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La Bce fa pressione alle banche perché concedano più prestiti alle famiglie e alle imprese

Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea
Gtres
Autore: Alfredo Ranavolo (collaboratore di idealista news)

La Banca Centrale Europea è consapevole del ruolo fondamentale che giocano le banche nello scenario economico attuale. Con una recupero più lento del previsto e un’inflazione lontana dagli obiettivi fissati, la massima autorità monetaria dell’eurozona è convinta che una maggiore circolazione del denaro verso le imprese e le famiglie sia la strada più veloce per dare una spinta alla crescita e ai prezzi. Con un maggior numero di prestiti per il consumo, mutui e investimenti, pensa la Bce, si sarà più attività.

È ciò che ha lasciato intravedere la guardiana dell’euro nel corso dell’ultima riunione sulla politica monetaria del 2015, durante la quale ha deciso di penalizzare ulteriormente gli istituti che non facciano circolare il denaro, e, allo stesso tempo, ampliare nel tempo, il suo multimilionario programma di stimolo. Due misure che potrebbero portare una maggior quantità di credito e più economico.

Bce tassi di cambio

Il primo intervento è stato quello sui tassi. Fermo quello di riferimento allo 0,05%, così come quello marginale allo 0,30%, l'attenzione del direttivo si è ancora una volta concentrata sulla remunerazione dei depositi che gli istituti detengono presso la banca centrale. Già da tempo in territorio negativo, al -0,20%, è stata limata di un ulteriore 0,10 per cento. Il che dovrebbe tradursi in un accrescimento ulteriore della propensione, da parte del sistema bancario, a far circolare il danaro, piuttosto che perderne lasciandolo giacere.

“Un taglio adeguato” ha detto il governatore Mario Draghi nella conferenza stampa, a chi gli ha chiesto se si potesse fare di più. Pensiero non condiviso dai mercati, che si aspettavano chissà cosa ancora, vista la reazione pesantemente negativa alle dichiarazioni post riunione. Milano ha ceduto, al termine della giornata di ieri, il 2,47%, Francoforte addirittura il 3,58 per cento.

Bce: quantitative easing esteso di sei mesi

Eppure gli interventi della Bce non si sono limitati al solo ritocco del tasso sui depositi. La durata del Quantitative easing, inaugurato a marzo, è stata estesa di sei mesi, portando la scadenza da settembre 2016 a marzo 2017. Non escludendo che si vada “ancora oltre se necessario”. Oltre all'allungamento dei tempi, però, gli operatori avrebbero gradito un potenziamento oltre i 60 miliardi al mese che l'Eurotower sta immettendo sul mercato per l'acquisto di titoli di Stato e non solo.

La platea delle obbligazioni destinatarie dell'intervento è stata ulteriormente ampliata. Dopo l’inclusione, qualche mese fa, delle emissioni di organi come la Cassa depositi e prestiti, è stato stabilito che il consiglio direttivo potrà puntare ammettere anche quelle di enti locali. Osservati speciali quelli dei Laender tedeschi, visto anche che i paletti di rendimento previsti dal quantitative easing (non sono acquistabili titoli che lo abbiano inferiore al tasso di deposito), rende sempre più scarsi i bund disponibili.

Se nell'immediato non c'è stato un aumento del plafond mensile, Francoforte ha chiarito, però, che intende reinvestire il denaro che arriverà dal rimborso dei titoli acquistati durante l'operazione. Visto che la durata minima è di due anni, però, perché ciò abbia l'effetto pratico di aumentare ulteriormente la liquidità immessa mensilmente, occorrerà attendere futuri sviluppi. Che potrebbero arrivare, almeno in parte, addirittura a quantitative easing formalmente concluso.

Ultima determinazione di ieri è il mantenimento delle operazioni di rifinanziamento settimanali e trimestrali alle banche, a tasso fisso e con ammontare illimitato. Almeno fino al 2017 e, comunque, “fino a quando sarà necessario”.

Tutto ciò è avvenuto mentre, al di là dell'Atlantico, si prepara la mossa opposta. la numero uno della Fed, Janet Yellen, ritiene l'economia americana ormai rafforzata a sufficienza da “sopportare” il primo rialzo dei tassi di interesse dal 2006. Per la presidente della banca centrale americana si tratterà di trovare un complesso equilibrio nella gradualità degli interventi, che inevitabilmente renderanno ancor più appetitoso un dollaro già forte. Destinato, irrobustendosi ulteriormente, a zavorrare quella ripresa che, a detta della Federal reserve, giustifica l'avvio dell'abbandono alla prolungata fase del “denaro facile”.