Notizie su mercato immobiliare ed economia

Nelle città post covid il "quartiere dei 15 minuti" sarà il trend abitativo del futuro

Gtres
Gtres
Autore: Flavio Di Stefano

Sempre più spesso si sente parlare di come saranno le “città post covid”, ma cosa significa veramente? idealista/news lo ha chiesto al professor Matteo Colleoni, docente di Sociologia del Territorio e dell’Ambiente presso l’Università di Milano-Bicocca, che ha fornito la sua visione sulla situazione attuale e sui trend che potrebbero segnare lo scenario delle scelte abitative sul breve e lungo periodo.

Secondo il Prof. Colleoni è ancora presto per tirare le somme, a tal punto da definire premature le previsioni che da più parti circolano e che vedrebbero uno spopolamento repentino delle grandi città e un “esodo” verso i centri rurali: “La pandemia non ha cambiato nessuno scenario immobiliare, per farlo ci vuole molto più tempo”, esordisce il docente di Politiche Urbane della Bicocca.

La situazione pre covid

Una posizione spiegata in questi termini: “Il cambiamento di scenario immobiliare e delle scelte di localizzazione è un processo che necessita di tempi molto più lunghi di quelli trascorsi dallo scoppio della pandemia ad oggi – precisa – non sappiamo quanto durerà ancora questa situazione, se durerà ancora molto, allora sarà più facile un cambio di prospettiva. Per ora non c’è stato nessun cambiamento di scenario, per quanto se ne parli, gli ultimi dati che abbiamo si riferiscono all’anno scorso e non evidenziano nessuna rottura con il passato”.

E cosa ci dicono gli ultimi dati attendibili? “Negli ultimi 10 anni c’è stato un forte incremento di popolazione nelle aree urbane e un decremento nelle aree interne, che siano rurali o montane, seppure con una differenza a seconda del contesto, visto che in Val Pusteria, ad esempio, la popolazione è in crescita e nell’Appennino centro meridionale è in forte decrescita”. Entrando nello specifico, “dentro questo contesto ci sono città che si rafforzano di più, Milano dopo 20 anni di decrescita ha aumentato la popolazione, così come Firenze, Bologna, Roma e città medie Centro Nord”.

Il nuovo scenario                          

Insomma, la fotografia che ne scaturisce è quella di un trend consolidato che, per essere scalfito, ha bisogno di un cambiamento non solo di prospettive ma anche strutturale all’interno della società. Per questo la posizione del Prof. Colleoni è più attendista rispetto a chi prevede lo svuotamento dei grandi centri urbani e un’inversione di tendenza del mercato immobiliare. “La nostra visione è quella di aspettare quanto durerà la pandemia, dipende molto dal cambio dello stile di vita e, ad esempio, se si farà ricorso allo smart working in maniera totale”.

Per quanto riguarda i nuovi bisogni abitativi, dettati dal disagio vissuto durante il lockdown, secondo il Prof. Colleoni, bisogna fare alcune precisazioni: “Ormai si dà per scontato che le persone tenderanno a comprare case più spaziose, ma ad esempio nei centri di una città innovativa c’è ancora una domanda importante e quindi i prezzi restano alti, altro fattore che non lascerebbe presagire a un cambiamento”.

La posizione del docente di Sociologia del Territorio e dell’Ambiente della Bicocca è chiara: “Sono abbastanza conservatore, guardando i dati ad oggi disponibili non vedo cambiamenti, sarebbe interessante vedere se le persone che acquistano una nuova casa cambiano comuni di residenza, ma fino ad allora si parla solamente per prospettiva”.

Entrando nello specifico, il Prof. Colleone fa alcuni esempi pratici: “Scegliere di vivere in una casa con giardino significa andare a vivere a 20 chilometri da un centro urbano, si tratterebbe di una scelta abitativa sostenibile da un lavoratore dipendente se lo smart working diventa strutturale, dopo almeno 2 anni di modalità in lavoro agile da casa, tuttavia mi sembra che ancora non si vada in quella direzione”.

Come cambieranno le città

I cambiamenti più sostanziali riguarderanno i modelli di mobilità in ottica sostenibile, una tendenza, anzi una necessità, che gli effetti del covid non ha di certo generato ex novo, ma che sicuramente potrebbe accelerarne il compimento. “Aumentare il verde e le ciclabili nelle città è qualcosa che avremmo dovuto fare già da prima - osserva il Prof. Colleoni – le nostre città, pur avendo un'origine ‘camminante’, a partire dagli anni ‘80 sono diventate stradali e ora si riparla di un ritorno alle origini, di città pedonali, ma questo cambiamento è in corso e la pandemia lo ha accelerato”.

Ma come si può compiere questo cambiamento? “Le città dovrebbero dotarsi di un parco auto più basso, 600 ogni 1000 abitanti, il che comporterebbe anche meno auto parcheggiate e più spazi liberi per le ciclabili e non solo. Attualmente 7 persone su 10 si spostano in auto. Su questo dobbiamo lavorare, si sa benissimo cosa fare e bisogna farlo”.

Gli effetti più concreti e immediati del lockdown sulle scelte abitative, infatti, potrebbero essere riferiti all’efficienza delle zone della città più ancora che agli spazi casalinghi, a tal punto che nel breve e lungo periodo il settore immobiliare potrebbe dipendere strettamente dai processi di riqualificazione delle aree urbane. “La città migliore è quella che offre dei quartieri nei quali in 15 minuti puoi raggiungere tutti i servizi di cui hai bisogno a piedi, ovvero nel raggio di 400 metri – spiega il Prof. Colleoni – questo nel quartiere della città ‘tematico’, come ad esempio il polo residenziale o commerciale, è reso molto più difficile”.

Secondo il docente della Bicocca saranno proprio queste le zone delle nostre città che traineranno il mercato immobiliare nel prossimo futuro: “Il lockdown ha messo in evidenza l’importanza di avere accesso a tutti i servizi necessari, come anche a spazi di divertimento e svago, nelle vicinanze di casa. Non è una scoperta rivoluzionaria, tanto che molte città, penso ad esempio a Milano e Torino, ci sono riuscite riqualificando aree complicate, ma le città medie fanno più fatica a rifunzionalizzarsi”.