alla normalità ma in sicurezza. Le linee di sviluppo futuro sono quindi tendenze già presenti ma che con l’emergenza si sono potenziate: preferenza per le camere singole, servizi di sanificazione, facilitazioni per mobilità sostenibile (fornitura di monopattini ecc.), servizi di consegna posta e pacchi. Quest’ultimo aspetto è stato importante durante il lockdown, quando sono esplosi gli acquisti on line ma anche quando ci siamo occupati di riconsegnare gli effetti personali degli studenti tornati presso le loro famiglie. Il fattore su cui abbiamo sempre puntato e punteremo ancora è la dimensione di community, di esperienza comunitaria dell’università, che caratterizzerà sempre più la nostra offerta.

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Quali nuovi progetti sono in programma per Camplus?

Avevamo già diverse strutture avviate in cantiere anche prima dell’emergenza. Tra settembre e gennaio apriranno tre nuove residenze a Torino; per gennaio ne è prevista un’altra a Firenze e per settembre 2021 a Bologna. Sempre a Torino abbiamo poi concluso un accordo per il progetto Moi, la riqualificazione di un’area che ospiterà nei prossimi anni 400 posti letto. Un accordo simile è stato stretto su Udine per la creazione di una residenza attraverso la ristrutturazione di un immobile esistente che ci farà entrare in una ulteriore città. Il nostro piano di espansione procede, quindi, pur tra i ritardi dovuti al lockdown. Durante la pausa abbiamo poi dismesso alcuni appartamenti per rifocalizzare la nostra offerta e acquisirne degli altri secondo i nostri standard.

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Quali prospettive ci sono per il futuro del mercato delle residenze studentesche?

Siamo positivi sul futuro, poiché se si trova un modo per far tornare gli studenti a vivere appieno la propria vita universitaria senza dubbio la domanda riprenderà. Con le prossime aperture Camplus arriverà a fornire oltre 10 mila posti letto, a fronte di una domanda (che ovviamente varia da città a città) di 600 mila studenti fuori sede, quando il mercato della gestione dell’ospitalità studentesca è composto da 60 mila posti letto circa in totale. Senza considerare ovviamente gli appartamenti offerti da privati. Il bacino di potenziali utenti quindi resterà tale, non crediamo si potranno verificare dei sensibili cali di iscrizioni universitarie nei prossimi anni, ed è per questo che continuiamo a conservare una prospettiva di espansione.

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Quali sono state le maggiori difficoltà affrontate durante il lockdown?

Abbiamo dovuto lavorare creando delle condizioni di maggiore flessibilità con gli studenti dal punto di vista dei contratti e degli sconti, riorganizzando offerta e servizi, rendendoli più essenziali e ripensando in modo più efficace ed efficiente la nostra proposta alla luce di uno scenario completamente diverso. Alcuni processi hanno visto una grande accelerazione, ad esempio in ambito digitalizzazione. Qualche ritardo abbiamo avuto per la pubblicizzazione dei nostri progetti dal momento che con il lockdown non era possibile recarsi fisicamente nelle strutture per fare rilevazioni o fotografie. Per quanto riguarda l’aspetto virtuale ora abbiamo potenziato la possibilità di fare visite virtuali, accanto alla ritrovata possibilità di visita fisica. Ma abbiamo riscontrato comunque un maggiore interesse per le visite virtuali anche dopo la riapertura, il che ci ha spinti a dotarci della necessaria tecnologia. Questo connubio diventerà sicuramente qualcosa di strutturale, facilitando l’on boarding degli studenti che sono peraltro molto più abituati a questo tipo di linguaggio. Il fattore umano e fisico però non è eliminabile quindi resta per noi imprescindibile anche il contatto di persona.

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