Il 13 agosto 1943, i bombardamenti alleati su Milano colpiscono duramente uno dei complessi storici più importanti della città: sale, cortili e strutture portanti del Castello Sforzesco vengono gravemente danneggiati. La sua ricostruzione non si limita però al semplice recupero delle strutture, ma diventa l’occasione per immaginare un nuovo modello di museo, capace di restituire alla città un patrimonio culturale vivo e accessibile. Per questo compito viene scelto uno degli studi più importanti dell’architettura italiana del dopoguerra: nasce così l'intervento del Gruppo BBPR al Castello Sforzesco di Milano.
Il progetto BBPR sul Castello Sforzesco di Milano
Quando, nel secondo dopoguerra, Milano si trova a dover ricostruire la propria identità urbana e culturale, il Gruppo BBPR fondato da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers, rappresenta la scelta più adatta per un compito così importante.
In particolare, l'intervento sul Castello Sforzesco è lungo e articolato in due fasi:
- la prima, tra il 1954 e il 1956, riguarda il restauro del Cortile Ducale e delle sale adiacenti;
- la seconda, nel 1963, porta al riordino del Cortile della Rocchetta.
Il gruppo BBPR presenta così il progetto sul periodico di architettura e design Casabella, sottolineando come questi di seguito siano tutti elementi necessari per rimandare a una visione romantica immediata:
- le forti muraglie;
- la diversa composizione dei tre cortili;
- le torri;
- i torrioni;
- i ponti che scavalcano il fossato;
- l’intrico di scale e scalette, di passaggi scavati e di passerelle.
Stabilito questo, il percorso progettuale si rivela subito estremamente attento e preciso: più di 650 schizzi e prospettive vengono prodotti; ogni componente dell’allestimento è costruita in scala reale prima dell’approvazione definitiva. Il risultato è un museo rinnovato, capace di restituire dignità a un patrimonio straordinario senza soffocarlo con interventi invasivi.
Lo stile e l'approccio architettonico del Gruppo BBPR
L’approccio dei BBPR al Castello Sforzesco si basa su un principio essenziale: il dialogo tra contenitore e contenuto. Infatti, l’obiettivo non è creare uno spazio neutro e impersonale in cui collocare le diverse opere, né trasformare il castello in un teatro scenografico fine a sé stesso.
Per ottenere un risultato più armonioso, lo studio decide di concentrarsi sulla scelta dei materiali, adottando pochi elementi selezionati per la loro capacità di armonizzarsi con l’architettura medievale e rinascimentale del castello:
- ferro battuto per scale, mensole e supporti espositivi, che conferisce all’insieme un carattere sobrio ma riconoscibile;
- legno di noce massiccio per ripiani, pannelli e basamenti, scelto per il calore e la neutralità cromatica;
- beola grigia come pavimentazione principale nelle sale di scultura, particolarmente adatta all’esposizione di opere tridimensionali;
- pietra trachite per gradinate e pavimenti nelle aree più rappresentative del percorso.
Oltre a questo, uno degli elementi essenziali e innovativi dell’allestimento è la sua flessibilità: speciali incavi nel pavimento e spinotti alle pareti permettono di variare la disposizione degli oggetti senza interventi strutturali. Altrettanto importante è l’illuminazione, studiata con cura in ogni ambiente e calibrata combinando luce naturale e artificiale, diretta e indiretta, per garantire la giusta visibilità a ogni singolo reperto, anche nelle ore serali.
Gli interventi chiave del Gruppo BBPR al Castello Sforzesco
Il percorso museale concepito dai BBPR attraversa ambienti molto diversi tra loro, ognuno trattato con una soluzione espositiva specifica. Già dall’atrio d’ingresso, lo scalone in ferro battuto che collega i due piani del museo stabilisce lo stile applicato in tutto il progetto: moderno nelle forme, rispettoso del contesto storico.
Tra gli interventi del Gruppo BBPR al Castello Sforzesco di Milano più significativi vale la pena segnalare i seguenti:
- restauro delle prime tre sale al piano terra, destinate alla scultura e trasformate in uno spazio unitario grazie all’apertura di grandi archi durante i lavori;
- la sistemazione della Cappelletta, ambiente di dimensioni ridotte, intonacato di bianco e pensato per concentrare l’attenzione del visitatore sul Cristo ligneo centrale, sorretto da una croce metallica ancorata alla muratura;
- l’allestimento della sala delle armature, suddivisa in tre sequenze da altrettanti grandi portali, con opere esposte lungo le pareti e in teche di vetro al centro dello spazio;
- il nuovo serramento per le finestre, disegnato appositamente per conciliare funzionalità moderna e stilemi medievali, evitando qualsiasi effetto di contrasto stridente;
- l’installazione di un sistema di riscaldamento a pannelli radianti nel pavimento, all’avanguardia per l’epoca, sebbene rivelatosi problematico nel lungo periodo per la corretta conservazione delle opere.
Ogni scelta è pensata per rendere il castello da vedere vicino al Parco Sempione accessibile al grande pubblico: uno spazio di cultura popolare, capace di rispondere al bisogno d’identità di una città in piena ricostruzione.
L'allestimento per la Pietà Rondanini nella Sala degli Scarlioni
L’allestimento della Pietà Rondanini rappresenta, all’interno del progetto, un caso particolare. L’opera incompiuta di Michelangelo, ultima testimonianza del maestro, lasciata sul cavalletto alla sua morte nel 1564, richiede una soluzione capace di isolarla dall’insieme, restituendole un’autonomia visiva e spirituale.
L’intervento dei BBPR nella Sala degli Scarlioni, dunque, non può che essere radicale e coraggioso: il pavimento originale viene abbassato di 1,80 metri, creando una sequenza di scalinate che rallentano il passo del visitatore prima dell’incontro con la scultura; poi, la Pietà è nascosta dietro una grande nicchia in pietra serena, in modo che la sua scoperta avvenga gradualmente, come una rivelazione. Gli elementi principali che definiscono questo spazio includono:
- una controsoffittatura in tavole di noce, staccata dalla struttura esistente per creare un senso di rarefazione;
- semplici cilindri in ottone brunito come sorgenti luminose a soffitto, per una luce più discreta e concentrata;
- una quinta semicircolare in legno d’ulivo, il cui scopo è raccogliere e isolare lo spazio attorno alla scultura;
- pavimentazione e gradinate in pietra trachite, coerenti con il resto del percorso museale;
- piedistalli in metallo nero per i fregi lungo le pareti della sala.
L’allestimento rimane in funzione per decenni, diventando una delle esperienze museali più intense della città. Dal 1999 inizia però un lungo dibattito sul futuro dell’opera; nel 2015 la Pietà Rondanini viene definitivamente trasferita nell’antico ospedale spagnolo del castello, in un nuovo spazio firmato da Michele De Lucchi, che la colloca al centro dell’ambiente, di schiena rispetto all’ingresso, invitando il visitatore a girarle intorno.
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