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Brexit, quali le conseguenze per il mercato immobiliare britannico (e italiano)?

Autore: Alfredo Ranavolo (collaboratore di idealista news)

Dopo la decisione del popolo britannico di lasciare l'Unione, quali potranno essere adesso le conseguenze per il  mercato immobiliare britannico? Il rallentamento di inizio anno (nei primi mesi si è registrato un calo addirittura del 40% delle compravendite) farebbe pensare a conseguenze non di poco conto.

Nella stessa direzione vanno i calcoli del ministero del Tesoro, secondo il quale, entro il 2018, in caso di uscita dall'Unione Europea, il valore degli immobili britannici calerebbe in media di almeno il 10%, con uno scenario peggiore che vede il deprezzamento quasi raddoppiare, al 18 per cento.

Dati rispetto ai quali si mostra in disaccordo Luciano Capaldo, amministratore delegato di Euroconsultancy-Re e FRICS, da quasi trent'anni attivo sull'immobiliare d'oltre Manica. “Le previsioni del cancelliere dello scacchiere, George Osborne, sono state formulate nella convinzione che nel caso in cui l'elettorato opterà per la Brexit la domanda del residenziale diminuirà a causa dell'elevato costo dei mutui e del denaro in generale. Non è però né accertato né tantomeno dimostrabile che il costo del denaro e dei mutui aumenterà. Anche la Banca D'Inghilterra ha più' volte affermato che il costo del denaro potrebbe salire ma anche diminuire”.

I numeri del Tesoro, inoltre, contrastano con le previsioni dell'ufficio governativo responsabile per le previsioni di budget. Che prevede un incremento dei valori immobiliari di circa il 10 per cento per lo stesso periodo. Con l'uscita dall'Europa, dunque, si dovrebbe avere una crescita zero o, al limite, un decremento dell'8 per cento.

Ma per Capaldo “anche questi numeri non sono corretti. Sono convinto che la media del valore immobiliare non vedrà assolutamente nessun cambiamento in negativo”. Peraltro “ci sono stati però periodi negli ultimi anni nei quali il valore immobiliare è continuato ad aumentare nonostante un aumento del costo del denaro. Per esempio nel 2010 quando l'economia ha iniziato a recuperare dopo la crisi del 2007”.

Per contro, da parte straniera, “l'appeal di un investimento immobiliare nel Regno Unito ed in particolare a Londra ed in quell'area definita South East ha giustificazioni che vanno ben oltre quella dell'appartenenza all'Unione Europea: un sistema fiscale equo, l'assenza totale della burocrazia dello Stato, governi stabili, un sistema legale molto snello e con tempi di giustizia molto ristretti un mercato trasparente e una democrazia solida sono solo alcuni dei motivi per i quali l'investitore ha sempre considerato Londra un salvadanaio blindato”.

L'opinione di Capaldo non è molto condivisa tra altri esperti del settore immobiliare. In particolare in Spagna pare esservi univoca convinzione che sul mercato britannico “non ci sarà un drammatico crollo, ma comunque un calo in doppia cifra”, secondo il consensus. Non solo, proprio in territorio iberico sono preoccupati di una ricaduta interna, paventando una fuga di compratori che sono arrivati copiosi negli scorsi anni, finanziando i loro acquisti spagnoli grazie al patrimonio posseduto in patria e “inglesizzando” interi villaggi.

E per il mattone italiano?

Un rischio che può riprodursi anche in Italia, dove pure i britannici sono stati buoni compratori, basta pensare al cosiddetto “Chiantishire”, così ribattezzato dopo che hanno cominciato a fare man bassa di casolari ra i colli toscani. Ma secondo Capaldo “l'Italia non è la Spagna e non lo è mai stata: non si è mai fatta una politica di svendita. L'inglese che compra in Italia è generalmente un investitore qualificato alla ricerca non solo del sole ma di un modello di vita, di cultura, di storia e di arte di cui l'Italia è unica al mondo. Non vedo motivo alcuno per il quale questo segmento di mercato potrebbe attendersi delle conseguenze”.

Effetto possibile è, invece, che l'incertezza sui mercati che, almeno in un primo tempo, la Brexit genererebbe, possa portare a un rialzo dei tassi e, di conseguenza, a mutui più onerosi. Più nel resto d'Europa che nel Regno Unito, stando alle previsioni di Capaldo, secondo il quale, in caso di ritrovata autonomia, dopo una fase di assestamento che durerebbe quanto la rinegoziazione degli accordi europei, “il Regno Unito prospererebbe “con migliori prospettive per il commercio internazionale e un taglio netto alla burocrazia europea, garantendo sempre di più un mercato fertile alle piccole e medie imprese. Si vedrà’ a mio parere un aumento del mercato immobiliare e dell’edilizia in genere come risultante di un economia promettente”.

Gli scenari delle principali organizzazioni economiche mondiali, come il Fondo monetario internazionale, e di larga parte degli economisti internazionali sono di altro tenore e vedono nella Brexit conseguenze negative per tutti.