Notizie su mercato immobiliare ed economia

Crisi di governo, le possibili conseguenze. Daveri: “Serve stabilità di prospettiva per famiglie e imprese”

Francesco Daveri, economista
L'economista Francesco Daveri

Quali possono essere le possibili conseguenze di questa crisi di governo? idealista/news ne ha parlato con Francesco Daveri, economista, professore di Macroeconomic Practice alla School of Management dell’Università Bocconi e direttore del Full-Time Mba.

La crisi di governo è aperta. Cosa può succedere adesso?

“Ci sono due possibilità: un governo che sostituisca il precedente, che potrebbe essere una coalizione magari guidata da una figura istituzionale tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, oppure le elezioni”.

Nel caso di un governo cosa ci si può attendere?

“Nel caso di un governo alternativo a quello esistente, bisognerebbe fare le cose un po’ in fretta, ma un governo in carica già nel mese di settembre può impostare una legge di Bilancio più o meno come il governo precedente.

I due partiti che potrebbero formare il grosso della coalizione potrebbero trovare l’accordo immagino su temi sociali, ambientali e probabilmente ci sarebbe attenzione anche al tema dell’immigrazione. In ogni caso, la caratteristica principale di un governo di questo tipo è che sarebbe un governo, che quindi può fare un disegno di legge di Bilancio. Le caratteristiche di questo disegno di legge di Bilancio sarebbero naturalmente da vedere, ma non conterrebbe la flat tax. Proprio perché magari più attento alle esigenze sociali, forse sarebbe un governo che taglia di meno le tasse. Immagino che manterrebbe un’attenzione al taglio delle imposte, però l’argomento flat tax uscirebbe dall’agenda politica. Un governo di coalizione che è più di sinistra rispetto al precedente avrà maggiori caratteristiche di attenzione al sociale e all’ambientale rispetto all’attenzione che potrebbe mettere un governo di centrodestra che esca vincente da potenziali elezioni politiche, che sarebbe più centrato sulla riduzione delle imposte.

C’è poi il rapporto con l’Europa. Un governo con dentro il Partito Democratico ritornerebbe verso l’Europa. L’Italia non sarebbe più isolata in Europa ed essendo meno isolata in Europa probabilmente e paradossalmente avrebbe anche più margini per negoziare meglio. Un governo di centrodestra che invece faccia fuoco e fiamme contro l’Europa probabilmente sarebbe più caratterizzato da uno scontro frontale con l’Europa di Francia e Germania”.

Le ricadute sui cittadini quali potrebbero essere?

“Con una coalizione di governo per così dire giallo-rossa il cittadino avrebbe più servizi e probabilmente tasse un pochino più basse, perché si vorrà comunque fare una qualche riduzione di imposte, ma non avrebbe il taglio di tasse promesso dal centrodestra. Taglio di tasse che il centrodestra ha promesso, ma che consegnare veramente all’elettorato sarebbe stato molto difficile, soprattutto con il rischio dell’aumento dello spread, con il rischio quindi dell’aumento del deficit pubblico e una situazione di conflitto con l’Europa.

In sintesi, le differenze principali direi che sono: con una coalizione giallo-rossa una posizione sulla qualità del bilancio pubblico, un po’ più di attenzione al sociale e un po’ meno di attenzione al taglio delle tasse; con una coalizione di centrodestra più promesse di tagli fiscali, per consegnare i quali ci sarebbero però dei grossi punti di domanda.

Su tutto questo c’è l’Iva. Ma il problema dell’aumento dell’Iva riguarderebbe tutti e due i possibili governi. In merito, bisogna dire che in caso di elezioni il rischio è che non ci sia tempo di rimediare, mentre in caso di formazione di una nuova compagine di governo lo scongiurare l’aumento dell’Iva diventa l’argomento numero uno in cima all’agenda. Prima di decidere che cosa fare con il bilancio dovranno essere disattivate le clausole di salvaguardia”.

E cosa potrebbe accadere in merito alla presentazione della legge di Bilancio?

“Una legge di Bilancio presentata in tempo vuol dire comunque mantenersi all’interno di un binario di normalità, tra l’altro considerando l’arrivo della nuova Commissione. Invece, cominciare a presentare la legge di Bilancio dopo, con il rischio che i contenuti siano magari di aperto conflitto e sfida nei confronti dell’Europa, potrebbe vanificare gli effetti potenzialmente positivi di un taglio delle imposte, se poi bisogna pagare il taglio delle imposte con un eventuale aumento del costo del credito che deriverebbe dall’aumento dello spread.

Il governo deve mandare a Bruxelles entro la metà di ottobre un Draft Budgetary Plan, un disegno di legge di Bilancio. Quindi, a fine settembre bisogna formulare le nuove previsioni anche alla luce dei dati Istat, che poi vengono incorporati nel disegno di legge di Bilancio. Se c’è un governo già in carica o che sta entrando in carica, queste cose possono essere fatte. Comunque c’è il governo precedente, in questo caso in particolare c’è il ministro Tria che all’interno del governo è stato quello più attento ai rapporti con l’Europa. Suppongo dunque che non sarebbe troppo complicato un passaggio di consegne ordinario.

Nel caso di elezioni, immagino che bisognerebbe mandare un disegno di legge di Bilancio che non contiene il quadro programmatico, ma solo il quadro tendenziale. I governi quando fanno la legge di Bilancio partono da una base, che è quella che include le previsioni aggiornate sull’andamento dell’economia, le quali determinano quante entrate fiscali si aspetta il governo a seconda che il Pil cresca o non cresca, e l’insieme della legislazione esistente già approvata, che contiene l’effetto delle precedenti leggi di Bilancio e delle leggi approvate magari durante l’anno. Ad esempio, il decreto crescita è stato approvato dopo la precedente legge di Bilancio, quindi questo dovrebbe essere incorporato nel cosiddetto andamento tendenziale di Bilancio, il quale indica che senza ulteriori interventi la legislazione vigente e l’andamento dell’economia producono certi effetti sul bilancio pubblico. Questo è quello che può fare anche un governo in ordinaria amministrazione, come sarebbe il governo Conte che porta il Paese alle elezioni.

Viceversa, quello che i governi in carica fanno è presentare un loro programma, quindi mettono sopra all’andamento tendenziale delle altre misure che vogliono adottare per l’anno che viene. L’anno scorso, ad esempio, ci sono stati il reddito di cittadinanza e Quota 100. Queste misure bandiera del governo giallo-verde erano parte del programma e quindi del quadro programmatico della legge di Bilancio. Senza un governo in carica queste cose non ci possono essere, perché non si sa cosa viene fuori dalle elezioni, ci potrebbe essere una coalizione di centrodestra oppure un’altra cosa.

Quindi, quello che probabilmente succederebbe è che a Bruxelles viene mandato il quadro tendenziale, cioè le cose che può fare un governo in ordinaria amministrazione, e poi – non appena si ha un governo – viene inviato il quadro programmatico, che però dovrebbe essere necessariamente spostato di qualche mese. Questo genera in realtà potenzialmente più interrogativi sugli investitori e anche sulle famiglie e sulle imprese, che non sanno bene qual è il quadro. Quadro programmatico è una parola tecnica, ma alla fine per famiglie e imprese serve per capire se si può contare su determinate misure oppure no”.

A suo avviso, quali sono le questioni urgenti da affrontare?

“Io preferirei che il governo mettesse ordine dopo quattordici mesi in cui di fatto le persone non hanno saputo cosa aspettarsi domani. Abbiamo avuto il proliferare di promesse di minori tasse e le tasse sono salite, promesse di non fare scattare le clausole di salvaguardia, ma c’è sempre stata la domanda ‘ce la faranno?’, ‘avranno i soldi?’. O ancora, ‘Alitalia sarà salvata oppure no?’, ‘l’Ilva chiuderà il 7 settembre oppure andrà avanti?’. Ecco, è stato un governo che si è trascinato dietro tutte queste domande irrisolte. Ci vorrebbe un governo che elimini tutte queste incertezze e che dica alle famiglie cosa si possono aspettare di sicuro, questo darebbe già un contributo. Poi è chiaro che sarà un governo che magari dovrà chiedere anche dei sacrifici, perché comunque le risorse non sono infinite, ci sono tanti casi aziendali complicati e magari non ci sono le risorse per fare tutti i salvataggi che servirebbero. Però un governo che dia stabilità di prospettiva alle famiglie e alle imprese, secondo me, darebbe già un grande contributo.

Bisogna poi tenere conto di alcune cose importanti: la Germania si accinge a varare un mega-piano di sostegno all’economia, perché l’economia tedesca si avvia ad andare come quella italiana, le banche centrali di tutto il mondo hanno annunciato che aiuteranno l’economia con tassi bassi in modo indefinito e anche con nuovi interventi da parte della Banca centrale europea, lo stesso farà la Bank of England perché teme le conseguenze della Brexit. Ci aspettano momenti di ansietà sul fronte internazionale, perché potrebbe esserci l’hard Brexit, potrebbe esserci la continuazione della guerra dei dazi. Le banche centrali si stanno adeguando a questo. Il Paese più importante dell’Europa – la Germania – si sta adeguando con una politica fiscale finalmente espansiva, che doveva fare anche prima, ma che adesso per fortuna si è accorto di dover fare per se stesso ancora prima che nel resto d’Europa. Quindi, in questo contesto ci sono stimoli sull’economia che non provengono dall’interno, ma provengono dall’estero.

Per un Paese con il 135% del rapporto debito/Pil lasciare che siano gli altri a tirare la carretta dello spingere l’economia internazionale non è poi tanto male, perché almeno si riesce a crescere, per esempio, esportando di più nei Paesi che cominciano ad andare più velocemente. Certo, non è un proclama di vittoria, non è una cosa tanto facile da spiegare, però un Paese che comunque ha la situazione di finanza pubblica dell’Italia deve porsi il problema di dare il senso della sostenibilità delle cose alle famiglie e alle imprese, non promettere tagli fiscali di 50 miliardi che poi è impossibile consegnare. Bisogna ad esempio promettere che entro tre anni sarà possibile tagliare le tasse di x miliardi ogni anno e che piano piano queste cose verranno fatte insieme a una ripresa della spending review. Tutte cose un po’ noiose, già molto dette, che però devono essere fatte.

Non credo ci siano misure che diano lo shock di cui l’economia italiana avrebbe bisogno per passare dallo 0% al +2%. Cominciamo a dare un aiuto rassicurando sul fatto che non si esce dall’euro, che non si litiga con l’Europa. Naturalmente, si deve andare in Europa a negoziare, però bisogna capire che ci si deve alleare con qualcuno in Europa ed è più facile allearsi con i nostri alleati tradizionali, che non andare a cercare gli alleati nel gruppo di Visegrad o fuori dall’Europa come la Russia.

Avere questo chiarimento è già una cosa che potrebbe portare a un certo rasserenamento, anche per le aziende. Le aziende italiane esportano sostanzialmente in Europa, il 50% delle nostre esportazioni alla fine è in Europa. E come si fa a litigare con l’Europa che è la destinataria del 50% delle nostre esportazioni? Quindi, per rasserenare le imprese si fa pace con l’Europa e le imprese sanno che, nei mercati su cui loro sono presenti e su cui contano più di ogni altra cosa, le cose andranno relativamente in modo stabile senza rischi di rappresaglie. Le imprese si preoccupano prima di tutto della nostra integrazione, al di là della collocazione del colore politico della maggioranza che è al governo”.